Reportage / Il cantiere Rodolico di Acitrezza, tra tradizione e cultura

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E’ una mattina di fine maggio nel cantiere Rodolico, nel cuore del paese di Acitrezza, l’aria è già calda e la nostra storia viene cullata dal rumore leggero della risacca.

«Dicono che quando si muore si ritorni indietro, anche se finora non ho mai visto nessuno farlo. Però una cosa la so: se dovesse succedere a me di tornare indietro, di tutto quello che ho fatto nella mia vita non cambierei una virgola». Sulle coste bagnate dallo Jonio il mare parla attraverso la voce dei suoi protagonisti e, maggiormente, attraverso mani sapienti e raggrinzite. Legno e chiodi, resina e matita: è una lingua fatta di gesti più che di parole, che trasmette il sapere da memoria a corpo.

«Cosa significa per me costruire una barca? Per me è tutto. Io non le chiamo nemmeno “barche”, le chiamo creature. Le vedo nascere, le vedo crescere e le assisto passo dopo passo, fino a quando non toccano l’acqua per la prima volta. Per questo sono tutte creature mieSalvatore Rodolico Acitrezza

Ad Acitrezza il cantiere Rodolico non è solo un luogo in cui si costruiscono natanti, ma è il posto in cui si sviluppa l’identità del piccolo paese costiero. Ce lo racconta bene lo zio Turi, che di anni ne ha 88 ma portati con la grazia e la gratitudine di chi ha vissuto una lunga vita tra l’odore della segatura e il sapore della salsedine sulle labbra, consapevole di essere il capostipite di una tradizione che travalica i decenni.

Acitrezza, tra barche e faraglioni la storia di un paese mi mescola a quella del Cantiere Rodolico 

Per questo la sua vicenda si incastra nei tempi che cambiano: lo spopolamento, nuove forme di attività commerciali ed ancora di più il turismo che riscrive le coste, l’economia e la vita stessa dei paesani. I mestieri del mare, quelli classici legati alla pesca, scompaiono dalle mappe del lavoro e perdono la propria forza economica. In questo scenario, quasi apocalittico, si sviluppa la storia della famiglia Rodolico che, come nella migliore novella verghiana, si intreccia con quella di un paese intero, Acitrezza, e diventa vessillo di resistenza identitaria e presidio culturale.

«Quando ero giovane, ho deciso di mettermi in proprio. All’epoca c’era lavoro, ma io non avevo nulla. I miei genitori non potevano aiutarmi economicamente perché non avevano niente, ma mi hanno dato la cosa più importante della vita: mi hanno insegnato a essere rispettoso, onesto e lavoratore. Anche i miei figli, Nuccio e Giovanni, hanno seguito il mio mestiere: sono maestri d’ascia anche loro e hanno lavorato con me. Sono figli speciali, ma per me sono speciali anche questi ragazzi che ci hanno aiutato.»

Zio Turi sorride, mentre i fatti sono una narrazione corale che Antonio, Alice, zio Turi stesso e i suoi figli Gianni e Nuccio ci fanno seduti ad un tavolo di legno tra assi e scheletri di scafi.

Gli eventi legati al Cantiere Rodolico 

E’ proprio Antonio Castorina, presidente del Centro Studi Acitrezza, a farci entrare negli eventi che segnano i contorni di questa storia.

