Racconti / Inedito_7: Le straordinarie avventure di Ademario e Marlùna nella scuola “P.V.” (1^ parte)

Un racconto fantastico ambientato in una scuola immaginaria.

Ademario e Marlùna erano due ragazzi, fratello e sorella, che abitavano nella terra di Aciland. Ademario era quasi due anni più grande della sorella, ma fin da piccoli erano sempre stati insieme ed avevano sempre fatto ogni cosa insieme, come se fossero stati coetanei. Per questo, erano cresciuti molto legati tra di loro. E così, dopo aver completato gli studi ed aver conseguito la laurea, avevano iniziato a lavorare un po’ qua e un po’ là facendo gli insegnanti, finché decisero di tentare di entrare in quella che era la scuola più importante della loro zona: la famosa scuola “P.V.”, detta così dalle iniziali del suo motto, che suonava, in latino, “Parvi Vastantes” (Piccoli distruttori), con chiaro riferimento agli allievi che la frequentavano, i cuccioli più terribili della zona. Ma i due giovani avevano lavorato qualche tempo, per farsi le ossa, nella terra del Ponte, dove la vita è dura, e quindi ritenevano di avere esperienza sufficiente per potercela fare.

Gli insegnanti di questa scuola appartenevano alla categoria dei Ticiartìm, le creature più strambe e più imprevedibili che esistessero. Questi Ticiartìm facevano parte della razza degli gnomi ed erano quasi tutti di sesso femminile. Alcuni erano bassi e tozzi, altri invece erano magri ed allampanati, molto simili a dei manici di scopa. Avevano i capelli di vari colori, dal nero corvino al bianco cenere, dal rosso fuoco al biondo grano; qualcuno li aveva a strisce bianche e nere e qualcun altro aveva delle striature di azzurro. Ma tutti li portavano piuttosto corti e ritti sulla testa, per effetto delle diavolerie che ogni giorno combinavano loro i cuccioli-allievi che frequentavano la scuola “P.V.”. Qualcuno portava anche barba e baffi (indipendentemente dal sesso). Tutti tenevano con sé una borsa piuttosto voluminosa piena di carte, libri, giornali e roba da mangiare, tanta roba da mangiare, perché erano sempre affamati al pari dei loro allievi. Inoltre si muovevano con delle piccole carrozzette a tre e quattro ruote, con cui si spostavano tra le loro abitazioni e la scuola e con cui si divertivano a fare ampi giri e controgiri nel grande cortile della scuola. Erano quasi sempre burberi e scontrosi, perché, per tenere a freno quei cuccioli scatenati con cui erano costretti a lavorare, non si potevano permettere di essere gentili, ma dovevano sempre urlare ed usare le maniere forti. Nelle occasioni in cui si riunivano, tutti insieme o a piccoli gruppi, quando non mangiavano o bevevano caffè, parlavano in continuazione perché avevano sempre qualcosa di cui lamentarsi, e lo facevano gridando e insultandosi l’un l’altro. Però erano anche preparatissimi e coltissimi, e quasi tutti sapevano parlare correntemente in inglese, francese, spagnolo e qualcuno anche in tedesco; inoltre alcuni conoscevano pure le antiche lingue classiche, latino e greco. Presso la scuola si tenevano infatti numerosi corsi di lingua straniera e di lingue classiche, sia a livello elementare che avanzato.

Il loro capo si chiamava Sarcoccio, ed era  anche lui un tipo piuttosto tosto. Era sempre serio ed accigliato, ed aveva una caratteristica unica nel suo genere che lo rendeva ancora più terribile: aveva un terzo occhio al centro della fronte, e mentre i due normali erano di color celeste ghiaccio, il terzo occhio era rosso fuoco. Quando parlava con qualcuno, lo guardava dritto negli occhi, come se volesse trafiggerlo, e non sorrideva mai. Chi lo conosceva bene, affermava che solo in famiglia abbozzava ogni tanto una risatina, ma nessuno lo aveva mai visto ridere o sorridere in pubblico.

 Quando Ademario e Marlùna si presentarono da lui chiedendogli si poter entrare a far parte del gruppo dei Ticiartìm della sua scuola, egli li guardò a lungo senza dire una parola, posando alternativamente i suoi occhi di ghiaccio e di fuoco ora sull’uno, ora sull’altra, come se volesse incenerirli (o congelarli). Finalmente, dopo un tempo imprecisabile che ai due giovani sembrò un’eternità, rispose parlando piano e con la voce che sembrava un sibilo: “Siete ben decisi a voler entrare tra i Ticiartìm? Bene! E allora preparatevi ad affrontare le peggiori prove che voi possiate immaginare, perché io vi butterò in mezzo ai peggiori cuccioli della scuola, e voi dovrete insegnar loro tutto il meglio delle vostre arti: leggere usando la giusta intonazione, scrivere con proprietà di linguaggio, recitare con buona dizione, comporre poesie, saper usare la lingua con disinvoltura, comprendere al volo il senso ed il significato di quello che si legge, esporre il proprio pensiero in maniera convincente e saper affrontare dibattiti, fare relazioni, e quant’altro di meglio sappiate fare.  Ma tutto questo non basta, perché dovrete insegnar loro anche le buone maniere, il comportamento più corretto da tenere in società, il rispetto di se stessi, degli altri compagni e compagne, delle persone, delle cose, dell’ambiente, delle regole; e quindi dovrete insegnar loro a non sedersi sui banchi e a non salire sulle sedie, a stare in piedi dritti senza mettersi le mani in tasca e le dita nel naso, a non masticare gomme e a non appiccicarle sotto i banchi, sotto le sedie o nei capelli dei compagni e delle compagne, a non grattarsi la testa e a non tirar fuori le caccole dal naso facendole poi a palline da lanciare dove capita, a non tirarsi addosso palle di carta, gomme, penne, matite, borselli e qualunque altra cosa capiti sotto mano, a non farsi lo sgambetto ed il solletico, a non tirarsi i capelli e a non toccare il sedere alle compagne, a non rompere le sedie ed i banchi e a non ricoprirli di disegni e scarabocchi, a non imbrattare le pareti, a non sbadigliare, ruttare e scorreggiare durante le lezioni, a non tirare la coda ai gatti e a non spingersi per le scale, a non dire parolacce e farsi gesti offensivi. Ed ancora, dovrete sapervi fare ubbidire con un cenno del capo, con un gesto della mano, con un semplice sguardo. E guai a voi se non sarete capaci di farlo, perché la peggiore punizione l’avrete da loro stessi.”

