La domenica del Papa / Necessario salire al monte, come Abramo al Moira e Gesù al Tabor per la trasfigurazione

indexIn questa seconda domenica di Quaresima ci troviamo di fronte a due monti di Dio: il Moira e il Tabor. Antico e Nuovo Testamento che narrano una storia fatta di ascolto, obbedienza; due monti che si presentano a noi in modo affascinante e, nello stesso tempo, terribile. Nel primo, la tradizione vuole che sia poi il luogo del Tempio di Gerusalemme, troviamo il padre Abramo che è sottoposto alla prova e compie per fedeltà al Signore un viaggio di tre giorni per raggiungere il luogo dove offrire in olocausto il figlio Isacco, il figlio unigenito, amato. Un cammino segnato dal silenzio di Abramo e di Isacco, rotto una volta dal figlio che chiede dove fosse l’agnello per il sacrificio: “Dio stesso provvederà” risponde Abramo. L’amore paterno che si scontra con la fede più alta messa alla prova; e l’amore del figlio che si fida ciecamente del padre e obbedisce. E accade, per Abramo, ciò che nel suo cuore desiderava accadesse, ma forse non osava nemmeno pensarlo: Dio che ferma la sua mano. Ecco che così riconsegna Isacco al padre, ma come figlio della promessa divina; e Abramo che lo accoglie perché è attraverso la sua discendenza che saranno benedette tutte le nazioni della terra. Abramo nella sua grande fede sarà venerato dalle generazioni di ebrei, cristiani e musulmani.

L’altro monte è il Tabor, il monte della trasfigurazione di Gesù. Anche qui troviamo il Padre che mostra il figlio amato, colui che sarà l’agnello da sacrificare, il Salvatore. È un parallelo che non può sfuggirci. Abramo è il padre dell’Antico Testamento che obbedisce a Dio. Gesù si mostra a Pietro, Giovanni e Giacomo nella sua gloria, Mosè e Elia che conversano con lui, e i discepoli ascoltano le parole del Padre: “Questi è il figlio mio, l’amato”.

Come non leggere in questo salire il monte, il nostro camminare nel tempo di Quaresima; un tempo in cui siamo chiamati a riconoscere la nostra condizione di peccatori ma anche a prendere coscienza, ci ricorda Papa Francesco all’Angelus, “della vittoria sul male offerta a quanti intraprendono il cammino di conversione e, come Gesù, vogliono fare la volontà del Padre”. Se Gesù ha avuto bisogno di salire sul monte per incontrarsi con il Padre, quanto più noi abbiamo bisogno di questo salire, di andare a riconoscerci nell’incontro con il Signore, e non solo in questo tempo di conversione.

Francesco ricorda la pagina evangelica della trasfigurazione. Gesù è in cammino verso Gerusalemme dove conoscerà la sofferenza della croce nell’obbedienza al Padre, ma anche la sua vittoria sulla morte, nel giorno di Pasqua. In una chiesa rupestre di Massafra, un affresco, segnato dal tempo e dall’umidità, ci mostra Maria che tiene per mano il bambino Gesù che porta un cesto con dentro quattro uova: è in questo modo che l’antico pittore, forse un monaco orientale giunto fino alla terra di Puglia in epoche lontane, evidenzia così il cammino di Gesù verso la Pasqua.

Il racconto della trasfigurazione è anche il modo con cui Gesù si manifesta a Pietro, Giacomo e Giovanni in tutta la sua gloria, quasi risposta a chi voleva un Messia “liberatore dal dominio dei romani, un liberatore della patria”, ricorda Papa Francesco. La prospettiva in cui si pone Gesù contrasta con le attese della gente, perché il suo regno è altro. La trasfigurazione rappresenta, allora, “un anticipo della sua gloria, quella che avrà dopo la resurrezione”; e si compie, questa trasformazione, proprio davanti gli occhi dei suoi tre discepoli “per confermarli nella fede e incoraggiarli a seguirlo sulla via della prova, sulla via della Croce. E così, su un alto monte, immerso in preghiera, si trasfigura davanti a loro: il suo volto e tutta la sua persona irradiano una luce sfolgorante”.

La croce è progetto di salvezza per tutta l’umanità e Papa Francesco ricorda che il cammino di Gesù “sempre ci porta alla felicità”; in mezzo “ci sarà sempre una croce, delle prove, ma alla fine sempre ci porta alla felicità. Gesù non ci inganna, ci ha promesso la felicità e ce la darà se andiamo sulle sue strade”.

Fabio Zavattaro