Il 4 aprile di quest’anno monsignor Giuseppe Costanzo avrebbe compiuto cinquant’anni di ordinazione episcopale. Cogliendo l’occasione di questa data, desidero ricordare con gratitudine la sua figura di educatore e di vescovo.
Sono consapevole che fermarmi ad una enunciazione di date, di fatti e di discorsi sarebbe un discorso sterile perché non coglierebbe affatto la sua intensa vita sacerdotale.
Non si può negare che egli abbia svegliato, in chi lo accostava, la gioia di vivere la sequela di Cristo in pienezza e senza compromessi nella vita quotidiana.
Per noi presbiteri, ora in età piuttosto avanzata, è stato il nostro rettore e nei suoi confronti abbiamo un debito di riconoscenza per aver curato la nostra formazione: le sue riflessioni ed esempio rimangono scolpite nei cuori.
Non appartenevano al suo carattere le mezze misure e l’accomodamento. Avendo egli appreso che “Le battaglie più grandi – così come amava a noi ripetere da rettore – si vincono davanti al tabernacolo” curava la vita interiore, attingendo luce e sapienza dalla Sacra Scrittura studiata nel corso di Teologia e pregata poi davanti all’Eucaristia.
Riconosco che i colloqui frequenti con lui erano di grande aiuto nella formazione personale. I suoi insegnamenti rimanevano fissi in ciascuno di chi lo avvicinava perché era capace di sintetizzarli con delle frasi brevi che tuttora mi sovvengono. Alcune sue frasi: “ti raccomando due cose: la preghiera e lo studio”. Oppure: “le strade pianeggianti non conducono in alto”. E ancora un’altra utilizzando l’artefizio dell’assonanza del termine per indicare il cammino interiore del chiamato, ripeteva: “La vita di ogni chiamato è formata da tre momenti: incanto, disincanto e super incanto”. E tante altre ancora.
Tra i diversi aspetti che lo hanno contraddistinto, mi soffermo ad indicarne tre, che maggiormente caratterizzano la sua figura.
Monsignor Costanzo / L’amore alla parola di Dio
Egli ha dispensato ampiamente la Parola di Dio, credendo dal profondo di sè che nella Parola di Dio vi è la sorgente pura e perenne della vita spirituale (cfr DV n.21). Egli amava ripetere di sé di non essere un esegeta che ha lavorato su un testo, ma un orante che si è lasciato lavorare dal testo.
La riflessione quotidiana sulla Parola che da rettore offriva nella celebrazione eucaristica, divenne in quegli anni della nostra formazione l’elemento unificante di tutte le attività del giorno e costituì l’avvio per la meditazione personale.
Resta impresso nella nostra memoria con le sue celebri espressioni: «bisogna fidarci e affidarci alla Parola». Egli poi, con il passare del tempo, sapientemente ci invitava ad integrare la sua meditazione, ci invitava ad intervenire con la nostra riflessione. Questo era anche un fatto pedagogico perché ci aiutava a migliorare nell’esposizione le nostre convinzioni e nell’esprimere al meglio ciò che si voleva comunicare.
È stato un grande aiuto per il nostro ministero della predicazione. Debbo dire che quegli anni sono stati un grande esercizio a piegare la propria intelligenza e il proprio cuore verso la Parola del Signore e ad educarci a percepire i passi dell’Invisibile Dio.
Riconosco come la disponibilità all’ascolto e l’interiorizzazione della Parola durante il mio ministero sia stato il vero sostegno e il fondamento sicuro: mi ha permesso di arrendermi all’insondabile disegno di Dio.
Solo dopo questa resa incondizionata ho potuto ripetere anzitutto a me stesso e alla comunità la stessa convinzione dell’Apostolo: «Noi abbiamo il pensiero di Cristo» (1Cor 2,16). Fuori di questa adesione si è soltanto agitatori, organizzatori. Questo, quindi mi ha dato la forza di non fuggire, mi ha donato robustezza interiore che io stesso non immaginavo di avere. Mi ha custodito dagli assalti del male.
Monsignor Costanzo / Una devozione tenera e filiale, priva di ogni forma di devozionismo, verso la Madonna.

