Politica / La Lega Nord, 40 anni di linguaggi che hanno segnato la storia italiana

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Carl Jung le definisce “sincronicità”, quando teorizza che alcune coincidenze siano talmente significative da non poter essere relegate a semplice casistica; ed è vero: c’è una cronologia, un inseguirsi di numeri un pò dissonante anche nella storia italiana, che attraversa gli eventi e li lega.

Il 12 aprile 1984 a Varese Umberto Bossi, Manuela Marrone (sua seconda moglie), Giuseppe Leoni, Pierangelo Brivio, Marino Moroni ed Emilio Benito Rodolfo Sogliaghi danno vita alla Lega Autonomista Lombarda, partito destinato a cambiare la storia italiana. Sono trascorsi appena 39 anni dalla fine della seconda guerra mondiale, avvenuta nel maggio del 1945.

Nel marzo del 2026 il leader storico, Umberto Bossi, si spegne. Riguardando i numeri di questa storia italiana ci rendiamo conto che sono passati 41 anni dalla fondazione della Lega e nemmeno cento dalla fine della seconda guerra mondiale.

La storia della Lega in Italia / politica delle emozioni

E’ una storia che l’Italia respira ancora, ma che non colloca nella giusta cronologia. E’ uno scherzo strano che ci fanno gli anni: li mettiamo in fila, ma li pensiamo come eventi separati, slegati l’uno dall’altro. Eppure il richiamo della storia è tutto nelle date che la compongono, nell’avvicendarsi degli eventi che ne fanno una cornice attorno alla nostra vita e dentro la quale la stessa si sviluppa.

Non ci rendiamo conto della simultaneità degli eventi, ma tantissimi momenti si incrociano e coincidono: Fusajiro Yamauchi fonda la Nintendo negli stessi anni in cui Londra è terrorizzata dalla presenza di Jack lo Squartatore, la regina Elisabetta e Marylin Monroe nascono nello stesso anno, l’Università di Bologna esiste già centinaia di anni prima della fondazione dell’impero azteco, Anne Frank e Martin Luther King Jr oggi avrebbero avuto la stessa età. La storia si muove su strade parallele, che a volte è impossibile che si incrocino, capaci di raccontare in parti del mondo diverse una porzione di vita sovrapposta.

E se la coincidenza non è immediatamente diretta, è comunque importante ragionare per epoche.

Epoche e storia / L’Italia si riscopre alla fine della Guerra

Mentre il secondo dopoguerra avanza, a poco meno di settant’anni dallo scoppio della prima guerra mondiale, l’Italia ancora ferita si trova a fronteggiare una nuova separazione interna: il nord contro il sud. Sogni secessionisti che frammentano un Paese che ancora sta faticando a sentirsi unito, sicuro, salvo. Centinaia di madri piangono ancora i loro figli, centinaia di giovani coppie faticano a costruirsi una vita, centinaia di persone portano i traumi di una guerra lunga, sanguinosa, devastante economicamente ed emotivamente.

In questo sfumatura di storia nasce la Lega, con una manovra emozionale, basata sul senso di appartenenza ad una terra, quella del Piave, che in prima linea aveva fronteggiato le linee nemiche. Una terra che, nel facinoroso immaginario collettivo, aveva più merito del sud.

La Lega, sull’onda emozionale, si ritaglia un suo spazio nella storia italiana. Una storia già mortalmente ferita e mutilata.

Lega storia italiana Bossi

La Lega Nord, il secessionismo e l’Italia che scopre un modo nuovo di fare politica

Fin da subito la Lega Nord si sagoma alla figura di Bossi. Il varese non è esattamente uno statista, piuttosto riprende le file del sovranismo e sdogana termini e modi che accendono gli animi.

Bossi cambia il dress code in Parlamento sostituendo la cravatta con la canottiera, alza il dito medio agli oppositori, si macchia di vilipendio alla bandiera ed offesa al Presidente della Repubblica. Chiama i meridionali “terroni”, come se il legame con la terra debba essere qualcosa di cui vergognarsi. Li definisce parassiti capaci di rubare le risorse del nord.

All’apice della sua carriera politica firma la Bossi-Fini, la legge contro l’immigrazione che viene bollata dalla Commissione Europea contro il razzismo come grave strumento di discriminazione.

Proprio a motivo di questa visione politica nel 2002 e nel 2006 il Consiglio d’Europa segnala come il partito faccia uso intenso di propaganda razzista e xenofoba.

La Lega a colpi di slogan osceni, frasi sessiste, linguaggi farciti di volgarità e terminologie inappropriate innesca una strategia studiata ad hoc, che abbassa la decenza e sdogana una nuova concezione di politica italiana, rivoluzionandone storia e verbi, modi e pensieri.

