Condividiamo la riflessione del professore Francesco Pira dal titolo “La scelta e la responsabilità: l’umanesimo tecnologico oltre la modernità liquida”. A partire dagli spunti del vertice internazionale di Bali, promosso da Scholas Occurrentes con United in Diversity, Pira sposta il dibattito sull’intelligenza artificiale dal piano puramente tecnico a quello antropologico ed educativo. Richiamando il pensiero sociologico di Bauman e Giddens e l’insegnamento pontificio, l’autore invita a superare il determinismo degli algoritmi per riscoprire il primato della coscienza e della formazione critica. L’articolo pone una sfida cruciale per la nostra società: riappropriarsi della capacità di scegliere quale futuro costruire con l’innovazione. “La tecnologia non possiede senso: lo riceve, o non lo riceve, dalle scelte umane” ricorda Pira, indicando nell’umanesimo tecnologico la vera via per fare dell’IA una risorsa che liberi anziché asservire.
Il vertice di Bali e la metodologia dell’Agorà
A volte gli eventi più significativi avvengono lontano dai riflettori della cronaca quotidiana. Succede in un campus universitario di Bali, tra il mare e la foresta, dove per tre giorni oltre duecento persone hanno discusso del futuro dell’intelligenza artificiale. Il tema va affrontato come questione antropologica e come scelta da compiere. Mi ha colpito l’articolo pubblicato su Vatican News dal titolo “A Bali concluso il vertice su IA: ‘Risorsa che deve liberare, non asservire’”, perché pone la responsabilità dell’uomo al centro del dibattito.
Il vertice, svoltosi dal 4 al 6 settembre 2026 nel campus di United in Diversity, ha riunito leader accademici e sociali, autorità religiose, imprenditori, politici e giovani provenienti da trentacinque Paesi. Organizzato da Scholas Occurrentes in collaborazione con United in Diversity, l’evento ha applicato “la pedagogia dell’ascoltare, creare e celebrare, utilizzando la metodologia dell’ “Ágora” per affrontare uno dei grandi interrogativi del nostro tempo. Che cosa accade al senso umano quando gli algoritmi assumono un peso crescente nelle nostre decisioni, relazioni, lavori e forme di apprendimento?”. Il vertice ha prodotto una sfida inattesa. Cioè smettere di chiedersi soltanto che cosa può fare l’intelligenza artificiale, e cominciare a chiedersi che cosa vogliano fare gli esseri umani con essa.
Pira / La prospettiva ecclesiale di un umanesimo tecnologico
Tra i partecipanti, la presenza di monsignor Indunil Janakaratne Kodithuwakku Kankanamalage, segretario del Dicastero per il Dialogo Interreligioso della Santa Sede, ha dato al vertice una dimensione ecclesiale esplicita. Le sue parole, riportate da Vatican News, meritano attenzione: “L’Intelligenza Artificiale deve liberare, non asservire”. Un monito che è insieme un programma insieme. Monsignor Indunil ha sottolineato che “l’educazione deve coltivare la capacità interiore di discernimento e condurre dalla connessione virtuale alla comunione umana”. E ha aggiunto che “insegnare ai giovani a usare l’IA in modo critico, responsabile e creativo è un compito che riguarda tutti”.
La voce dei giovani
Il vertice però ha riservato spazio anche a voci lontane dalle istituzioni. Infatti, ha accolto anche una storia straordinaria, quella di Ataxia, una giovane indonesiana di vent’anni. Il suo intervento, descritto con precisione nell’articolo, ha commosso i presenti fino alle lacrime: “L’Intelligenza Artificiale non ha Senso, il senso dobbiamo darglielo noi”. Questa frase semplice e profonda racchiude l’essenza stessa del confronto. La tecnologia non possiede senso: lo riceve, o non lo riceve, dalle scelte umane. E il compito dell’educazione, della politica, della religione, della società intera è proprio questo: garantire che il senso non venga perduto nella velocità dell’innovazione.
Il programma del vertice ha incluso sessioni plenarie, un Forum dei Giovani, sette Agorà di Dialogo, laboratori esperienziali e tavoli intersettoriali su identità, educazione e saggezza, salute mentale, futuro del lavoro, democrazia e pace, governo dell’intelligenza artificiale e senso umano. Una pluralità di sguardi per abbracciare la complessità del fenomeno.
Il legame con il Magistero di Papa Leone XIV
Il vertice di Bali ha aperto un dialogo esplicito con l’enciclica di Papa Leone XIV Magnifica humanitas, dedicata alla tutela della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale.
E ha commemorato il secondo anniversario del viaggio apostolico di Papa Francesco in Indonesia, con la firma della Dichiarazione interreligiosa di Istiqlal. Da questa doppia radice, vaticana e balinese, è emersa una prospettiva che merita attenzione.
