L’isola che non c’è / Ad Acireale un confronto appassionato sulla “sicilitudine”

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L'isola che non c'è

Una sala gremita, un dibattito intenso e partecipato e, soprattutto, tante domande sul presente e sul futuro della Sicilia.
Si è svolto con grande partecipazione di pubblico, presso la Sala Convegni AIAS di Acireale, l’incontro “L’isola che non c’è. Le sicilitudini e le Sicilie, fra scandalo, rivalsa e riscatto”, appuntamento inserito nel programma di “Marzo – Il mese della Cultura”.

L’iniziativa -riporta una nota stampa – ha rappresentato un momento di confronto profondo sulla complessa identità dell’isola, sulle sue contraddizioni storiche e culturali. Ma anche sulle energie e sulle possibilità di riscatto che la Sicilia continua a esprimere.

Pietrangelo Buttafuoco Felice Cavallaro e mons. Antonino Raspanti
Da sx: Pietrangelo Buttafuoco, Felice Cavallaro e mons. Antonino Raspanti

Protagonisti del dialogo sono stati Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale di Venezia, Felice Cavallaro, inviato del Corriere della Sera e monsignor Antonino Raspanti, vescovo di Acireale e presidente della Conferenza Episcopale Siciliana.
Tre voci diverse ma complementari che hanno offerto letture articolate della cosiddetta “sicilitudine”, tra provocazione intellettuale e riflessione civile.
Nel corso del dibattito è emersa con forza la necessità di superare stereotipi e rassegnazioni che spesso hanno accompagnato la narrazione dell’isola.

La “sicilitudine” vista da Pietrangelo Buttafuoco

Pietrangelo Buttafuoco
Pietrangelo Buttafuoco

Pietrangelo Buttafuoco ha richiamato la dimensione simbolica e identitaria della Sicilia. «La specificità di questa nostra terra sta nell’essere universale, come luogo, come destino, come memoria. E quindi deve diventarlo anche come avvenire. Se c’è una possibilità di comprendere e accogliere il mondo che verrà, proprio la Sicilia può consentirsi questo lusso. Attraverso le lingue, le sfumature, la suggestione di essere un’isola che contemporaneamente è continente, di essere passato ma anche avvenire.
La consapevolezza culturale non è mai decorazione: è un meccanismo concreto per cui ogni euro investito nella formazione, nella produzione e nella cultura genera un indotto triplicato. Questa è la strada per dare una possibilità alle giovani generazioni di trovare qui quello che si cerca altrove».

Felice Cavallaro sulla “sicilitudine”

Felice Cavallaro, con toni appassionati, ha invece sottolineato le difficoltà che ancora frenano il cambiamento. «Dobbiamo parlare di una Sicilia diversa e non ci riusciamo perché, gira vota e furrìa, siamo sempre allo stesso punto. Torniamo sempre alla mazzetta, alla telefonata dell’amico, al concorso pilotato.
E questo è inaccettabile, perché esistono imprenditori seri che cercano di mobilitare le poche risorse che hanno per cambiare, per migliorare, per costruire una Sicilia capace di richiamare i giovani e farli lavorare. 

E invece c’è qualcosa che, come una fune, ci tira sempre indietro. Dobbiamo prenderne coscienza, sperando di poter cambiare. Perché, se questo accade, è anche responsabilità dei siciliani. La sensazione è che esista una maglia di interessi sotterranei che finisce per stritolare questa Sicilia che vorremmo diversa da quella “buttanissima Sicilia”, immagine efficace coniata anni fa da Pietrangelo Buttafuoco ai tempi di quel populismo che non basta per risollevare le sorti di una terra che ha bisogno invece di intelligenze vive, come ce ne sono tante. Bisogna soltanto sforzarsi di raccoglierle».

Mons. Raspanti ha offerto una prospettiva etica

Pietrangelo Buttafuoco, Nicola DAgostino, Felice Cavallaro, mons.Antonino Raspanti e ass. Enzo di Mauro
Da sx: Pietrangelo Buttafuoco, on. Nicola DAgostino, Felice Cavallaro, mons.Antonino Raspanti e ass. Enzo Di Mauro

A offrire una prospettiva etica è stato monsignor Antonino Raspanti, che ha invitato a riflettere sul significato profondo dell’insularità. «Ci hanno raccontato, tra Ottocento e Novecento, questo senso terribile dell’insularità. Da una parte si vuole evadere, perché non si accettano molte cose; dall’altra è forte il desiderio di restare, lavorare qui e provare a cambiare le cose. È una lotta spesso impari, perché alla fine molti si sentono sconfitti, con la percezione di essere vittime di ingiustizie, egoismi e arretratezze.

Ma chi va via guarda la Sicilia in modo diverso. Chi vive qui ha un punto di osservazione, chi parte ne ha un altro, e chi ci osserva da fuori un altro ancora. Non credo esista una sola verità. Esistono persone che cercano di vivere la propria vicenda personale. Qui tutto si amplifica, perché la cassa di risonanza è più piccola: si amplificano i traumi, le sofferenze, le tragicità. Una venatura di dolore attraversa spesso l’animo dei siciliani; non a caso proprio in Sicilia si vivono in maniera straordinaria i giorni della Pasqua».

La “sicilitudine” sciasciana per Nicola D’Agostino

L’incontro è stato aperto dai saluti istituzionali dell’assessore alle Attività culturali Enzo Di Mauro, che ha accolto gli ospiti, e del deputato regionale Nicola D’Agostino, che si è soffermato sul fenomeno della “sicilitudine” sciasciana, che non deve più essere un alibi ma diventare la molla per l’agognato riscatto.

Tra il numeroso pubblico erano presenti anche rappresentanti della giunta e del consiglio comunale, oltre alle Forze dell’ordine, agli enti e alle realtà che sostengono l’iniziativa.

Il programma della rassegna “Marzo – Il mese della Cultura” prosegue oggi alle 18 presso il Centro culturale Pinella Musmeci, alla Villa Belvedere, con la presentazione del libro “I nostri esordi. Pippo Baudo raccontato da Tuccio Musumeci. E viceversa” di Santino Mirabella.
Dialogheranno con l’autore e con Tuccio Musumeci il giornalista Salvo La Rosa.