A metà dell’Ottocento si distingue ad Acireale un esponente dell’élite locale e socio dell’Accademia degli Zelanti e dei Dafnici: don Diego Costarelli (Acireale, 20 maggio 1795 – 9 agosto 1867), sacerdote e innovatore nel settore vitivinicolo. È lui il protagonista dell’intervista di oggi.
Bentrovato, don Costarelli. Il professor Domenico Ventura, nel volume Memorie e Rendiconti del 2000, ha tracciato un profilo della vostra figura, mettendo in luce non solo gli aspetti biografici ma anche le vostre virtù.
Ci parlate della vostra famiglia di origine?
Sono nato ad Acireale il 20 maggio 1795, figlio di Lorenzo e Rosaria Mignemi. Ho avuto una sorella, purtroppo morta in giovane età, e due fratelli: Paolo, che fu medico cardiologo, e Giovanni, chimico. Io accolsi la chiamata del Signore, consacrandomi alla vita sacerdotale.
Nella Biblioteca Zelantea si conservano tutti i vostri scritti, almeno una decina tra manoscritti e opere a stampa. In città, divenite un punto di riferimento per l’istruzione dei figli del notabilato acese.
Impartivo lezioni di grammatica italiana, latina e francese, retorica, filosofia, letteratura italiana e latina, aritmetica, algebra, geometria, storia e geografia. Mi avvalsi anche della collaborazione di un altro sacerdote, don Salvatore Raciti.
Don Diego Costarelli, come sacerdote siete stato descritto un uomo onesto, dotto e costumato, amante degli studi classici, della filosofia e della matematica. A soli venticinque anni le autorità comunali vi commissionarono un’opera letteraria.

Nel 1820, in occasione della festività di Santa Venera, patrona di Acireale, l’amministrazione comunale mi incaricò di comporre un oratorio in onore della martire. L’opera fu eseguita con grande successo nella Piazza Maggiore per tre sere consecutive. Vent’anni dopo, nel 1842, ricevetti l’incarico di scrivere una cantata in occasione dell’onomastico di re Ferdinando II.
Siete annoverato tra i reverendi e curati scrittori di agraria del Mezzogiorno d’Italia tra il 1780 e il 1800. Il professor Ventura cita, tra gli altri, l’abate siciliano Mariano Di Napoli, ideatore di un carro dentato, e don Alfio Calì, che nel 1771 tentò di portare l’acqua corrente ad Acireale scavando un pozzo nel vostro podere. Voi, invece, per cosa siete ricordato in questo ambito?
A partire dalla metà degli anni ’30 del secolo, mi dedicai attivamente alla viticoltura. Intorno al 1835, in Germania e successivamente in Gran Bretagna, si diffuse un fungo – la crittogama – che attaccava le viti, provocando una malattia detta “Iodio Tuckerii”.
Si propagò rapidamente in Francia, poi in Spagna, in Grecia e infine in Italia. In Sicilia, inizialmente si manifestò in modo contenuto, ma col tempo si estese a tutta l’isola. I primi rimedi giunsero dalla Francia, dove si iniziò a utilizzare lo zolfo per combattere il fungo.
Mi misi subito a studiare il fenomeno, ma inizialmente non riuscii a trovare una soluzione efficace. Nei primi mesi del 1854, la stampa parigina iniziò a promuovere l’uso del mantice come strumento per distribuire lo zolfo sulle viti.
A quel punto, cosa avete fatto?
Mi recai nella mia tenuta, detta “Baglio”, dove notai che la vegetazione della vigna era in ritardo a causa del lungo inverno. Osservai che tralci e foglie presentavano macchie nerastre. Decisi quindi di impiegare almeno due quintali di zolfo imperfettamente triturato — non fiori di zolfo, come si usava altrove — e due mantici, anch’essi non perfetti, perché privi di ventola. Nel giro di quattro giorni, la solforazione fu estesa a 22 mila viti, lasciandone 12 mila non trattate, per poter confrontare i risultati.
Cosa avete osservato da questa sperimentazione?
Notai che le viti trattate mostravano segni evidenti di miglioramento: un aspetto più vigoroso e sano. Le altre, non trattate, presentavano tralci ingialliti e legnosi. Il confronto fu chiaro.
Tutte queste informazioni ci sono giunte grazie a una lunga lettera che avete inviato a vostro fratello Paolo il 22 luglio 1854 dalla tenuta Baglio.
Sì, in quella lettera descrissi nel dettaglio tutte le fasi degli interventi e delle sperimentazioni che condussi per contrastare quella che definivo “un’orrenda malattia” che stava piegando i viticoltori siciliani, un tempo orgogliosi esportatori di eccellente vino in tutto il mondo.
Marcello Proietto
