Recensione / Riempie un vuoto storico il saggio di Alfonso Sciacca e Lorenzo Massimino su Giambartolo Romeo

Giambartolo Romeo … chi era costui? È la domanda, in perfetto richiamo manzoniano, che ci permettiamo di parafrasare e di rivolgere ai tanti che, forse, sconoscono il rappresentante istituzionale di Acireale alla Camera dei Deputati dal 1879 al 1887, XIII-XVI legislatura del Regno d’Italia.

Al di là dell’epigrafe posta nell’antisala del Consiglio Comunale del Palazzo di Città di Acireale e del busto dello scultore Michele La Spina, collocato nel 1892 nella Villa Belvedere, non ci sono stati per il passato altri riferimenti o approfondimenti su questo illustre acese, all’infuori dell’articolo rievocativo dell’avv. Felice Saporita[1] del 1987 a cent’anni dalla sua morte.
Questo vuoto storico, finalmente, può dirsi colmato grazie alla pubblicazione di un recente saggio, Giambartolo Romeo. Il cerchio che si spezza. Una storia, di Alfonso Sciacca e Lorenzo Massimino, Acireale-Roma 2019, Bonanno Editore, al n. 196 della Collana Scaffale del nuovo millennio.

L’opera, diciamolo subito, non è una semplice e pedissequa biografia del parlamentare acese, ma un saggio storico che, partendo dalla vicenda esistenziale del Romeo, investe un periodo storico cruciale e determinante per la città di Acireale e per gli avvenimenti postunitari del Regno d’Italia. E potremmo configurare nel testo, in un gioco di parole, una compenetrazione e un rimando, costanti e puntuali, dalla microstoria alla macrostoria e viceversa.

Già l’introduzione ci porta a considerare rilevanti alcuni aspetti storici: il riferimento all’Unità d’Italia e alle condizioni politiche ed economiche del paese e, in particolare, al contesto socio-economico delle regioni del Sud; l’esigenza di cambiamento a livello nazionale all’indomani della unificazione di regioni storicamente diverse fra loro e il bisogno della nuova classe dirigente di creare significative convergenze tra operato politico e culturale; l’individuazione di una nuova metodologia d’approccio storico che tenga in debito conto la storia delle famiglie nel consesso locale e nazionale; la comprensione dei  motivi che spinsero un uomo, di cultura e di pensiero, a scendere in politica e, vincendo le resistenze che vi si frapponevano, a volersi fare testimone delle tensioni e delle attese della sua gente; il cogliere in maniera nuova e originale nella storia della cultura acese la rottura, il cerchio che si spezza, degli antichi equilibri della vecchia classe dirigente per una prospettiva di cambiamento sociale e culturale, compreso quello di natura religiosa; infine, far intravedere in filigrana le conseguenze delle frammentarie decisioni delle classi dirigenti acesi nel corso del Novecento e le ripercussioni di quelle scelte che ancora è possibile intravedere nella realtà odierna.

È un’opera saggistica, questa, che si legge tutta d’un fiato, anche perché sorretta da un linguaggio di alto profilo storico e che esprime una tensione non banalmente educativa e formativa e soprattutto un respiro culturale esemplare. Le note a piè pagina non sono semplici riferimenti, ma chiariscono, approfondiscono i contenuti ed allargano le prospettive storiche a livello locale e nazionale.

Il saggio prende le mosse da una disanima dell’Italia post-unitaria, anche all’interno della trama di fatti regionali e locali. E ci sollecita, al proposito, quanto sviluppato tempo fa dallo storico Francesco Renda[2], che mette in risalto, per i primi quindici anni del Regno d’Italia, come il governo della Destra Storica abbia attuato nei confronti del Mezzogiorno d’Italia una miope politica, che porta il Paese ad una rilevante disunione tra Centro-Nord e Sud d’Italia. Non ci si riferisce solo al mancato progetto di riforma regionalistica, auspicata precedentemente da Carlo Cattaneo, quanto ad una nuova visione delle regioni del Mezzogiorno dove portare il riscatto sociale anziché la repressione e lo stato d’assedio, con venature razzistiche, dove bisognava piuttosto cominciare a risolvere i molti problemi, tra cui quello della terra, cioè la transizione dal modo feudale di possedere la terra al modo borghese.