Maria Paz Jurado, Direttrice Esecutiva di Scholas Occurrentes, ha sintetizzato questa visione con chiarezza: “La sfida del nostro tempo non è soltanto chiederci che cosa possa fare la tecnologia, ma quale umanità vogliamo costruire con essa. Presentando Magnifica Humanitas, Leone XIV ci ha invitati a custodire ciò che nessuna macchina può sostituire: la coscienza, la libertà, la compassione, l’incontro con l’altro. Per questo abbiamo bisogno di un’educazione capace di orientare tanto l’intelligenza umana quanto quella artificiale, affinché il progresso rafforzi la dignità, la fraternità e la pace”.
Leone XIV ha spostato il dibattito sull’IA da una questione tecnica a una questione antropologica. La priorità non è regolare gli algoritmi, ma difendere l’umano. E questa difesa passa attraverso l’educazione, intesa come formazione del giudizio, della libertà, della responsabilità.
Pira / Le cinque sfide per il futuro in un umanesimo tecnologico
Al termine del vertice, i partecipanti hanno individuato cinque grandi sfide di fronte all’intelligenza artificiale. “Educare alla saggezza; educare a una sana emotività; educare a una cittadinanza attiva e impegnata nelle sfide del presente. Educare ai lavori che ancora non esistono; educare i dirigenti di una nuova governance globale”. Tutte queste sfide toccano il nostro modo di essere umani e comunità: pensare, sentire, partecipare, lavorare, governare. Il vertice indonesiano ha proposto la costruzione di un umanesimo che sia insieme tecnologico e antropologico.
La modernità liquida e la scelta quotidiana
Questi obiettivi trovano fondamento in una tradizione di pensiero che il vertice ha saputo richiamare. Il sociologo polacco Zygmunt Bauman, che ci ha lasciato una significativa descrizione della modernità liquida, avrebbe riconosciuto in questo dibattito una delle sue intuizioni più feconde. Bauman scriveva che nella modernità liquida gli unici legami che resistono sono quelli che si sceglie di coltivare ogni giorno. La stessa logica vale per il rapporto con la tecnologia: non esiste una soluzione definitiva, un regolamento sufficiente, una norma che garantisca per sempre. Esiste solo la pratica quotidiana della scelta, della responsabilità, della cura. L’IA, in questo senso, è un banco di prova per la nostra capacità di rimanere padroni degli strumenti che costruiamo.
La costruzione dell’identità secondo Giddens
Ma c’è di più. Il sociologo britannico Anthony Giddens, teorico della modernità e dell’auto-identità, ha mostrato come la società contemporanea ponga a ciascuno di noi un compito senza precedenti: costruire continuamente il proprio sé, in assenza delle strutture tradizionali che un tempo fornivano coordinate stabili. L’IA accelera e complica questo compito. Offre identità preconfezionate, relazioni simulate, comunità istantanee. Contro questa deriva, il vertice di Bali ha proposto un’educazione intesa come piena formazione della persona, superando il modello della pura trasmissione di contenuti.
Il richiamo a Papa Francesco e la cultura dell’incontro
E proprio questa dimensione educativa trova un antecedente nel magistero di Papa Francesco.
Papa Francesco, nel suo viaggio in Indonesia due anni fa, aveva già posto le basi di questa riflessione con la firma della Dichiarazione di Istiqlal e la promozione di una cultura dell’incontro. Il suo pontificato ha costantemente richiamato l’attenzione sui rischi della tecnologia senza anima, della comunicazione senza relazione, del progresso senza coscienza. Il vertice di Bali ha raccolto questo testimone, aggiornandolo alla luce dell’enciclica di Leone XIV e delle sfide del presente.
Pira e l’umanesimo tecnologico
Il vertice di Bali mi ha ricordato che il futuro non è determinato dalla tecnologia, ma dalle scelte umane. Questa verità, apparentemente ovvia, viene costantemente dimenticata nei dibattiti pubblici, dominati da un tecnologismo che presenta l’innovazione come inevitabile e inarrestabile. Il vertice indonesiano ha rifiutato questa retorica. La tecnologia è risorsa, ma va orientata, educata, umanizzata.
Ataxia, la giovane indonesiana, ha detto che il senso dobbiamo darglielo noi. Ha ragione. E il vertice di Bali ha dimostrato che questo “noi” può essere costruito, può essere ampliato, può includere voci diverse, tradizioni diverse, speranze diverse.
Oggi, più che mai, abbiamo bisogno di incontri come quello di Bali, di parole come quelle di monsignor Indunil, di testimonianze come quella di Ataxia. Perché solo riconoscendo la fragilità del senso, solo difendendo la sua costruzione quotidiana, solo scegliendo insieme quale umanità vogliamo, possiamo sperare che l’intelligenza artificiale diventi davvero ciò che deve essere: una risorsa che libera, che apre orizzonti, che restituisce tempo per ciò che conta.
Francesco Pira, professore associato di sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università di Messina. Giornalista, saggista e studioso di comunicazione, è autore di numerosi articoli e volumi su media, linguaggi digitali e dinamiche sociali contemporanee.