«Negli anni Novanta il mondo della cantieristica cambia profondamente: arrivano vetroresina e metallo e i Rodolico smettono di costruire grandi pescherecci, continuando però a vivere grazie al rimessaggio delle vecchie imbarcazioni in legno e alla costruzione di piccole barche tradizionali. Intanto molti armatori, approfittando dei finanziamenti europei destinati alla demolizione delle vecchie barche da pesca, abbandonano il settore, mentre il porto inizia ad essere occupato da attività di noleggio di gommoni e motoscafi, un’economia che lascia poco beneficio al territorio. Anche gli antichi scali d’alaggio rischiano di essere trasformati per far posto a nuovi pontili galleggianti

Lo scenario cambia quando è la comunità ad entrare nelle trame della storia. «Di fronte a questa situazione, il Centro Studi Acitrezza e molti cittadini avviano una lunga battaglia per difendere il cantiere Rodolico, i basalti colonnari e l’identità storica del luogo. Nel 2002 una raccolta di 1.300 firme riesce a bloccare un progetto che avrebbe permesso di realizzare un pontile sull’area dei basalti; poi grazie a un finanziamento regionale ottenuto tramite la Soprintendenza di Catania, questa è stata recuperata e riconosciuta come geosito della Regione Siciliana. Negli anni successivi la situazione si aggrava con denunce anonime e tentativi di sfratto del cantiere, fino all’intervento della Digos nel 2014

E’ qui che arriva l’intuizione che traghetta l’identità nella contemporaneità.

Il REIS come strumento di tutela

«Per proteggere definitivamente questa tradizione, il Centro Studi Acitrezza decide di puntare sulla tutela dei beni immateriali, ottenendo l’iscrizione delle piccole barche tradizionali costruite dai Rodolico nel REIS, il Registro delle Eredità Immateriali Siciliane. Il riconoscimento non protegge soltanto le imbarcazioni, ma soprattutto il sapere artigianale necessario a costruirle. Grazie a raccolte firme, iniziative pubbliche e ad un regolamento comunale approvato nel 2016, gli spazi del porto vengono destinati prioritariamente alle barche in legno tradizionali. Oggi circa cento imbarcazioni possono essere ormeggiate qui con costi simbolici, mentre la Regione Siciliana ha avviato il restauro dei moli e la riqualificazione dell’area, salvando non solo una tradizione storica, ma anche l’economia legata al legno, ai restauri e all’artigianato nautico locale.»Cantiere Rodolico paese Acitrezza

Il passaggio è netto, pulito. Il cantiere su cui la famiglia Rodolico ha poggiato la propria economia è diventato patrimonio da proteggere, non mettendolo sotto vetro ma seguendo l’urgenza di riconoscersi in un territorio, il paese tanto amato da Verga,  e trasmettendo valori che sono biografia di Acitrezza e non scenografia.

«Ad Aci Trezza ci conosciamo tutti, è un bel borgo di 4.500 abitanti. Però non lo abbiamo fatto solo perché ci conoscevamo; lo abbiamo fatto perché l’abbiamo vista come un’ingiustizia e noi, come associazione, avevamo le armi per poterla ribaltare. Pensiamo che chi può agire ha il dovere di farlo.»

Quello di Antonio non è il racconto di una fine, ma di un mondo che per sopravvivere si adatta ai tempi.

Il cantiere Rodolico svelato al mondo

«C’è gente speciale qui. Alice, per esempio, per me è come una figlia», dice ancora zio Turi, perfettamente cosciente di quanto quei giovani abbiano fatto per lui e per il suo cantiere. Alice ha capelli corti e sguardo dolce. Quello stesso sguardo che è andato oltre lo studio delle tecniche pittoriche e che l’ha resa parte di questa narrazione. Il suo è un contributo in punta di pennello, che ha portato il cantiere oltre i faraglioni.

«Sono venuta qui per conoscere la pittura sulle barche e ho trovato un vecchio che piangeva. Da quel momento non sono più andata via». In una battuta semplicissima Alice Valenti ci racconta come, da studiosa siciliana, è diventata parte di una realtà viva come quella di Acitrezza. Non con l’arroganza di chi sa come risolvere una situazione difficile, ma con la dolcezza di chi davanti ad un uomo ferito prova a lenire una sofferenza.Cantiere Rodolico paese Acitrezza

Oggi è proprio lei a muoversi tra gli spazi stretti di quel cantiere con l’eleganza silenziosa di una novella Beatrice, quasi una figura eterea ma dal ruolo fondamentale. Dalla Biennale di Venezia al Senegal, dai documentari ai racconti: grazie ad Alice la famiglia Rodolico si è presa il suo posto nella storia.