Sarcoccio sembrava che avesse finito di enumerare i difficili compiti che aspettavano i due sventurati giovani, ma dopo una breve pausa riprese a parlare con un tono ancora più minaccioso: “Ma tutto questo non è che l’ordinario, perché poi c’è anche lo straordinario. E lo straordinario consiste in due prove particolari: come prima prova dovrete affrontare il mostro Invalsi, e vi lascio scoprire da soli di che cosa è capace. Per la seconda prova, dovete sapere che tutti noi abbiamo una caratteristica che ci rende unici: abbiamo dei simpatici ospiti che ci fanno compagnia e che abitano sul nostro corpo. Si tratta dei p.o.f., come noi li chiamiamo amichevolmente, cioè a dire pulices operantes furtim, piccole pulci che operano di nascosto senza che noi stessi sappiamo quante e dove siano, ma delle quali non potremmo fare a meno, perché su di esse si fonda la vita stessa della scuola e tutta la sua organizzazione. Ebbene, voi dovete renderci un grande servigio: contarle tutte, una per una, e farci sapere quante sono. E questo conteggio dovete farlo non solo sui cuccioli, ma anche sui loro genitori e sugli stessi Ticiartìm, correndo anche il rischio di essere contagiati voi stessi dai p.o.f. A metà anno dovrete illustrarmi l’andamento dei lavori e alla fine dell’anno dovrete presentare i risultati definitivi di fronte a tutti i Ticiartìm. Buon lavoro!” E così dicendo li congedò, affidandoli al suo collaboratore Oliver. Questi era un tipo strano: era anche lui un Ticiartìm, ma a volte si schierava dalla parte dei colleghi difendendoli a spada tratta, mentre altre volte li tartassava e li maltrattava, dimostrandosi più spietato del capo Sarcoccio.

Oliver condusse Ademario e Marlùna in un’aula da cui proveniva un baccano infernale, ma alla vista di Oliver tutti i cuccioli si zittirono impauriti rintanandosi nei loro banchi. Senza tanti complimenti, Oliver disse che quella era una delle classi affidate alla loro cura, dopo di che li lasciò senza degnare di un ulteriore sguardo né loro né i cuccioli, i quali, appena uscito Oliver, ripresero il loro baccano infernale senza curarsi minimamente della presenza di Ademario e Marlùna, anzi alcuni di essi iniziarono un girotondo attorno ai due attoniti giovani, che non sapevano che pesci pigliare, prendendoli di mira con palle di carta e gomme masticate. E per quel giorno ogni loro tentativo di calmare quei cuccioli scatenati risultò inutile. Per cui, alla fine della giornata, essi avevano i capelli ritti in testa, cominciando così ad assumere anche loro l’aspetto tipico dei Ticiartìm.

L’indomani, Ademario e Marlùna vennero mandati separatamente in altre classi, e stavolta le cose sembrò che andassero un po’ meglio, sia perché le classi erano formate da cuccioli un po’ più grandicelli, sia perché i due giovani si erano preparati, cominciando a predisporre delle strategie per affrontare adeguatamente quei diavoli scatenati. Tra l’altro Marlùna aveva frequentato una scuola di formazione particolare che preparava proprio a fronteggiare situazioni di quel tipo. Era la famosa scuola    “Si-sì”, che si chiamava a questo modo perché bisognava sempre dire sì, anche quando non si capiva niente, ma a furia di dire sempre sì, prima o poi si cominciava a capire qualcosa e, soprattutto, si imparava a far dire sì anche agli altri. I cuccioli del secondo giorno erano un po’ meno scatenati e accettarono di fare qualcosa con loro e di ascoltarli pure per qualche tempo. Ma dopo un po’ vollero giocare, e siccome Ademario e Marlùna in fatto di giochi erano dei grandi esperti, riuscirono a coinvolgere i cuccioli in una maniera tale che alla fine dei loro periodi di attività questi non volevano più farli andar via. Fatto sta che a poco a poco Ademario e Marlùna –  un po’ con le buone, un po’ con le cattive, un po’ con le minacce, un po’ con il gioco, un po’ con tutti gli espedienti possibili e immaginabili, ora prendendoli in giro, ora premiandoli, ora apprezzandoli, ora maltrattandoli –  riuscirono a domare i loro cuccioli e a non avere più problemi quando entravano in classe. Anzi, la loro fama si diffuse per tutta la scuola, e così, anche quando andavano in altre classi, essi venivano accolti con entusiasmo dai cuccioli e trattati bene. La cosa arrivò anche alle orecchie del capo Sarcoccio, che ogni tanto entrava a sorpresa quando essi si trovavano in classe, ed ogni volta restava sorpreso del buon comportamento dei cuccioli. (Continua)

Nino De Maria

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