Il Natale di una volta / Ad Acireale e nei paesi etnei resistono tradizioni, fede e comunità

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Presepe settecentesco Acireale

Ad Acireale e nei paesi alle pendici dell’Etna, come in tutta la Sicilia, il Natale ha sempre avuto un significato profondo, legato alla fede, alla famiglia e a un insieme di tradizioni che scandivano il tempo dell’attesa e della festa. Era un Natale vissuto con semplicità, ma ricco di gesti e rituali che ancora oggi restano impressi nella memoria collettiva.

L’Avvento rappresentava un periodo di preparazione non solo spirituale, ma anche domestica. Le case venivano sistemate con cura, mentre nelle famiglie si allestiva il presepe, autentico simbolo del Natale etneo. Realizzato con materiali poveri – muschio raccolto nei boschi, pietre laviche, sughero, sparacogna (asparago selvatico) e i mandarini – il presepe diventava una piccola rappresentazione del territorio, con pastori che sembravano usciti dai paesi dell’entroterra e scenari che ricordavano le campagne ai piedi del vulcano.

Tra i pastori, ogni presepe doveva includere alcune figure iconiche: ’u scantatu da stidda, susi pasturi e ’u ’nnaru o Jachinu, ognuna carica di significato. ‘U scantatu da stidda incarnava la meraviglia e lo stupore di fronte al miracoloso segno della stella di Betlemme. Susi pasturi rappresentava l’invito rivolto all’umanità a risvegliarsi dal sonno dell’indifferenza e a riconoscere la venuta del Salvatore. L’ultima figura, raffigurata come un anziano che si scalda al fuoco, è l’unica a rimanere indifferente all’annuncio della Natività. E simboleggia quella parte dell’umanità che, per inerzia o stanchezza, non riesce a cogliere la portata dell’evento, restando ancorata alla propria quotidianità.

Le tradizioni della Vigilia e del giorno di Natale

CEPPO NATALIZIO
Il ceppo

La Vigilia di Natale era un momento carico di attesa. La tradizione prevedeva una cena “di magro”, composta da piatti semplici ma saporiti: baccalà fritto o in umido, verdure di stagione, cardi, broccoli, olive condite e pane casereccio. A questi piatti si aggiunsero nel tempo la scacciata con cavolfiore, cipollotti, acciughe, patate e salsiccia. Il tutto condito con l’immancabile tuma, che ne completava la squisitezza, e le crispelle di ricotta e acciughe.

Ad Acireale e nei centri vicini la serata si concludeva spesso con la partecipazione alla messa di mezzanotte, molto sentita e accompagnata da un forte senso di comunità. Ad Acireale, in particolare, dopo la messa era consuetudine radunarsi attorno a ’u zuccu, il ceppo benedetto dal vescovo e acceso prima delle funzioni liturgiche, allestito in piazza Duomo per scaldarsi e cantare nenie natalizie.

Il giorno di Natale era invece dedicato alla famiglia. Le tavole si arricchivano di pietanze più elaborate: pasta al forno, timballi, carni arrosto e, soprattutto, dolci tradizionali. La frutta martorana non mancava mai, preparata in casa o acquistata nelle pasticcerie storiche del territorio. Così come la Foresta Nera, decorata con simboli natalizi.

Presepi da fare o visitarepresepe

Nei giorni che precedevano il Natale, nei borghi pedemontani era facile ascoltare le novene natalizie, cantate nelle chiese o nei quartieri davanti agli altarini, dove si allestiva la cona: un’immagine sacra raffigurante la Sacra Famiglia o Maria con Gesù Bambino, adornata con sparacogna e mandarini. I zampognari allietavano le strade cittadine.

Nei giorni successivi al Natale, per gli acesi era quasi un obbligo andare a far visita ‘a rutta, il Presepe settecentesco allestito in modo permanente nella grotta naturale della chiesa di Santa Maria della Neve, nato a metà Settecento da una visione di don Mariano Valerio, che si riparò in quella cavità per scampare a un improvviso temporale.

Nei paesi etnei, come Santa Venerina, Linera, Cosentini e Maria Vergine, era invece consuetudine realizzare presepi con pastori a grandezza naturale sull’altare maggiore. Spettacolari scenografie che si ergevano abbracciando l’altare e il tabernacolo.

Non mancava la solidarietà

Un aspetto centrale del Natale etneo era la solidarietà. Si condivideva il cibo con i vicini, si portava un piatto caldo a chi era solo o in difficoltà, si aprivano le porte delle case. Era un Natale vissuto insieme, dove nessuno doveva sentirsi escluso.

Oggi molte abitudini sono cambiate, ma ad Acireale e nei paesi etnei il Natale conserva ancora quell’anima autentica fatta di fede, tradizione e calore umano. Ricordare come si festeggiava un tempo significa mantenere vivo un patrimonio di valori che continua a dare senso alla festa più sentita dell’anno.

 

Marcello Proietto