In questa nuova visione la politica perde l’eleganza della rinascita costituente: l’odio diventa accettabile, l’identità politica per alcuni si fonda sull’esclusione e l’insulto diventa una forma verbale al pari di un’altra. Un linguaggio politico ancora oggi fortemente espresso nei comizi elettorali, farciti di improperi che sostituiscono gli argomenti.

Da Pontida a Pantelleria, in Italia cambia il nemico ma non la storia 

Pontida, quarant’anni dopo la sua prima manifestazione, è tornata alla ribalta della cronaca per i funerali di Bossi.

Lega storia italiana

Centinaia di leghisti hanno cantato ogni sorta di coro da stadio inneggiante al tricolore bruciato, hanno urlato slogan, si sono riempiti la bocca di quegli stereotipi che hanno caratterizzato la loro storia. Inni secessionisti, bandiere con il Sole delle Alpi sventolate, camicie verdi: un funerale che era un raduno ideologico di gente che cantava l’odio per lo Stato davanti a Meloni, La Russa, Tajani nel silenzio composto delle autorità. Un silenzio che ha ricordato quei genitori rassegnati che davanti a figli indisciplinati rimandando il rimprovero in privato, invece di sgridare in pubblico.

Intanto l’avanzare della storia ci racconta che il “nemico” cambia. O meglio, si riformula a favore di voto. Come Google maps che rivede il percorso quando capisce che la strada non è quella migliore, quando capisce che hai sbagliato l’uscita dalla rotonda.

Con il solo voto del nord non si mantiene una corrente politica e diventa necessario avere anche l’assenso del sud. L’odio resta uguale, ma il bersaglio a cui è diretto cambia. Fuori i terroni, dentro gli immigrati. In un momento storico in cui le coste siciliane si riempiono di profughi in cerca di rifugio ecco apparire il nemico perfetto: il rancore resta uguale, l’ignoranza su cui fare leva pure. Basta trovare qualcuno su cui riversare le paure e da incolpare ed il processo si innesca naturalmente.

Un Motu proprio laico: trova una paura da cavalcare, dagli un’identità e fomenta il livore sociale.

Serve quindi un bersaglio su cui riversare quel sentimento cupo che è l’odio, capace di non guardare in faccia nessuno e di unire il popolino sotto l’egida del terrore, della paura di ciò che non conosci. Il ragionamento è quasi elementare: nemici comuni creano amicizie comuni.

La percezione dei figli degli anni ’90

La fine di Bossi, ai figli degli anni 90, riporta alla mente solo slogan urlati, frasi impronunciabili sul tricolore, mattanza di uno Stato che a scuola raccontavano unito ma che nei fatti era diviso dalle parole di un politicante che beveva l’acqua del Po, raccolta nella famosa ampolla e vessillo di un’ideologia fobica.

Erano gli anni in cui gli italiani non si vergognavano solo delle leggi, ma della presenza di certi politici capaci di destabilizzare l’unità del Paese; gli anni di bim bum bam e di Pontida, gli anni di kiss me Licia e del bunga bunga. Gli anni in cui la politica non era un’idea, ma un alibi alle proprie frustrazioni e perversioni.

Per carità, non che oggi sia tanto diverso. Ma in quegli anni era una sorta di marchio di fabbrica.
A prescindere da quale idea politica riguardasse ciascuno di noi, il modo di fare politica era quello: amorale, urlato, lavatrice di soldi e di idee.E Bossi, per i figli del sud, faceva discorsi incomprensibili, ragionamenti esasperati che non ci riconoscevano l’essere italiani.
Eravamo sporchi, ladri, incapaci. Noi, che sulle sponde dello Ionio abbiamo diviso la civiltà coi greci, noi che abbiamo la consolare Valeria che collega dalla Sicilia a Roma.. noi eravamo quelli con poca cultura. Ignoranti nati nel lato dell’Italia sbagliato, figli di uno svantaggio economico e sociale determinato dalla distanza con il Po.

E oggi, cosa ci resta di questa storia tutta italiana?

Forse qualcuno ha dimenticato quando quelli che dovevano essere aiutati a casa loro eravamo noi meridionali. Quando Etna e Vesuvio dovevano ristabilire gli equilibri.
Quando c’era ancora un certo rancore che ci lasciava “calpesti e derisi“, volendo citare il canto degli italiani.

Propaganda d’immagine e di immaginazioni

La storia però ripristina i vuoti ed è capace di colmare quello che una certa corrente ideologica aveva voluto svuotare.
La damnatio memoriae, che forse qualcuno avrebbe preferito invocare, ha ceduto senza esitazione il posto alla memoria e ci ha ricordato che quando muore un uomo l’oblio non è dovuto, al contrario riecheggia l’eco del passato. Di ciò che è stato detto, di ciò che è stato urlato. Ed in questo caso nessuna bandiera a mezz’asta ma solo un tricolore che sventola nel cielo e saluta chi va via. Nonostante qualcuno, in passato, proprio con quel tricolore abbia tanto desiderato pulircisi… la faccia.

Chiara Costanzo