«Alice ha utilizzato l’arte per portare questa storia fuori da Acitrezza. Noi abbiamo lavorato molto qui sul territorio, ma lei è riuscita a far conoscere questa vicenda in molti contesti internazionali. Grazie al suo lavoro siamo riusciti a riportare attenzione anche sui decori tradizionali delle imbarcazioni, che ormai si stavano perdendo. Abbiamo recuperato materiali d’archivio, lavorato con il Centro di Documentazione della Regione Siciliana e avviato laboratori con scuole, istituti nautici e università» – aggiunge ancora Antonio.

Tra tradizione ed innovazione

Un paese che si muove insieme, nella stessa direzione, finisce con l’aggrapparsi in maniera amorevolmente folle alla propria tradizione. Non è difficile, stando seduta davanti ai faraglioni, comprendere perché i racconti di Verga sono ancora così attuali. E’ una sensazione di appartenenza che trapela dagli sguardi, dai colori, dalla lentezza dei luoghi di mare. La frenesia è fuori, ma dentro i confini di quel paesino gli anziani chiacchierano ancora sulla piazzetta e la porta della chiesa è aperta già dal mattino.

In queste ore passate con la famiglia Rodolico abbiamo sentito tanti altri nomi. C’è Grazia Nicotra che, come Alice, fa il pingisanto e raffigura sirene, occhi e altre immagini appartenenti alla cultura classica siciliana.

C’è Giovanni Grasso, che suona la brogna e tramanda il suo sapere a quanti sono curiosi di imparare. Ci sono volti e nomi che si intersecano alla tradizione e non lasciano che si spenga.

I suonatori nel REIS

«Anche le brogne sono entrate nel registro dei beni immateriali. La brogna è una grande conchiglia marina che veniva lavorata per poter essere suonata: un tempo i pescatori la usavano per comunicare tra loro, quando ancora non esistevano telefoni o radar. Il suo suono è potentissimo e può essere sentito anche a diversi chilometri di distanza. Oggi, naturalmente, non viene più utilizzata per il lavoro in mare, ma è stata recuperata come elemento della nostra tradizione culturale. Abbiamo persino creato una vera e propria orchestra di suonatori di conchiglie, che mantiene viva questa antica pratica e la trasforma in un momento di musica e identità collettiva», conclude Antonio.

Il gruppo si chiama “Brezza, Brogne di Trezza” e nasce dall’esperienza del Centro Studi. A fondarlo è appunto Giovanni Grasso per preservare quello che dal 2023 fa pare del REIS: i suonatori di brogne. “Non è un folklore polveroso, ma una potentissima riattivazione di codici sonori antichi quanto il Mediterraneo; ricordatevi che il vostro respiro, passando attraverso quella spirale aurea, sta parlando la lingua di millenni di storia“, così si racconta il gruppo, composto non solo da uomini ma anche da donne e soprattutto da bambini, veri custodi della tradizione.

Acitrezza oggi

La chiave narrativa sembra ancora quella di Verga, ma con un ciclo dei vinti che si racconta partendo dalla fine e torna a ritroso verso il luminoso inizio. Pare che i Trezzoti abbiano davvero capito che la Provvidenza non è una barca che si ribalta per le onde, ma è la forza che tutto un paese mette per tenere insieme i pezzi della propria storia.

Forse la terra tremerà ancora ad Acitrezza, ma la forza dei suoi abitanti saprà rimettere in piedi ogni maceria caduta in questo paese, proprio come avvenuto con la vicenda del cantiere Rodolico. Ce lo insegnano un uomo di 80 anni e il fervore giovanile di chi, con la cultura, ha saputo difendere le proprie radici.

Chiara Costanzo