Nel saggio di Sciacca-Massimino non c’è più il solito cahier de doléances della pretesa piemontizzazione del Mezzogiorno d’Italia e della miopia della nuova classe dirigente nazionale, quanto piuttosto l’emersione di una cultura politica volta a unificare il nuovo regno, e non solo dal punto di vista economico. I due autori non sottacciono i problemi relativi all’impiego dell’esercito per sedare quella vera e propria guerra civile del brigantaggio e alle numerose incomprensioni, alle quali non è estranea la notevole differenza di cultura fra Nord e Sud. Ma essi mettono in risalto, senza peraltro restare affascinati dalla revisione storica (anche filoborbonica) degli ultimi venti anni sulla pretesa di un Sud sviluppato e all’avanguardia al momento dell’Unificazione nazionale, e come la storia del nuovo Regno d’Italia e del Mezzogiorno abbia bisogno di una riflessione storica ancora più puntuale e profonda rispetto alla precedente, per ricollocare politicamente e culturalmente in maniera più ampia e precisa la classe dirigente della nuova Italia postrisorgimentale.

Emerge subito nell’opera la tesi che a livello regionale e soprattutto locale la vecchia classe di estrazione borbonica cerca in tutti i modi di presentarsi italiana, all’indomani della Unificazione, per non perdere privilegi e il potere socioeconomico sulle popolazioni più povere e diseredate. In particolare, ad Acireale, son ben precise e chiare le argomentazioni come le antiche élites cittadine alternino spirito rivoluzionario all’indomani del ’48, per rientrare nell’alveo politico strettamente borbonico col ritorno delle armate borboniche in Sicilia e ad Acireale. In filigrana, in questo senso, si possono cogliere gli aspetti più salienti della novella Il Quarantotto dagli Zii di Sicilia di Leonardo Sciascia, del romanzo Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, I Viceré di Federico De Roberto, nonché Il sorriso dell’ignoto marinaio di Vincenzo Consolo.
Da qui il convincimento per i rappresentanti più illuminati del Sud, compreso l’acese Romeo, della necessità di una inversione di tendenza politica e culturale. La rivoluzione parlamentare del 1876 di Agostino De Pretis, ancora etichettata in senso negativo da molti libri di storia col termine di trasformismo, si può forse rappresentare a livello di sereno giudizio storico come un reale cambiamento, che stimola il governo della Sinistra Storica ad un periodo di grandi dibattiti sull’esigenza di porre fine nella vita nazione a quel dualismo che divideva il Paese in parti diseguali.

Tale scelta, sicuramente più democratica rispetto ai precedenti anni, da una parte, aiutò la crescita delle forze della Sinistra nel Centro Nord, facilitandone il riscatto dalla schiacciante preponderanza delle forze moderate della Destra, portò, dall’altra alla saldatura sociale e politica delle classi dirigenti nazionali, favorendo la crescita e l’affermazione di alcuni fattori importanti di trasformazione nel tessuto della società meridionale e, quindi, siciliana ed acese.

In questa temperie di cambiamento l’acese Romeo trova forza e rispondenza in quelle sue idee maturate in quegli anni a Roma dove esplica la sua attività di giurista; in più Romeo ritiene che tale cambiamento passi anche attraverso il rinnovamento della Chiesa., particolarmente nella sua Acireale durante il primo periodo della Diocesi acese del 1° Vescovo, mons. Gerlando Maria Genuardi.

In effetti, la politica religiosa e culturale del Vescovo Genuardi pone notevoli ostacoli allo sviluppo di una nuova cultura, più laica e meno arroccata, non collegata ad un atteggiamento conservatore bensì più aperto a nuove istanze democratiche. In questo nuovo alveo si pone il laico Romeo; in lui non ci sono aprioristiche tendenze anticlericali, quanto piuttosto una visione laica della società e lui soprattutto, a livello politico, risolve il problema della “specificità” siciliana, sacrificandolo a quello della italianità della Sicilia.

È interessante come gli autori pongano in risalto per il Romeo l’acquisizione di un codice etico mutuato dall’appartenenza ad una famiglia non nobile, non legata ad una visione conservatrice della società, una famiglia dai forti interessi risorgimentali, che trova in Gregorio Romeo, lo zio di Giambartolo, l’esponente di spicco che non vuole il mantenimento del precedente status quo socio-politico e che per queste forti idealità combatte nel ‘48 e muore in esilio a Malta nel 1850.