Cosi egli descrive la devozione mariana: “Il mio legame con Lei risale agli anni della mia fanciullezza, alla formazione religiosa in parrocchia, all’esempio del mio vecchio parroco che si scioglieva in lacrime tutte le volte che parlava di Lei. L’ho sentita sempre come sorella affettuosa e come madre tenera. Ho visto in Lei la maestra dell’ascolto e il modello della sequela. A Lei – più per un bisogno istintivo che per consapevolezza teologica – affidai il cammino dell’adolescenza”.
Ha mostrato sempre la dimensione mariana dichiarando a noi come negli anni del suo ministero questa fiamma sia rimasta accesa. Alimentata dalla preghiera del rosario, da pellegrinaggi a piedi ai Santuari mariani della diocesi, da invocazioni sgorgati dal cuore.
La vergine Maria è stata per lui, maestra educando i suoi sentimenti, guida sapiente nelle scelte.
Monsignor Costanzo / Vita di comunione fraterna
C’erano anche dei momenti in cui il rettore si intratteneva con noi ed erano occasione per esprimere vera fraternità e amicizia. Eravamo allora pochi in questo cammino di formazione, appena nove della diocesi di Acireale e altri sei della diocesi di Nicosia.
Tra noi si viveva un forte legame che ci spingeva ad avere stima reciproca.
Egli ci parlava del suo ministero e delle varie problematiche ad esso connesse. Questo ci permetteva di elaborare tra noi progetti di vita comune, di collaborazione fraterna per rinnovare il nostro futuro ministero.
Ci raccomandava di tenere vive le relazioni con quelli che condividono lo stesso ideale cosi da essere preservati dall’individualismo e dal disfattismo. Noi sacerdoti e tanti laici, siamo cresciuti accanto a lui e, per ognuno, ha riservato sempre particolare cura, accompagnandoci nel percorso di vita, sostenendoci. E stando accanto a ciascuno di noi con delicatezza affettuosa, soprattutto nei momenti di difficoltà.
Monsignor Costanzo / Il silenzio eloquente della croce
Non posso omettere i suoi giorni di dolore. La sua parola divenne ancora più incisiva con la partecipazione alla croce della sofferenza. L’ultimo tratto della sua vita ha incontrato il dolore, la sofferenza fisica e morale, la debolezza della tarda età, le limitazioni, la salute malferma: le condizioni di salute divennero sempre più complesse.
In condizioni così precarie li ha vissuti con spirito di fede, con la consapevolezza di condividere la Passione di Gesù Cristo.
“Il Signore non ci salva dalla Croce, ma per mezzo della Croce”, così ci aveva ripetuto negli anni del Seminario. E in quest’ultimo scorcio della vita ce lo ha ricordato sperimentandola nella sua vita.
L’ho incontrato il 18 agosto 2025 nella cappella di Villa Serena a Sant’Alfio per fare memoria grata al Signore per i suoi 70 anni di ministero sacerdotale. Eravamo una ventina di sacerdoti, in maggior parte formati nel tempo in cui era stato rettore del seminario. Erano presenti il cardinale Paolo Romeo, il vescovo emerito di Ragusa mons. Paolo Urso, il vescovo di Patti mons. Guglielmo Giombanco, familiari e amici.
Egli stesso presiedette la concelebrazione e, anche se con fatica, tenne una breve omelia sottolineando l’importanza della Parola di Dio perché ciascuno sappia riconoscere e compiere la sua volontà. Poi ricordò alcuni momenti del suo cammino sacerdotale mostrando la gratitudine al Signore per la vocazione ricevuta e alla Madonna Assunta, che lo ha accompagnato con amore materno, sin dall’alba della sua vocazione.
Fu questa l’ultima volta che l’ho incontrato. Dopo alcuni giorni seppi che era stato ricoverato in ospedale per una brutta caduta. Infine la triste notizia del decesso avvenuto il 2 settembre 2025.
Egli non è solo una figura da ricordare, è piuttosto una voce da ascoltare ancora. Una voce che ci chiede di credere con una fede senza compromessi da diventare premessa di una nuova stagione ecclesiale.
Don Salvatore Coco
