La Sicilia del vino detiene un importante primato nazionale. Quella siciliana è la superficie vitata in biologico più estesa d’Italia. Pur essendo la sua superficie vitata seconda solo al Veneto, è il suo cuore biologico con oltre 30mila ettari a farne un’eccellenza nazionale.
Si tratta di una transizione green iniziata sul finire degli anni ’90 del secolo scorso, incidendo sul risparmio di CO2 e di acqua e azzerando l’uso di azoto ad alto impatto energetico.
Una sfida nata anni fa “che oggi da nicchia si è trasformata in sistema”. Così Vito Bentivegna, direttore dall’Istituto regionale del vino e dell’olio siciliano (Irvo). Questa transizione green mostra tanti esiti positivi ma anche qualche limite.
I dati parlano chiaro. La Sicilia con 33mila ettari di vigne biologiche vanta un risparmio di 8 milioni di CO2, oltre 2mila tonnellate di azoto nitrico ad alto impatto energetico e 7 milioni di metri cubi di acqua.
Se noi trasformassimo tutta la viticoltura italiana in regime biologico, ovvero 600.000 ettari di vigne, “avremmo un vantaggio di 160 milioni di tonnellate di CO2, 36 milioni di azoto nitrico e 120 milioni di metri cubi di acqua. L’isola con il suo vigneto biologico è il vero polmone ecologico d’Italia, insieme alla Toscana e alla Puglia”, afferma Calogero Alaimo, presidente nazionale di Italiabio.
La Sicilia è la regione italiana con più superficie di vigne biologiche
La Sicilia, con 96.903 ettari e un’incidenza del 14% sul territorio nazionale, è la seconda regione italiana per superficie vitata, dopo il Veneto che conta 103.504 ettari e un’incidenza del 15%. Ma ciò che rende l’Isola un vero e proprio modello per il Paese, si legge dal comunicato stampa dell’Irvo, è il suo primato biologico. Con 33.823 ettari di coltivazioni e una incidenza del 26% sul territorio nazionale, la Sicilia è la regione italiana con la maggiore superficie vitata biologica. Seguita dalla Toscana che conta 23.068 ettari e una incidenza del 17%. (Elaborazione dati 2025 dell’Osservatorio Vitivinicolo ed Olivicolo-oleario IRVO su dati AGEA e SINAB in BIO).
La Sicilia negli ultimi anni ha fatto un cambio di passo, ponendosi tra le regioni più attive nel settore dell’agricoltura. Sono, infatti, aumentate le domande per accedere alle misure del Pnrr. Poco meno di mille i progetti presentati con una quota di finanziamento pari a 33milioni di euro nella misura agricoltura sostenibile ed economia circolare.
Questi i dati nel report aggiornato recentemente presentato dalla Regione Siciliana.
Al Vinitaly quest’anno erano ben oltre 160 le cantine presenti, di cui 28 quelle specializzate in biologico. Tutti questi temi intorno al biologico sono stati affrontati a margine di un evento svoltosi al Vinitaly. L’incontro è stato organizzato dall’assessorato regionale all’Agricoltura, allo Sviluppo rurale e alla Pesca e dall’Istituto regionale del vino e dell’olio siciliano (Irvo). Ed ha visto la partecipazione di rappresentanti delle istituzioni, esperti e operatori della filiera vinicola.
L’assessore Sammartino evidenzia al Vinitaly lo sviluppo delle vigne biologiche in Sicilia
La Sicilia oltre al primato del biologico si racconta anche con nuove esperienze che riscattano l’isola dalla reputazione negativa dell’illegalità. Sono nate cooperative che coltivano nei terreni confiscati alla mafia, startup gestite da giovani, imprese al femminile che custodiscono le tradizioni nel solco dei valori familiari.
“Da tanti anni il nostro governo – evidenzia Luca Sammartino, assessore regionale per l’Agricoltura, lo Sviluppo Rurale e la Pesca Mediterranea – investe sull’agricoltura biologica. La biodiversità della Sicilia ci ha consentito di essere oggi la prima regione italiana con un territorio biologico che la pone ai vertici europei sul fronte green. La Regione Siciliana per la prima volta in questo Vinitaly 2026 ha voluto inoltre unire con una collettiva le cantine biologiche, per valorizzarne l’identità e dare spazio alle potenzialità della filiera. Continueremo con l’attività di governo in questa direzione: nei prossimi mesi incentiveremo il consumo, la produzione e la commercializzazione del biologico nella grande distribuzione”.
Il vino biologico
Cosa vuol dire vino biologico? Il vino biologico deve provenire da uve al 100% biologiche coltivate per almeno tre anni senza l’uso di sostanze chimiche organiche di sintesi. Quindi solo con utilizzi in vigneto di sali di rame e zolfo. Nella storia dell’agricoltura la coltivazione è sempre stata biologica, ma dopo il secondo conflitto mondiale, le sostanze chimiche hanno fatto ingresso nei campi. A partire dagli anni ’70, alcuni agricoltori italiani hanno iniziato a riunirsi in associazioni e ad adottare tecniche di coltivazione più rispettose per l’ambiente.
Vigne biologiche in Sicilia / La fondazione SOStain promuove lo sviluppo etico del settore
In Sicilia, per esempio, esiste dal 2020 la fondazione SOStain, con il compito di promuovere lo sviluppo etico e sostenibile nel settore vitivinicolo, accompagnando e indirizzando le cantine verso la misurazione costante e la riduzione dell’impatto che le pratiche agricole hanno sul territorio. Dal punto di vista regolamentare i processi dell’agricoltura biologica vengono inizialmente introdotti dal regolamento dell’Unione Europea sancito nel 1991. Invece, con il regolamento 203/2012 si definiscono le pratiche e il processo di vinificazione di questi vini: nasce il vino biologico come lo conosciamo oggi, contraddistinto dalla foglia verde come simbolo distintivo, a livello europeo, dei prodotti biologici.
A livello nazionale il quadro cambia. I dati ci dicono che la superficie dei vigneti certificati in biologico sono in calo. Il motivo principale è il cambiamento climatico. Così dopo un ventennio di crescita le superfici certificate subiscono un calo dell’8%, come evidenziano le elaborazioni Uiv su base Ismea-Sinab: se nel 2023 erano 29,1mila nel 2024 sono scesi a 26,7mila. L’approccio in biologico può rivelarsi un’arma a doppio taglio. Se da un lato favorisce la sostenibilità ambientale dall’altro può non mitigare gli effetti del cambiamento climatico. Questi, infatti, possono colpire il vigneto biologico accelerando le fasi fenologiche (fioritura, invaiatura, maturazione), provocando stress idrico e termico. E aumentando le fitopatie, rendendo difficile la gestione senza l’uso di prodotti di sintesi.
Di conseguenza, l’aumento delle temperature riduce l’acidità e altera il bilanciamento aromatico, ponendo sfide di adattamento per mantenere la qualità del vino. Gli alti costi di gestione dei vigneti con certificazione in biologico e il calo dei consumi del vino, infine, non migliorano il quadro a livello nazionale. In questo scenario in rapido mutamento, la parola chiave diventa “sistema”: solo un approccio capace di integrare clima, biodiversità e dinamiche dei parassiti potrà garantire una viticoltura competitiva, sostenibile e resiliente alle sfide del futuro.
Domenico Strano
