MGF / Laura Silvia Battaglia: “Nelle mutilazioni genitali femminili a volte sono le stesse donne a replicare il dolore subito”

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Qualche mese fa ho avuto la possibilità di intervistare Laura Silvia Battaglia e da quell’intervista è emerso un aspetto che mi ero ripromessa di trattare nel momento opportuno: quello delle mutilazioni genitali femminili. Quel momento è arrivato lo scorso sabato, quando in Somalia Khadija Mohamed Al-Makhzoumi, ministro della Famiglia e dello Sviluppo dei diritti umani, ha presentato alla Camera del Popolo un disegno di legge volto a vietare la pratica disumana del MGF.

Khadija Mohamed Al-Makhzoumi

Il tema delle mutilazioni genitali femminili è stata una virata imprevista durante la mia intervista con la giornalista Laura Silvia Battaglia, ma che ha aperto uno squarcio su una realtà che merita di essere raccontata, ascoltata e compresa. E che merita che ciascuna di queste cosa passi per le parole di chi, vivendo lo Yemen, conosce pienamente il tema.

Oggi, alla luce di quanto sta accadendo in Somalia, torno su quelle parole e su una questione che non può essere relegata al silenzio.

Quello del giornalismo è un mondo che non concede sconti e ci sono delle convinzioni che improvvisamente vengono messe in crisi. Qual è la convinzione sul mondo femminile che le storie incontrate nel tuo lavoro hanno capovolto?

La convinzione che le donne siano sempre buone con le altre donne e che siano sempre delle vittime. Ho visto nonne e zie infliggere l’infibulazione alle nipoti, anche quando non era necessario, e mi sono chiesta: perché?

E cosa ti sei risposta? 

Ci sono sicuramente delle ragioni sociali, ma penso che, fondamentalmente, esistano due tipi di esseri umani. Le donne non fanno eccezione. Ci sono persone che incanalano la rabbia in un’azione di liberazione e si battono per sé stesse o per gli altri, per chi è simile a loro e vive la stessa condizione. Altre, invece, incanalano la rabbia in modo diverso: replicano il dolore che hanno subito e trovano una sorta di pace nella sofferenza dell’altro. In questo modo continuano a perpetuare lo stesso circolo vizioso. È una cosa che mi ha colpito molto.

Quanto influisce l’esperienza personale nel modo in cui interpretiamo il comportamento delle altre donne, in particolare quello delle madri?

Sicuramente tanto. Io ho una madre meravigliosa, che ha sempre voluto il mio bene, ha desiderato il meglio per me e mi ha amato di amore incondizionato. Quando cresci con questo tipo di esperienza, pensi che tutte le madri siano così, perché la tua diventa il modello con cui interpreti il comportamento delle altre.

Chi, al contrario, ha avuto una madre anaffettiva potrebbe sviluppare una percezione completamente diversa delle donne e della maternità. Quando ho scoperto questa cosa, ho cominciato a comprendere che anche il modo in cui interpretiamo le altre donne e il loro comportamento può essere influenzato dalla nostra esperienza personale.

La mutilazione genitale femminile viene spesso descritta come una pratica legata alla tradizione. In quali contesti sociali viene considerata necessaria e quali meccanismi portano le famiglie a perpetuarla?

Per spiegare questo meccanismo, faccio un esempio. In una società in cui tutti sono cattolici, il figlio deve essere battezzato. Se nasce un bambino e i genitori decidono di non battezzarlo, i familiari possono cominciare a chiedere: «Come mai non l’hai fatto? Ma che cosa penserà la gente?».Lo stesso meccanismo si ritrova nelle società in cui esistono ancora rituali di passaggio fisici. Se in una famiglia non si circoncide un figlio maschio o non si sottopone una figlia all’infibulazione, nelle comunità in cui queste pratiche sono diffuse, la famiglia può temere le conseguenze sociali di quella scelta.

