“La sera, dopo il desinare, andavano a spasso tutti e tre. Donati dava il braccio alla Lina, e si impettiva allorchè leggeva negli occhi dei viandanti ‘che bella donnina!’”.
Un trio amichevole e amoroso è alla base della novella di Giovanni Verga “La coda del diavolo”, il cui titolo allude all’imprevedibilità che può intervenire e rompere il quieto vivere. La storia, scritta e pubblicata nel 1876, si concentra sulla vita di tre persone legate da una profonda amicizia (Donati, Corsi e Lina, che sposa Corsi).

È un affresco vivace del verismo di quell’epoca. Nel racconto Catania è il teatro della scena e lo sfondo la festa di Sant’Agata. Lo scrittore verista ci spiega l’affascinante rito delle donne ntuppatedde. Vale a dire l’usanza delle donne catanesi di uscire nei giorni della festa coperte interamente da un manto nero che, lasciando libero soltanto un occhio, le rendeva di fatto irriconoscibili. E garantiva loro la libertà, altrimenti negata negli altri giorni dell’anno, di andare in giro da sole e di farsi corteggiare.
Le donne ntuppatedde nel giorno di festa potevano essere sé stesse
Giovanni Verga spiega che queste donne godevano nel giorno della festa del diritto di essere sé stesse,“checchè ne dicano i cronisti, dovette esserci lasciato dai Saraceni, a giudicarne dal gran valore che ha per la donna dell’harem”.
Andavano in giro vestendo un costume ben preciso, “componesi di un vestito elegante e severo, possibilmente nero, chiuso quasi per intero nel manto, il quale poi copre tutta la persona e lascia scoperto soltanto un occhio per vederci e per far perdere la tramontana, o per far dare al diavolo. La sola civetteria che il costume permette è una punta di guanto, una punta di stivalino, una punta di sottana o di fazzoletto ricamato, una punta di qualche cosa da far valere insomma, tanto da lasciare indovinare il rimanente“.
Per un giorno la ‘ntuppatedda è padrona di sé. Verga identifica come “singolare” questa usanza, in un contesto sociale che aveva (e ha ancora) la reputazione di possedere i mariti più suscettibili di cristianità! E ammette altresì che il diritto delle donne di non dare conto a nessuno e di lasciarsi sedurre aveva “un certo valore”.
Una novella tutta da leggere

Come prosegue la vicenda dei tre amici nella novella? Così leggiamo a metà racconto. “Ora accade che una volta, tre o quattro giorni prima della festa, Lina, burlona com’era, parlando di ‘ntuppatedde, dicesse a Donati: Stavolta, sapete, non vi consiglio di farvi vedere per le strade.
Donati sapeva che Lina non s’era travestita mai da ‘ntuppatedda, e siccome era la sola sua amica da cui potesse aspettarsi una sorpresa, rispose facendo una spallata: Poichè me la son passata liscia per otto anni!….Liscia o non liscia, a voi! Uomo avvisato uomo salvato”. Donati, come possiamo ben intuire, non ascoltò Lina e sfruttò quell’occasione per coglierla di sorpresa, e (finalmente) entrare nelle sue grazie.
Insomma, scrive Verga, “di godersi l’imbarazzo di lei, far lo gnorri, e riderne poi di gusto insieme a lei”, approfittando di fatto di quella sospensione delle regole sociali, seducendo e lasciandosi intrigare dalle donne. Comincia così a manifestarsi in tutta la sua malizia quella coda del diavolo! Per scoprire l’epilogo di questa novella vi invitiamo a leggerla. Non è lunga, scorre veloce e la trovate anche su internet.
Il messaggio attuale delle ntuppatedde
Da qualche anno la tradizione delle donne catanesi di sfilare per le vie del centro in occasione dei festeggiamenti agatini si ripete con particolare fascino. Quelle delle ntuppatedde è un rito di cui si parla pochissimo.
La Chiesa ha più volte considerato questa tradizione “estranea” al contesto religioso. Tuttavia, la festa di Sant’Agata non è estranea al popolo. Anzi. Dal 2013 si ripete grazie all’impulso di Elena Rosa, in veste di azione collettiva. Come ampia riflessione del ruolo delle donne nella contemporaneità. Un ruolo mai del tutto valorizzato, tra stereotipi e disuguaglianze di genere. Un grido, una danza, un messaggio, contro la violenza di genere.

Secondo i linguisti e gli storici ntuppatedda viene dalla locuzione siciliana relativo alle chiocciole quando sono in stato di riposo, ovvero ‘tuppa’, cioè chiusa. L’esperienza del velo è la manifestazione di un bisogno ancestrale, rivendica la libertà di essere donne, rifiuta di accettare le offese del mondo.
Le donne ntuppatedde vestite oggi di bianco (e non di nero come nella novella di Verga) tengono in mano un garofano rosso simbolicamente legato all’amore e all’orgoglio in memoria di Sant’Agata, uccisa perché non si piegò al volere di un uomo.
Un’eredità, quella di Sant’Agata, che non riguarda solo il passato. Il suo è un messaggio attuale: insegna a lottare per la verità senza compromessi. A non piegarsi sul solco dell’accondiscendenza e della rassegnazione. Cosa c’è di più urgente?
Domenico Strano
