Globalizzazione ed esodati

 

La propensione alla globalizzazione rievoca epoche assai lontane, la storia è una fiumana di tali tracce. La si può considerare una internazionalizzazione del sistema economico e finanziario.

Per afferrare esaurientemente il processo di globalizzazione necessita sviscerare le multiformi facciate: commercio, lavoro, agricoltura, industria, servizi, imprese e occupazioni.

L’economia si “spiritualizza”, la collisione che si crea tra industria e ambiente conduce a una ripartizione delle mansioni che compromette sempre più tutto il creato.

La globalizzazione consente profitto e, ad un tempo, produce aspetti sfavorevoli. Essa è una babele, pungola l’organismo politico e della società, proponendo una nuova oasi: l’individualismo che ha spesso, quale protagonista, la sopraffazione. Quest’ultima è particolarmente realizzata dal governo, che inibisce la difesa sociale, disponendo così il cittadino dinnanzi ad una barriera, denudandolo dei diritti guadagnati ed ereditati nel tempo; si taglia nella spesa pubblica e, quando va bene, si riducono le retribuzioni, lievita il numero dei disoccupati, magari sostituendone la definizione all’anagrafe del lavoro, appioppando il termine “esodati”, assoggettando così il lavoro alla globalizzazione e non all’inverso.

Non deve meravigliare, pertanto, la proiezione dell’individuare nel corpo e risolversi in esso, l’arma terminale per poter, forse, approdare ad un porto naturale, costituzionale: la comunicazione. Servirsi del fisico come cartellone su cui fissare i propri pensieri. La coercizione taciuta, rivelata su di sé, che partorisce una eco esterna, insonorizzata, perché è più comodo diffondere nell’immaginario collettivo il messaggio che sa solo di disagio individuale.

La percentuale di autolesionismo, oggi, ritrae un quadretto inquietante, frutto del disatteso e propagante dovere da parte istituzionale di sviluppare gli universi contrattuali per generare nei cittadini una visibilità interna. Saggio, a tal punto, risulta riflettere sull’idea che, laddove si rinvigorisce il senso di speranza ne scaturisca immancabilmente fortificato anche il suo contro-altare. Quando si avverte la costrizione dalla struttura  a sollevare dall’incarico, dalle mansioni, dal lavoro stesso, liquefare aziende ciò rimanda  ad un’unica esigenza, ovverosia, un ulteriore introito. Il  sistema produttivo non si basa più sulla distribuzione del lavoro, fondata sulla prosperità della collettività, ma sull’insabbiamento del popolo per eccellere nelle rendite in rapporto al calderone dei movimenti oscillatori finanziari.

Maria Pia Risa