Mostra / “Ketsia”di Antonio Raciti: racconto fotografico di viaggi di migranti e vite spezzate

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Ketsia

C’è un nome che racchiude il senso di un intero progetto: Ketsia. È quello di una giovane che non è mai riuscita a raggiungere le coste italiane, inciso su uno degli strumenti musicali costruiti con il legno recuperato dai barconi dei migranti.
Da quella storia prende forma “Ketsia… la sua voce”, la mostra fotografica di Antonio Raciti, in esposizione dal 13 al 19 luglio negli spazi di Palazzo Vigo a Torre Archirafi.

Mostra Ketsia presentazione
Presentazione della mostra

Più che una raccolta di fotografie, quella ideata da Raciti è una narrazione visiva che intreccia memoria, arte e impegno civile. Le ventiquattro immagini in mostra conducono il visitatore in un percorso che parte dagli oggetti e arriva alle persone. Raccontando il fenomeno migratorio attraverso dettagli, volti e simboli capaci di andare oltre la cronaca.
Il cuore dell’esposizione è rappresentato dalla straordinaria trasformazione del legno dei barconi approdati sulle coste siciliane. Materiale che porta impressi i segni di viaggi drammatici e di vite spezzate e viene recuperato e lavorato fino a diventare violini, viole e violoncelli.
Un processo che restituisce nuova vita a ciò che sembrava destinato a rimanere soltanto una testimonianza di dolore.Ketsia-3

In una mostra il racconto di vite spezzate, speranze, rinascita

La musica diventa così il linguaggio della rinascita, mentre ogni strumento conserva il nome di una persona scomparsa durante la traversata del Mediterraneo, mantenendone viva la memoria. Accanto agli strumenti trovano spazio i ritratti dei giovani migranti accolti nei progetti del Sistema di Accoglienza e Integrazione. Sono immagini che raccontano gesti quotidiani, momenti di crescita, speranze e difficoltà di ragazzi impegnati a costruire un futuro lontano dai Paesi d’origine.

Lo sguardo del fotografo evita ogni forma di spettacolarizzazione, privilegiando invece l’incontro umano e la restituzione dell’identità individuale. L’idea della mostra affonda le radici in un percorso iniziato molti anni fa.
In origine volevo raccontare i mestieri attraverso la fotografia – spiega Raciti. Il progetto cambiò quando incontrai un ex compagno di liceo, diventato liutaio. Anni dopo ci ritrovammo e mi raccontò dell’esperienza di costruire strumenti musicali utilizzando il legno dei barconi dei migranti. Da quel momento capii di avere trovato la storia che cercavo”.Ketsia-2

Quel liutaio è Salvatore Li Rosi, protagonista insieme alla cooperativa sociale “Ro La Formichina” di Santa Venerina, di un laboratorio che coinvolge anche persone fragili e giovani in difficoltà. Tra le sue mani, il legno recuperato dal mare si trasforma in strumenti destinati a diffondere un messaggio di pace e di speranza. Ribaltando il significato originario di quelle imbarcazioni.

Per Raciti la fotografia rappresenta da sempre un mezzo per approfondire temi sociali e raccontare le persone attraverso una narrazione essenziale, costruita più sull’emozione che sull’effetto. Nei suoi lavori l’immagine non cerca mai il sensazionalismo ma invita lo spettatore a fermarsi e a riflettere. E’ la stessa identità stilistica che caratterizza “Ketsia… la sua voce”, un progetto nato dall’incontro tra fotografia, musica e memoria. Un progetto in grado di trasformare una tragedia collettiva in un racconto di umanità.

Dopo essere stata ospitata a Scicli, Ragusa e Pozzallo, la mostra è approdata a Torre Archirafi, confermando un percorso itinerante che continua a coinvolgere pubblici diversi. Un invito a guardare il Mediterraneo non soltanto come confine geografico, ma come luogo di storie, speranze e vite che meritano di essere ascoltate.

 

                                                                                 Caterina Maria Torrisi