Riflessione / La fede “fuori luogo” che rivoluziona la Parrocchia

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Fedeli in chiesa

(Da una lettura delle “Indicazioni pastorali” 2026 – 2027 della Diocesi di Acireale)

Le comunità parrocchiali si trovano oggi di fronte a una svolta epocale, che impone di riscoprire l’essenza della propria missione pastorale oltre l’illusione di identificare la fedeltà ecclesiale con la semplice stanzialità nel tempio: l’annuncio evangelico nasce come un evento intrinsecamente «fuori luogo», che rifiuta di ridursi a un’isola recintata dedita soltanto a custodire il piccolo «resto» sacramentale o le devozioni tradizionali.

Questo rinnovamento trova la sua radice nel Vangelo di Giovanni, in cui Gesù annuncia che viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme si adorerà il Padre, perché i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità. (Un’eco profonda di questo superamento della stanzialità rigida si ritrova nelle Indicazioni Pastorali 2026-2027 della Diocesi di Acireale, in cui il vescovo mons. Antonino Raspanti sottolinea come le stesse strutture e luoghi della comunità non siano mai stati e mai saranno immutabili, costituendo bensì realtà «vive, palpitanti, soggette a mutazioni e interventi che esprimono una comunità viva»).Fedeli in parrocchia

Nel dialogo con la Samaritana al pozzo di Sicar, la donna pone a Gesù una questione identitaria e geografica del culto: i Samaritani adorano sul monte Garizim, i Giudei a Gerusalemme. Gesù supera questo dualismo spaziale; l’adorazione del Padre non si fonda più sulla geografia sacra o sull’appartenenza a una struttura/tempio fisso, ma su una nuova relazione interiore ed esistenziale mossa dallo Spirito Santo e fondata sulla Verità (che nel Vangelo di Giovanni è la persona stessa di Cristo).

La fede e la preghiera non coincideranno mai con l’occupazione o il presidio di un luogo fisico. La parrocchia non può pensarsi come un fortino che custodisce sacramenti solo per chi decide di attraversarne la soglia. Adorare “in spirito e verità” significa abbattere il muro di separazione tra il culto domenicale e la vita feriale. La vera “liturgia” si celebra dove si vive: nei luoghi di lavoro, nelle relazioni familiari, nella sofferenza e nelle sfide culturali ed etiche del nostro tempo.

Monsignor Antonino Raspanti
Monsignor Raspanti

Significa non rimanere ostaggio delle abitudini pastorali o dei luoghi tradizionali quando questi non comunicano più la vita del Vangelo. L’incontro con Dio avviene primariamente nell’interiorità e nella carità verso il prossimo. (A questo proposito, nelle sue Indicazioni Pastorali 2026-2027, mons. Raspanti richiama la necessità di superare «derive che a volte sono eccessive o troppo individualizzate» ed evitare formalismi o protagonismi devozionali, ricucendo il divario tra le manifestazioni esterne della fede e un «vissuto ecclesiale genuino» orientato all’annuncio missionario).

Svincolare la fede da una rigida recinzione sacra permette di rispondere all’esortazione paolina di proclamare la Parola in ogni occasione opportuna o inopportuna, senza attendere contesti ideali o cornici cerimoniali rassicuranti. Nell’ultima lettera a Timoteo, Paolo esorta il giovane vescovo a non arrendersi e a non selezionare i momenti favorevoli per l’annuncio. L’espressione greca (eukairōs akairōs) richiama il dovere di testimoniare la Parola di Dio sempre, prescindendo dall’accoglienza del contesto, dal conformismo sociale o da un “favore” politico.

L’annuncio evangelico oggi risulta “inopportuno” quando sfida la cultura dello scarto, l’individualismo sfrenato, la ricerca dell’interesse personale o le ingiustizie sociali. La Chiesa è chiamata a parlare anche quando le sue parole risultano sgradite o non politicamente corrette. Significa abitare i luoghi reali ed emergenti (dalle periferie sociali ed esistenziali ai luoghi di aggregazione informali fino all’ambiente digitale), senza precondizioni o pretese che le persone si adeguino prima alle regole o ai linguaggi ecclesiali.Indicazioni pastorali

Se la fede viene addomesticata dalle convenzioni sociali, dalla buona educazione borghese o dal galateo ecclesiastico, rischia infatti di smarrire la sua spinta profetica. Al contrario, una fede autenticamente viva è «fuori luogo» proprio perché non si lascia imbrigliare dalle etichette, o dalla convenienza del potere. Ma sa risultare perfino sconveniente pur di rompere la routine devozionale e andare incontro alla vita reale con le sue asperità e contraddizioni. (Il documento pastorale diocesano mette in guardia dal rischio di «scivolare nell’individualismo e nella mancanza di cura e di attenzione verso i fratelli», esortando a vivere la sinodalità anzitutto come stile quotidiano basato sul «camminare insieme ascoltandoci tutti»).

In questo orizzonte si ridefinisce l’idea stessa di appartenenza: la comunità non è la semplice somma dei battezzati o una registrazione anagrafica di fedeli, ma la capacità profonda di mettere in comune la vita vera. Quando si condividono fino in fondo la quotidianità, le fragilità, le speranze, la somma delle parti fa molto più delle parti stesse, poiché la vita condivisa genera un valore umano e spirituale che trascende la mera addizione dei singoli individui e trasforma le relazioni in comunione reale. (Questa visione della comunione trova un prezioso fondamento teologico nelle Indicazioni Pastorali 2026-2027 della nostra Diocesi, laddove il vescovo ricorda che «nella beata Trinità la comunione rende uno il nostro Dio, non cancellando o fondendo le tre Persone… L’unità costituisce le distinzioni personali e le consolida». In questa luce, la comunione autentica rigenera le relazioni ecclesiali affinché ciascuno, esercitando la propria responsabilità, sia partecipe di un’unica vita ricevuta nei sacramenti).Indicazioni pastorali 2

Di fronte a un contesto sociologico in cui i credenti praticanti costituiscono ormai una minima parte della popolazione, mentre la maggioranza è composta da agnostici, indifferenti, persone in ricerca spirituale o deluse da forme religiose stanche, la comunità deve accettare di sentirsi essa stessa «fuori luogo», lasciando le rassicuranti mura del “tempio” per immergersi nelle piazze, nei luoghi di aggregazione giovanile, nelle associazioni e persino negli spazi del dissenso.

La parrocchia si trova così davanti a un’alternativa radicale: o diventa un luogo in cui tutti hanno piena cittadinanza, compresi i “diversamente credenti”, oppure è destinata inevitabilmente a sparire. Solo aprendo le proprie porte a chiunque cerchi senso, giustizia e fraternità, senza barriere o esclusioni, la comunità parrocchiale potrà evitare l’isolamento e diventare orizzonte dove l’umano impara a stare insieme. (Come sottolinea mons. Raspanti a conclusione delle sue indicazioni, fare memoria e camminare insieme serve a «riconoscere la fedeltà di Dio nella storia per imparare a discernere il presente e aprirsi al futuro che Egli prepara, ben più che volgere lo sguardo al passato»).

 

Alfio Pennisi
Teologo ambientalista