Da questo codice etico familiare, molto interessante dal punto di vista storiografico, si evidenzia in Romeo il progetto di una nuova idea di città, quella che nasceva dall’Unità d’Italia e che avrebbe potuto essere sostenuta da un profondo rinnovamento culturale. Tale rinnovamento avrebbe dovuto investire i giovani che si affacciavano alla nuova realtà postrisorgimentale, ma anche, soprattutto ad Acireale, la Chiesa e le sue gerarchie. E perché lo stesso rinnovamento aggredisse l’antico fondo e sottofondo culturale diventava quanto mai necessaria l’istituzione di scuole pubbliche, non tanto per sottrarre in mera concorrenza allievi alle scuole private di stampo ecclesiastico, quanto per aprire prospettive moderne nel campo culturale, una apertura nazionale al nuovo corso socio-politico ed economico della Regno d’Italia.

La vicenda esistenziale di Giambartolo Romeo è tratteggiata da Sciacca-Massimino in maniera sintetica, ma da essa emerge la formazione culturale e politica del parlamentare acese: il fatto che sia nato fuori da Acireale, si sia formato a livello giuridico a Catania e abbia avviato la sua attività professionale a Roma, fa comprendere come il Romeo abbia preso le distanze da una cultura legata al passato, pur formandosi scolasticamente a livello primario e secondario presso la scuola dell’Oratorio dei Padri Filippini di Acireale. Il suo ritorno in città nel 1879 è dettato da una forte decisione: candidarsi nel collegio della città acese per la Camera dei Deputati, proprio in quell’anno che è significativamente l’anno della morte di Lionardo Vigo Calanna, esponente di primo piano della vecchia cultura; ma è anche il momento in cui il seggio della Camera dei Deputati risulta vacante per la scelta dell’altro Vigo, Lionardo Vigo Fuccio, di diventare Senatore del Regno d’Italia. E ad Acireale, pur poco conosciuto, Giambartolo Romeo riesce a farsi eleggere deputato, quasi in maniera plebiscitaria.

L’homo novus ha un preciso progetto politico: superare le obsolete posizioni socio-politiche ed economiche delle vecchie oligarchie per creare sostegno di fiducia al nuovo che, in termini unitari e nazionali, emerge in quel tempo. E le novità, nell’Acireale e nel Mezzogiorno d’Italia, secondo Sciacca–Massimino e in maniera nuova dal punto di vista storiografico, sta nel dinamismo delle famiglie che plasmano, nella seconda metà dell’800, un nuovo codice culturale, che ad Acireale è rappresentato dai nobili Pennisi di Floristella, verso cui convergono i codici culturali di altre famiglie acesi, anche di estrazione borghese.

Giambartolo Romeo, però, è estraneo a questa visione di casta, che accentra in essa la politica sociale e l’economia: la sua posizione ideale rappresenta per i nove anni del suo incarico da parlamentare il nuovo che avanza e che cerca di spezzare il cerchio di casta consolidata, all’interno di una idea di Stato, di Sicilia e di città, quanto più moderna ed unitaria possibile.

Nel saggio si evidenziano tre indirizzi dell’attività politica del Romeo: la moderna viabilità e il veloce collegamento della Sicilia con il Continente attraverso un ponte sullo Stretto o una galleria sottomarina; il superamento delle difficoltà per la viticoltura italiana ed europea alle prese con la devastante fillossera tramite l’adozione di valide misure legislative; l’attenzione crescente verso la formazione culturale e professionale dei giovani. Tali indirizzi trovano rispondenza e vicinanza nell’uomo politico più importante del momento, in Agostino De Pretis, presidente del Consiglio dei Ministri. Questi guarda al Romeo come ad un parlamentare libero da suggestioni di potere e piuttosto sollecito alle istanze sociali del Paese; l’altro, il Romeo, comprende che non sia possibile risolvere i problemi dell’Italia e del Mezzogiorno, guardando solo oltre lo Stretto, e per la Sicilia andando piuttosto oltre i confini dell’insularità.