Il punto, quindi, non è soltanto la pratica in sé, ma la reputazione sociale. Si crede che quel rituale garantisca la purezza fisica del maschio o della femmina e che sia necessario per essere accettati dalla comunità. Per questo queste pratiche continuano: vengono considerate necessarie per rispettare la tradizione e non essere giudicati.

Il problema è comprendere che, in questi casi, si tratta di un atto di violenza che provoca dolore ai bambini. Non è vero che non provano niente. Quando si acquisisce questa consapevolezza, bisogna farsene carico e cominciare a battersi affinché queste pratiche vengano abbandonate.mutilazioni_genitali_Femminili

Quali percorsi di consapevolezza possono portare le comunità ad abbandonare queste pratiche? E quale ruolo svolgono le donne che decidono di opporvisi?

Esistono movimenti che si battono contro queste pratiche e sono molto attivi in diverse zone. Alcune donne aderiscono a questi movimenti perché hanno sperimentato direttamente le conseguenze dell’infibulazione. Ricordano il dolore subito, la sofferenza della prima notte di nozze e i parti terrificanti. Quando capiscono che questa pratica provoca danni al corpo e alla psicologia delle donne, decidono di fare in modo che le proprie figlie non debbano subirla.

Tuttavia, anche all’interno di questi movimenti, che offrono molti esempi positivi, ci sono donne che continuano a sostenere la pratica. Arrivano a dire: «Io voglio che mia figlia venga infibulata perché, come ho sofferto io, voglio che soffra anche lei». In questi casi, non si tratta semplicemente della paura del giudizio sociale. È qualcosa di diverso: una donna che ha sofferto può arrivare a voler riprodurre quella stessa sofferenza sulla propria figlia.

È proprio questo che mi colpisce: anche quando si comprende il dolore subito, non sempre si sceglie di interrompere il ciclo della violenza. A volte si decide, invece, di perpetuarlo.

Quanto è corretto attribuire agli uomini la responsabilità del mantenimento di queste pratiche? Si tratta esclusivamente di una manifestazione del patriarcato oppure entrano in gioco anche convinzioni e comportamenti delle stesse donne?

Questa questione viene raccontata anche molto male, perché si pensa che siano gli uomini a essere i principali responsabili e a decidere tutto. E così non è. 

Io faccio parte di questo movimento che osteggia la pratica, e lo osservo direttamente. In Africa esistono movimenti che si battono contro le mutilazioni genitali femminili e i matrimoni precoci. Tra le persone che hanno aderito più facilmente a queste campagne ci sono anche molti giovani uomini.

Che cosa racconta la tua esperienza personale?

Racconta che un giovane può trovarsi in una situazione molto difficile quando deve avere un rapporto sessuale con la propria moglie infibulata, soprattutto la prima notte di nozze. Molti ragazzi sono spaventati da questa prospettiva, perché non vogliono fare del male alla persona che amano. Dicono: «Ma io sono una persona gentile, questa ragazza mi piace, perché dovrei farle male?». Ci sono coppie che rimangono a lungo senza sapere come affrontare la situazione, anche perché devono dimostrare alle famiglie di aver consumato il matrimonio.

Questo fa capire che le mutilazioni genitali femminili possono creare problemi anche agli uomini. Quando i giovani riescono a liberarsi dai condizionamenti culturali che li legano a queste pratiche, possono diventare alleati importanti nella lotta contro di esse. È soprattutto tra i giovani che vedo questo cambiamento. Gli uomini della mia generazione e quelli più grandi sono cresciuti in contesti diversi.

Trovo interessante che questo fenomeno faccia parte di una trasformazione più ampia, in cui gli uomini iniziano a mostrare la propria fragilità senza averne paura. È qualcosa che noto soprattutto nei ventenni e nei trentenni, molto meno nei cinquantenni.

Questo cambiamento generazionale può essere interpretato come un segnale di trasformazione più ampia, in cui gli uomini iniziano a mettere in discussione i modelli tradizionali di mascolinità e a riconoscere apertamente la propria fragilità?

