Libri / “Diversità senza fiamme” di Candida Ippolito: l’umiltà di lasciarsi trasformare dalla vita

0
290
copertina Diversità senza fiamme

Come già preannunciato, raccogliendo una nostra suggestione (ns. articolo del 21 novembre 2024), Candida Ippolito ha dato alle stampe per i tipi di Scatole parlanti la sua nuova fatica letteraria. Presentata il 12 giugno al Parco delle Kentie di Riposto, Diversità senza fiamme scandaglia in profondità timori e speranze, ansie e bonacce, dolori e gioie dell’avventura umana, a partire sin dal suo concepimento, attraverso il vissuto di tre amiche, Teresa, Anna e Beatrice, e dei loro familiari.

Senza mai suggerire una chiave di lettura univoca ed esaustiva o imporre una direttiva di vaglio etico critica e risolutiva, ma proprio per ricondurci alle sue parole, è un’opera “pensata per raggiungere chiunque abbia a cuore la crescita umana e spirituale”. E intrisa degli aromi, umori e sapori di Sicilia.Candida Ippolito

Lasciando alla lettura l’intreccio narrativo, abbiamo voluto solleticare l’autrice per una rivisitazione personale, muovendo da alcuni passi estrapolati dal libro, che le chiediamo di chiosare brevemente.

“A volte aspettiamo che la vita ci percuota per abbandonare l’orgoglio e la superbia che anestetizza e ci toglie la luce”. 

È ineludibile una via di catarsi, morte e rinascita, per trovare o ritrovare sè stessi?

Non credo che la sofferenza sia un passaggio obbligato o l’unica via, ma certamente è la più potente. Perché sovente riesce a incrinare l’armatura della superbia che ci siamo costruiti. L’orgoglio ci dà l’illusione di bastare a noi stessi, mentre la fragilità e il dolore ci ricordano che siamo tutte creature in cammino. Ogni autentica crescita comporta una piccola morte: la rinuncia a ciò che eravamo per accogliere ciò che possiamo diventare. Quando questo accade, la rinascita non è una conquista eroica, ma un dono che nasce dall’umiltà di lasciarsi trasformare.

“Noi forse da bambini eravamo più inconsapevolmente cattivi, ma paradossalmente più buoni. Appellavamo come quattrocchi uno con gli occhiali o arancino coi peri uno cicciottello, ma mai saremmo rimasti indifferenti davanti a un compagno che piangeva o in una situazione di bisogno”.

Segno dei tempi in cui domina il politically correct e che ci chiama a una responsabilità educativa?

Assolutamente sì. Credo che oggi si sia sviluppata una maggiore attenzione al linguaggio, e questo è certamente un valore. Tuttavia, il rischio è quello di fermarsi alla forma dimenticando la sostanza. I bambini di una volta usavano soprannomi talvolta cruenti, figli di un’ingenua ignoranza e schiettezza. Ma possedevano un’antenna emotiva formidabile: se un compagno soffriva, la vicinanza era immediata, fisica, concreta. Oggi rischiamo di educare i giovani a non usare parole “sbagliate”, lasciandoli però analfabeti emotivi di fronte al dolore altrui, intrappolati dietro uno schermo. C’è un’urgente responsabilità educativa che ci chiama a rimettere al centro il cuore, l’educazione ai sentimenti e la presenza reale. Affinché il rispetto non sia solo un esercizio linguistico. La vera sfida educativa consiste nell’insegnare non soltanto il rispetto formale, ma soprattutto l’empatia, la capacità di accorgersi dell’altro e di non rimanere indifferenti davanti alla sua sofferenza.

“In fondo siamo tutti pezzi unici di vetro, se ci scontriamo ci frantumiamo e non ci guadagna nessuno, se ci modelliamo insieme trovando il giusto incastro e calore potremo trovare una forma comoda e generare un’opera d’arte”.

Presentazione del libro di Candida Ippolito
La presentazione del libro

Preludio all’invito di Papa Leone in Magnifica Humanitas ad accostare mattoni?

Il parallelismo è calzante e bellissimo. L’immagine dei mattoni ci parla di costruzione, di stabilità e di comunità. Il vetro aggiunge a tutto questo la dimensione della fragilità, della trasparenza e della luce. Sì, siamo pezzi unici e fragili. Se scegliamo lo scontro, l’egoismo o la pretesa di infrangere l’altro per far prevalere noi stessi, il risultato è solo distruzione. L’incastro e il calore di cui parlo nel libro sono l’equivalente dell’accostare i mattoni: richiedono la pazienza di smussare i propri spigoli e l’amore che fonde le diversità senza annullarle. Solo così la nostra convivenza smette di essere una fatica e diventa un’opera d’arte corale, dove la luce della diversità di ciascuno risplende attraverso l’altro.

“Il dolore appartiene alla vita, a tutti, e tutti sanno vederlo, ma la felicità no, è una lucciola. Solo le menti elette sanno fiutarla, inseguirla ed acciuffarla”.

Come poter accedere al novero di questi eletti? Per scelta, per volontà o per grazia? 

Credo sia una misteriosa e magnifica sinergia di tutte e tre le cose. Si accede a questo novero innanzitutto per grazia, perché la capacità di stupirsi e di scorgere la bellezza nelle piccole cose è un dono libero che la vita ci fa. Ma la grazia da sola non basta se trova una mente non aperta; interviene allora la scelta profonda di voler essere felici, che si trasforma in volontà quotidiana e allenamento interiore. Fiutare la lucciola significa educare il nostro sguardo a riconoscere quei piccoli bagliori che illuminano la quotidianità. Gli eletti non sono i fortunati a cui tutto va bene, ma coloro che, nonostante tutto, scelgono di non rinunciare mai alla speranza.

Consapevoli che ognuno potrà cogliere spunti di riflessione e moti di conversione della propria vita, ne suggeriamo uno nostro ma … preso in prestito, a sua insaputa, da un brano dell’autrice: “Pensare ai frutti di un’unione, o all’amore in generale, non è forse l’unica possibilità per battere la morte? Non è nell’amore che sconfiggiamo le nostre angosce e troviamo la sensatezza del nostro vivere?

                                                                              Giuseppe Longo