Non tutti i frutti dell’intuizione politica e sociale del Romeo hanno esiti positivi. La vicenda della costruzione di un nuovo carcere penitenziario in Acireale, tanto propugnata dal parlamentare acese, si risolve complessivamente in una sconfitta politica, per via dell’ostruzionismo delle classi più abbienti e dei conseguenti ritardi di attuazione, nonché a causa della improvvisa morte del Romeo nel 1887.

Molte sue proposte trovano, però, vasta eco negli Atti Parlamentari e creano attorno al Romeo un alone di politico dalle grandi idee, e trovano piena consonanza in tutti gli schieramenti politici del Parlamento al momento della sua morte: un politico coraggioso, corretto, onorevole, nel senso più alto del termine. In effetti non mancano nel Parlamento i suoi interventi sulle questioni più importanti: estensione del diritto di voto, perequazione fondiaria e riforma del catasto, la riforma della giustizia, il matrimonio civile, …

L’esito più esaltante della sua attività politica in termini di concretizzazione del suo mandato parlamentare è certamente l’istituzione in Acireale del Liceo Classico Governativo Gulli e Pennisi nel 1884-85, sicuramente l’espressione più genuina della sua formazione laica e di un’idea di società che non può fare a meno, per essere sé stessa, di elaborare una forma di vita che sia anche vita di forme e cultura, come gli autori sottolineano nel decimo capitolo. E gli stessi, non senza celare un orgoglio cittadino, evidenziano che la istituzione del Liceo Classico sia stata la vera e più grande innovazione e la prima ventata di cultura italiana ed europea ad Acireale. E tale ci permettiamo considerarla ancora oggi, a distanza di 136 anni.

L’arrivo di insegnanti da varie regioni italiane –qualcuno anche dall’estero-, la costituzione di una Biblioteca (tuttora in vita e notevole per patrimonio librario), un insegnamento libero da strette pastoie ideologiche, sono gli elementi più importanti che introducono nel sistema educativo acese un nuovo vento culturale e formativo. Nonostante l’iniziale compromesso con l’istituzione diocesana della nomina del primo preside, padre Paolo Caldarera e l’immatura morte del Romeo nel 1887, il Liceo prende vita e sviluppa tutto il suo potenziale formativo.

In questi 136 anni la storia del Gulli e Pennisi conferma ulteriormente la valenza della ardita intuizione politica e culturale di Giambartolo Romeo nel propugnare e realizzare un Istituto di cultura laica in una Città che, sino a quel momento, manifesta un cerchio culturale dalle mura invalicabili. Se poi questo cerchio si sia spezzato o meno, la storia del Liceo, di prossima pubblicazione, e quella di Acireale ce lo farà intendere.

Siamo convinti che, forse, non dobbiamo pensare ad un cerchio che si spezza e che dispiega la sua forza propulsiva, in quanto la cultura laica del Gulli e Pennisi non ha avuto mai l’intenzione progettuale di attaccare e battere la cultura di altri soggetti istituzionali, quanto mantenere, come evidenzia il preside Alfonso Sciacca in una pagina di prossima pubblicazione, una studiata equidistanza da posizioni aprioristiche che sia anche incline a seguire la ragione come guida dell’agire e del pensiero umano. La metodologia formativa del Liceo Classico ancora oggi spicca, pur in presenza di una crisi globale dei sistemi scolastici di vari indirizzi, crisi di frammentazione culturale e disomogeneità educativa, in cui fra l’altro brilla l’assenza di una politica culturale e formativa di alto profilo.

Per questo riteniamo che conoscere oggi il saggio su Giambartolo Romeo sia troppo importante, perché esso può darci una chiave di lettura per comprendere meglio la storia d’Italia, della Sicilia e, in particolare di Acireale e, al contempo, farci intendere come le Istituzioni scolastiche, di vario grado ed indirizzo, possano continuare a dare ancora oggi ampie correnti di idee nella libera ricerca della verità.

Salvatore Licciardello

[1] SAPORITA F., Giambartolo Romeo (1644-1887), in Memorie e Rendiconti, serie III, vol. VII, pp. 687-700.

[2] RENDA F., La storia della Sicilia dalle origini ai giorni nostri, volume terzo, Dall’Unità ai giorni nostri, Palermo 2003, ora Roma 2017.

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