L’Etna che oggi domina la Sicilia orientale con i suoi 3.380-3400 m di quota non è il vulcano “eterno” e immutabile che spesso immaginiamo. La Montagna, in realtà, è un organismo geologico in continua trasformazione: cresce, collassa, si ricostruisce, cambia forma e persino posizione dei propri crateri sommitali. Ciò che oggi appare stabile è soltanto un’istantanea all’interno di una storia lunga centinaia di migliaia di anni.
Le origini dell’Etna, secondo le ultime datazioni radiometriche (2011 e 2015), risalgono a circa 542-491.000±86.000 anni fa, quando le prime manifestazioni vulcaniche si svilupparono in ambiente sottomarino nell’area dell’attuale fascia ionica etnea. Col trascorrere del tempo, le eruzioni migrarono progressivamente verso occidente e verso quote più elevate, costruendo una serie di antichi edifici vulcanici oggi in gran parte smantellati o sepolti dalle lave più recenti.
Fra questi antichi apparati emerse il cosiddetto “Trifoglietto”, un grande vulcano collassato i cui resti sono ancora oggi ben riconoscibili nella spettacolare Valle del Bove. Successivamente si sviluppò un nuovo e poderoso edificio centrale: il vulcano Ellittico, così chiamato dallo studioso tedesco Sartorius per la sua forma.

Ed è proprio a quest’epoca che si riferisce una mia suggestiva ricostruzione, nella quale si immagina l’Etna prima di circa 15.000 anni fa con un’altezza intorno ai 3.600 m, dunque ben superiore a quella attuale.
Secondo questa interpretazione – basata sulle evidenze geomorfologiche e vulcanologiche disponibili – l’antico edificio ellittico sarebbe stato devastato da una serie di colossali eruzioni pliniane culminate nel collasso della parte sommitale del vulcano.
Un evento catastrofico che avrebbe fatto sprofondare l’enorme Cratere Centrale di allora (l’Ellittico), causando la perdita di circa 700 metri d’altezza.
Nella ricostruzione, il tratteggio rosso evidenzia proprio il livello raggiunto dall’Etna dopo il collasso: una quota intorno ai 2.900 metri. Da quel momento il vulcano avrebbe lentamente ricominciato a edificarsi all’interno della gigantesca depressione formatasi, dando origine all’attuale edificio sommitale che, nei millenni successivi, ha nuovamente superato i limiti dell’antica struttura.
L’Etna moderno sarebbe dunque, in qualche modo, un vulcano rinato dentro un altro vulcano.
La forza evocativa dell’immagine nasce proprio da questo confronto immediato fra il profilo odierno e quello ipotizzato dell’antico Ellittico: due montagne sovrapposte, separate da migliaia di anni e da una delle più imponenti crisi eruttive della storia etnea.
La fotografia e la relativa elaborazione grafica, realizzate durante il periodo pandemico del 2020, hanno avuto negli anni una vastissima diffusione sul web e nei social network, venendo condivise e ripubblicate innumerevoli volte anche da grandi gruppi tematici, spesso senza un chiaro rimando all’autore originario. Un fenomeno ormai frequente nell’ecosistema digitale contemporaneo: contenuti che “fanno il giro del mondo” perdendo però, strada facendo, il legame con chi li ha concepiti.
Resta tuttavia il valore divulgativo dell’immagine, capace con immediatezza di raccontare un concetto fondamentale: l’Etna non è soltanto il vulcano che vediamo oggi, ma il risultato provvisorio di una lunghissima successione di distruzioni e rinascite.
E forse è proprio questo il fascino più profondo di questa nostra Montagna: la sua apparente immobilità che, in realtà, nasconde un’instancabile metamorfosi.
Saro Barbagallo
