Solo, divorato dal rimorso, pieno di dubbi e paure, pensoso e con lo sguardo nel vuoto, è questo Odisseo? È l’Ulisse che Omero, o chi per lui, ci ha descritto? Ulisse che sfida gli dei, li vince, usa la sua furbizia ed è un fiero vincitore della guerra di Troia è il vero Ulisse. Ulisse è un soldato dell’età del bronzo che non contempla il rimorso. Non ha pietà di compagni non sepolti e di nemici massacrati. Uccidere è il suo mestiere, è normale. Il regista Christopher Nolan ha trasformato Ulisse in un complessato che cerca di curarsi dalla psicologa Calypso.
Il film Odissea è fatto bene, scene spettacolari girate senza computer, meravigliosa la fotografia e ottime le musiche. Un film che ha come protagonisti invisibili la rilettura e l’interpretazione. Ma c’è un grande assente nel film: Ulisse. Il vero Ulisse. Chi non conosce a fondo l’Odissea vedendo questo film si sarà imbattuto in uno dei tanti supereroi americani che stanno dalla parte del bene e del giusto esprimendo la retorica considerazione dei predestinati: sono stato scelto per salvare il mondo. Per Nolan Ulisse è un personaggio moderno, che in un delirio di libera interpretazione si trasforma in Don Chisciotte con punte di Robin Hood e spruzzi del conte di Montecristo. Ulisse invece è scolpito nell’Odissea come un eroe astuto e coraggioso, fiero e audace. Simbolo del tempo di Omero, riferimento religioso occulto. L’antiZeus. Il ladro di parole non convenzionali.
Nolan invece lo mostra insicuro, incerto e pentito. Pieno di sensi di colpa. Un’introspezione riflessiva che al tempo non era contemplata. Oggi si può fare un esame di coscienza (per chi ancora ne è capace), a quel tempo era tutto codificato e standardizzato. Ulisse per Nolan è dispiaciuto di aver distrutto Troia e massacrato gli abitanti. Dispiaciuto di cosa? Di essere volontariamente e giustamente andato in guerra e di averla vinta grazie alla sua furbizia? Nell’Odissea era il suo vanto, nel film il suo cruccio.
L’Ulisse di Nolan alterna la certezza dell’aver fatto la cosa giusta allo lo sconforto per non aver onorato i morti. E ritornano paura e introspezione, così il racconto vira sensibilmente in un film psicologico che si evolve in uno psicodramma.
Ma come si fa a stravolgere il binomio Ulisse & furbizia? Nell’isola dei ciclopi Nolan fa tornare indietro Ulisse da Polifemo, dopo averlo accecato con un palo, per scagliare una freccia verso il ciclope e provocarne la violenta reazione. Tutti in sala hanno pensato: ma è scemo? Per rafforzare il concetto di Ulisse “furbo per caso” Nolan cancella lo straordinario stratagemma di ” io sono Nessuno” usato per ridicolizzare Polifemo e il vino e le pecore per ubriacare il gigante e scappare.
Poi ci sono le donne, le grandi vere protagoniste dell’Odissea che Nolan ridimensiona, trasforma, cancella, distorce. Penelope, Calypso, Circe, Nausicaa, Athena, Elena, le sirene, la nutrice Euriclea, Arete, la madre, Scilla e Cariddi. Penelope vaga nel film senza profondità di sentimenti, tra la protezione e il disinteresse per Telemaco. Tra la tentazione per Antinoo e la fedeltà ad Ulisse. Asfaltata la Penelope esempio di fedeltà e pazienza.
Per Nolan Elena è di colore (perché non cinese o esquimese allora?). Se Biancaneve è stata interpretata in un recente film da un’attrice di colore, se aggiungessimo alla favola 8 nani e invece della mela mettiamo una banana può essere un bel film ma è ancora Biancaneve? Così Elena di colore è lontana dall’idea di Omero che l’ha dipinta dalle bianche braccia e dai biondi capelli assecondando il modello di bellezza del tempo. Elena di Nolan racchiude una cultura diversa della quale non si sentiva il bisogno nell’Odissea.
Athena nel film è troppo giovane per essere la figlia di Zeus. I riferimenti iconografici degli dei sono le immagini e le statue del tempo. Gli dei in quanto immortali sono per sempre fedeli alle rappresentazioni. L’iconografia non ha un processo evolutivo legato all’età. Non esiste per gli dei una iconografia variabile come per Cristo, rappresentato come Gesù bambino, poi adolescente e infine uomo. Si è sempre rappresentata Athena come una donna matura, guerriera, saggia. Certamente non una fanciullina.
Aver poi cancellato l’isola dei feaci è stato un crimine impunito. È lì che viveva Nausicaa ed è lì che Omero ha tratteggiato un amore straordinario. Un amore puro, innocente, platonico. È dai feaci poi che Ulisse racconta la sua storia, al padre di Nausicaa, il re Alcinoo. Invece nel film il viaggio di ritorno è raccontato a una incerta Calypso che armeggia troppo con il loto e le sedute di psicologia. Circe nel film è liquidata in mezza giornata e non nell’anno di prigionia di Ulisse. Dov’è la maga che ammalia Ulisse e si fa gioco dei compagni? Nel film è stata trasformata in una femminista che odia gli uomini.
E i lestrigoni? Per non farsi mancare niente nel film sono rappresentati come guerrieri di Star Trek. Il regno dei morti diventa una spianata di rancorosi, dov’è l’unico rancoroso che doveva essere presente è invece assente. Aiace ancora incazzato per aver perso la disputa delle armi di Achille a vantaggio di Ulisse è letteralmente cancellato. Aiace neppure vuole parlare con Ulisse per quanto è arrabbiato e deluso. Come è stato cancellato nel film il tenero incontro tra Ulisse e la madre Anticlea negli inferi. Ottima l’interpretazione di Telemaco, ma è un’interpretazione priva della telemachia. E non è poco.
Un’opera per quanto possa essere interpretata deve rispondere a dei canoni minimi di fedeltà del testo. Non esiste nell’opera omerica che Ulisse va su un’isola a salvare Telemaco da un agguato dei proci, come non esiste la storia dell’amuleto rappresentante Athena conservato da Ulisse. Nel film di Nolan si dà un’esagerata importanza a Sinone che va in guerra al posto di Antinoo e soprattutto nel fiume Stige è il protagonista del regno dei morti. Più di Achille e Agamennone. Eolo e la borsa dei venti sono spariti nel film. Poi, nessun protagonista del film poteva citare l’era del bronzo il cui termine è stato coniato nell’Ottocento. Il letto nuziale di Ulisse, che è stato costruito da un albero e quindi inamovibile, non esiste nel film. E che dire della pubblicità occulta a vantaggio della Ferrari con il cavallo di Troia trasformato nel cavallino rampante?
Una questione importante è rappresenta dal tempo. Il film dura tre ore ma non è riuscito a restituire quella percezione del racconto tanto caro agli aedi che, per dirla come i giovani, raccontavano l’odissea come una serie TV.
E poi c’è il finale degno di Via col vento dove Ulisse- Rhett Butler e Penelope -Rossella O’Hara si allontanano verso il tramonto e vissero felici e contenti. Per chi ha visto l’Ulisse del 1954 con Kirk Douglas e Silvana Mangano nel doppio ruolo di Penelope e Circe, o la serie del 1968 con Irene Papas o ancora il recente Itaca il ritorno di Umberto Pasolini con Ralph Fiennes non può essere contento di questo film.
Antonio Trovato
