Libri / I “Colloqui notturni” di don Salvatore Coco, riflessione autobiografica ed esistenziale

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Colloqui notturni sezione di copertina

È pronta l’ultima fatica letteraria di don Salvatore Coco. Il testo che l’autore consegna all’attenzione dei lettori è, ancora una volta, un’occasione per svelare sé stesso. Come ha già fatto in alcune delle sue precedenti pubblicazioni, don Salvatore si mette a nudo, rivelando quella sensibilità e quell’amore per la verità che hanno sempre caratterizzato la sua vicenda umana e la sua intensa e feconda vocazione sacerdotale.

In questa nuova opera, dal titolo Colloqui notturni – Cercando semi di verità, edita da «La Voce dell’Jonio», l’autore raccoglie storie e vicende di uomini e donne che hanno attraversato le fatiche e le attese della vita quotidiana. Lo fa senza indulgere alla nostalgia, ma con il desiderio di raccogliere «semi di verità in chiunque ne sia il portatore».

Il ricordare non è, secondo l’autore, un vano vagheggiare nel passato, ma il tentativo di entrare «tra le pieghe del vissuto umano e scavare tra i ricordi per creare legami e dare senso a ciò che viviamo nel presente». La memoria diventa così uno strumento per rileggere la propria esperienza. Per riconoscere i legami che ci uniscono agli altri e ritrovare, nel presente, il significato delle vicende vissute.

Colloqui notturni / La ricerca del silenzio….Copertina Colloqui notturni

Il primo elemento che emerge dalla lettura del testo è la costante ricerca del silenzio. La voce del passato, infatti, può riemergere soltanto quando il silenzio ci avvolge e ci dispone all’ascolto. Per don Coco, il silenzio diventa così una condizione privilegiata per entrare in contatto con sé stesso e con il proprio vissuto. «Sono convinto – scrive l’autore – che il silenzio sia un dono da preservare per non perdersi nei meandri melmosi formatisi lungo il tragitto della vita umana». È un silenzio che custodisce i ricordi notturni e permette all’autore di ascoltare i gemiti dell’anima: «Mi trovo dunque nella beata solitudine, tra gli alberi della mia montagna: ogni notte ha la sua storia. È la notte che custodisce il nuovo, è dalla notte che sorge il giorno».

Un altro filo conduttore che attraversa l’opera è lo stupore con cui don Coco osserva la natura che lo circonda. Talvolta, l’autore sembra quasi interrompere il filo della narrazione, rapito dalla bellezza che gli si manifesta. Il bosco che circonda la casa in cui soggiorna diventa così uno spettacolo da ammirare. Un luogo in cui ritrovare sé stesso e lasciarsi interrogare dalle meraviglie del creato. Uno stupore che, alimentato dallo sguardo della fede, conduce oltre la bellezza immediatamente percepibile e apre alla contemplazione di una bellezza infinita. Nell’enciclica Laudato si’, la bellezza della natura viene vista come una via pulchritudinis (via della bellezza) teologica e spirituale che conduce l’essere umano direttamente alla contemplazione del Creatore.

L’opera si presenta dunque come una riflessione autobiografica, teologica ed esistenziale nella quale l’autore ripercorre il cammino della propria vita alla luce dell’esperienza cristiana. Più che una semplice ricostruzione di vicende personali, il testo si configura come il tentativo di rileggere la propria esistenza, riconoscendo negli incontri, nelle scelte, nelle fatiche e nelle gioie i segni discreti della presenza di Dio.

Colloqui notturni /  L’inquietitudine umana uno dei temi centrali del libro

Uno dei temi centrali del libro sembra essere quello dell’inquietudine umana. Intesa non come una debolezza, ma come il desiderio di qualcosa di più grande: una felicità piena, una risposta alle domande fondamentali dell’esistenza e una speranza che vada oltre i limiti della vita.

Don Salvatore Coco
Don Salvatore Coco

In questo clima di intensa ricerca interiore si susseguono gli incontri notturni con alcuni dei tanti personaggi che hanno segnato gli anni della giovinezza dell’autore. Figure straordinarie che si raccontano e si lasciano interrogare, come Paolo di Tarso, che ripercorre la propria conversione sulla via di Damasco. Sollecitato dalle insistenti domande dell’interlocutore, Paolo non manca di offrire saggi consigli per affrontare la crisi e lo smarrimento che caratterizzano il momento attuale. E che sembrano coinvolgere soprattutto i giovani di oggi, sempre più distanti dall’esperienza cristiana.

Particolarmente significativo sarà l’incontro con Platone, che metterà in guardia il nostro autore dagli inganni del mondo contemporaneo, troppo spesso dominato dalle apparenze. «Vuoi rinnovare la società? La prima condizione per il cambiamento nasce dalla ricerca. Senza la saggezza dell’anima, questa vita non è degna di essere vissuta», suggerirà il filosofo greco.

Proseguono gli incontri con altri personaggi, come Ipazia, figlia di Teone di Alessandria, e Manlio Torquato Severino Boezio, discendente della gens Anicia. Anche in questi incontri riaffiorano i ricordi della giovinezza dell’autore, quando, ancora studente universitario, aveva sostenuto un esame dedicato all’intensa opera filosofica di Boezio.

Chi conosce don Coco sa che non poteva mancare un riferimento all’amata Aci Trezza, che da sempre occupa un posto speciale nel suo cuore. L’incontro immaginario con Giovanni Verga diventa così occasione di dialogo sul romanzo I Malavoglia e sulle ragioni che hanno spinto il massimo esponente del Verismo a scegliere proprio il piccolo villaggio di Trezza come scenario della sua celebre opera.
La risposta del Verga non si lascia attendere: «Ho immaginato, anzi ho colto proprio in questo villaggio di marinari un esempio di vita vera e universale». Il dialogo fa emergere, inoltre, il profondo legame tra le esperienze personali dello scrittore e la sua produzione letteraria, soffermandosi sull’amore, sulla sofferenza dei più umili, sulle disuguaglianze sociali e sulla fede. Ne risulta un omaggio sentito a Verga, capace di avvicinare il lettore non soltanto al grande scrittore, ma anche all’uomo, ai suoi sentimenti e alla sua sensibilità.

Colloqui notturni / Alla fine, quasi un bilancio spirituale

Nella parte conclusiva, il testo assume il tono di un bilancio spirituale. L’autore desidera andare oltre la semplice cronaca degli avvenimenti per riconoscere, attraverso la rilettura della propria storia, l’opera di Dio nelle esperienze vissute. «Con la luce interiore dello Spirito – conclude l’autore – tenterò di andare oltre la semplice cronaca dei fatti accaduti. Oltre le sofferenze e le fatiche, per scorgere l’Invisibile, l’opera che Dio ha compiuto e gli effetti che ne sono scaturiti».

La memoria non è quindi una semplice raccolta di ricordi: diventa un esercizio di discernimento, una ricerca del significato che gli avvenimenti hanno progressivamente assunto. Particolarmente suggestiva è l’immagine dell’interiorità come «un cantiere aperto». Uno spazio in continua trasformazione nel quale si generano nuove comprensioni di sé e della propria storia.

In questa prospettiva l’esistenza non viene considerata un’opera compiuta una volta per tutte, ma un processo che rimane aperto fino alla morte. Solo alla fine il filo della vita cesserà di allungarsi e la trama potrà essere contemplata nella sua interezza

Giovanni Centamore