Sì, assolutamente.Mutilazioni genitali femminili<br>rilevanti per status di rifugiato

È una prospettiva che ribalta una convinzione diffusa: quella secondo cui gli uomini sarebbero necessariamente i principali sostenitori di queste pratiche. Quanto è importante riconoscere anche il loro coinvolgimento nei percorsi di cambiamento?

È importante, ma bisogna considerare anche un altro aspetto: molti uomini non parlano apertamente di queste questioni in pubblico. Ne parlano soprattutto nei gruppi di lavoro ristretti, dove possono confrontarsi con donne e uomini occidentali che non appartengono alla loro comunità e che sono lì per ascoltare.

Non è qualcosa che si sentono necessariamente di dichiarare davanti a un giornalista o in pubblico. Hanno bisogno di uno spazio in cui possano esprimersi senza sentirsi giudicati, un po’ come accade nei gruppi di sostegno, dove le persone riescono a parlare di problemi personali che altrimenti terrebbero nascosti.
Il cambiamento, quindi, richiede tempo e un lavoro costante al fianco delle comunità.

Le campagne internazionali contro le mutilazioni genitali femminili sono giustissime, ma quando vengono condotte in modo troppo aggressivo, senza tenere conto del contesto, rischiano di non essere efficaci, soprattutto nelle comunità di origine immigrata. Funzionano meglio gli interventi realizzati direttamente sul territorio, perché riducono le distanze e permettono alle persone di comprendere il problema a partire dalla propria esperienza. In questo modo, il cambiamento non viene percepito come un’imposizione esterna, ma come una necessità legata a un problema concreto.

Un ragazzo che ama la propria compagna o un marito che non vuole veder soffrire la moglie possono comprendere direttamente le conseguenze di queste pratiche. Se la donna continua a soffrire a causa dell’infibulazione, la situazione diventa dolorosa anche per loro.

Quali strategie si rivelano più efficaci per contrastare le mutilazioni genitali femminili e i matrimoni precoci? È possibile ottenere risultati duraturi senza imporre dall’esterno un modello culturale?

I risultati più efficaci si ottengono lavorando direttamente con le comunità, senza limitarsi a campagne esterne che rischiano di non cogliere la complessità della situazione.
È necessario che le persone comprendano le conseguenze concrete di queste pratiche e maturino la consapevolezza che sia possibile abbandonarle. Il cambiamento funziona quando nasce anche dall’interno delle comunità e viene riconosciuto come necessario per evitare sofferenze, anziché essere percepito come un modello imposto dall’esterno.

Perché è importante raccontare queste esperienze e dare spazio alle voci di chi vive direttamente queste realtà?

Perché spesso si rimane alla superficie del problema. Esiste una campagna contro queste pratiche, ed è giustissima, ma la questione viene osservata da un punto di vista esterno, senza approfondire tutti i dettagli della vita reale.

Questi aspetti sono conosciuti da chi lavora direttamente sul territorio, dagli operatori e dalle ONG, che entrano in contatto con le persone e possono comprendere meglio le dinamiche che portano a perpetuare queste pratiche.

Quanto pesa, nella rappresentazione di queste pratiche, una prospettiva esterna che rischia di non cogliere la complessità delle dinamiche sociali e culturali delle comunità coinvolte?

Secondo me, il problema è che chi racconta queste cose spesso non le conosce davvero. Parla di questioni di cui non sa abbastanza e che non ha approfondito direttamente.
Questo porta a costruire una percezione della realtà che può essere molto diversa da quella vissuta dalle persone coinvolte. Per comprendere davvero queste pratiche, bisogna andare oltre la rappresentazione superficiale e ascoltare chi conosce da vicino le comunità e le loro esperienze.

È quindi la storia, molte triste, di donne che odiano le donne e della mutilazione genitale che traveste la violenza in tradizione sociale e cambia la vita a centinaia di bambine ogni anno.

Chiara Costanzo