Pugilato / Lucia Ayari da Librino al bronzo ai mondiali

Lucia Elen Ayari porta Librino e la Sicilia al bronzo ai mondiali giovanili di pugilato in Polonia con la nazionale azzurra. Un orgoglio non da poco, per un enorme quartiere dell’area metropolitana di Catania troppo spesso sulle cronache per motivi di abbandono delle istituzioni e degrado sociale. Ma soprattutto un quartiere dove scegliere che direzione prendere è meno semplice che altrove e, per farlo, servono determinazione e coraggio più che altrove. Perché se è vero che le croci non si scelgono, come non si sceglie dove nascere, è altrettanto vero che si può scegliere spesso da che parte stare. Perseguendo con determinazione una direzione, come ha fatto la piccola grande Lucia Ayari, nuova stellina siciliana nel firmamento dello sport giovanile italiano.

Pugilato / Lucia Ayari da Librino al bronzo ai mondiali

E’ lei a portare in dote al nostro Paese una medaglia di bronzo ai Mondiali di pugilato per la categoria Youth in programma dal 13 al 24 aprile a Kielce, in Polonia. Lo ha fatto combattendo la sera del 19 aprile, proprio mentre la sua Librino balzava alle cronache per l’operazione che portava le forze dell’ordine ad arrestare 14 persone, per una furiosa sparatoria tra bande mafiose che l’8 agosto scorso aveva lasciato a terra due morti e più feriti. Davanti a bambini inermi. Ecco perché il suo bronzo, sorprendente e gioioso, luccica già più dell’oro: a Librino devi scegliere presto, spesso da bambino, se prendere direzioni del genere o no. E troppo spesso, senza una famiglia in grado di sorreggerti, come accaduto proprio a Lucia da piccolissima, accolta però dall’Istituto San Giuseppe delle Suore Serve della Divina Provvidenza, zona Cibali.

Una famiglia chiamata Provvidenza Lucia Ayari boxe

“Madri” di tantissimi bimbi che, spesso, hanno avuto solo la “colpa” di nascere dalla “parte sbagliata del mondo” o da famiglie non in grado di accudirli. Spesso figli di chi per qualcuno doveva “restare a casa sua” a rinsecchirsi come il deserto che avanza a causa dei cambiamenti climatici. O magari farsi sgozzare da mercenari senza pietà, mentre invece ha cercato e trovato speranza almeno prendendo il mare. Una speranza incarnata da chi, come la Madre generale, suor Vita Parisi, e suor Rosalia Caserta, insieme a validi collaboratori, non si chiede tanto da dove vengano certi bambini, ma soprattutto come dare loro una vita dignitosa e amorevole. Per essere sintetici, un luogo familiare, istruttivo e formativo.

Un’altra famiglia chiamata Boxing Team Catania Ring

Forse c’era anche la speranza di tanti “fratellini” di Lucia, in primis dell’amica del cuore, Ester Orofino, sofferente come combattesse personalmente, davanti agli schermi del PalaNitta: la “tana” del Boxing Team Catania Ring, scuola della presidente Grazia Messina e del maestro Antonino Maccarrone che Lucia, quasi diciottenne, non fatica a definire “come un padre”. “Ricordo che da piccola mi appassionavano la danza e zumba – ci racconta emozionata perché non certo abituata ai fari mediatici. – Ma amavo tutto lo sport che mi proponessero: con la gonnellina e le ballerine stesse ai piedi, tornata da danza andavo a giocare a calcio coi ragazzi”. Mamma italiana e papà tunisino, Lucia Ayari combatte per la categoria 51 kg, avendo scoperto il pugilato a 13 anni. Galeotta una frase del maestro Maccarrone.

“Lo sai che hai la faccia da pugile? Perché non provi?”

“Ero seduta, mi disse così e ci rimasi di stucco – ci confida Lucia. – Ma cominciò a piacermi moltissimo per tanti motivi. Finalmente riuscivo a intravedere negli altri anche persone di cui potermi fidare e non qualcuno pronto ad abbandonarmi. Di sicuro come mai prima, portando con me la ferita di una mancanza dall’infanzia. Inoltre, ho disciplinato sia la mia esuberanza fisica, imparando a gestire le forze, sia il mio carattere. Per me il pugilato è stato davvero un colpo di fulmine, in grado di darmi equilibrio: da piccola ero irrequieta e scontrosa. La boxe mi ha aiutata a riflettere più lucidamente in generale. Ovviamente non subito: ad esempio, con l’aiuto del mio maestro, ho capito che ciò che conta non è il verdetto, ma ciò che si fa e come lo si fa”. 

E se da una parte il pugilato l’ha disciplinata ed equilibrata, dall’altro quelle “madri” dell’Istituto San Giuseppe di Catania le hanno teso braccia amorevoli decisive per uno sviluppo integrale.

Valeria Calabrese Lucia Ayari Gianfranco Rosi
Lucia Ayari tra i tecnici Valeria Calabrese e Gianfranco Rosi

Le “madri” dell’Istituto San Giuseppe

“Grazie a queste persone sono cresciuta proprio come donna. Mi ero sempre rapportata per lo più con i ragazzi – racconta Lucia – avendo anche quattro fratelli più grandi di me. Suor Vita e suor Rosalia mi hanno trasmesso femminilità e affetto. Inoltre grazie a loro ho iniziato ad amare le preghiere, ho fatto la prima comunione e ho conosciuto la fede. Potrei dire che mi hanno insegnato talmente tante cose e fatto fare talmente tante attività diverse (il laboratorio che ha dato vita alla Bottega di San Giuseppe è una di queste, ndr), da avermi insegnato a vivere con pienezza. Ricordo gli anni in istituto come una scuola di vita amorevole che mi ha aperto la mente. Tutto il contrario di bacchette o stereotipi che una congregazione di suore potrebbe fare pensare superficialmente”.

Pugilato / Lucia Ayari e il suo futuro

Lucia è oggi un orgoglio e una speranza per tutta Librino. Vanta già 3 titoli italiani, l’ultimo nel 2020, un secondo posto agli europei del 2018 e un bronzo ai campionati europei del 2019. Ma anche la vittoria di tre tornei internazionali: rispettivamente nel 2018, 2019 e 2020. Merito anche della modicana Valeria Calabrese, ormai punto di riferimento della boxe in Sicilia, ma soprattutto di una palestra che è un centro di aggregazione sociale in grado di cambiare la storia del quartiere. Lucia è oggi una promessa per tutto il movimento azzurro, con due sogni dichiarati. Il primo è finire gli studi e, col tempo, iscriversi alla Facoltà di Giurisprudenza; il secondo è centrare le Olimpiadi 2024. A maggio però si torna già sul ring: l’aspettano i campionati italiani. La direzione è presa: non resta che percorrerla fino in fondo per vedere dove porta.

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