Solidarietà / San Giovanni Bosco, positivo il bilancio del primo anno di accoglienza della Casa della carità

La Casa della Carità, “Salvatore Garozzo – Rosa Maugeri”, è un’opera di carità camilliana, situata nella frazione acese di san Giovanni Bosco.
La missione della Casa è di accogliere persone povere e abbandonate che non trovano ospitalità in altre strutture pubbliche o del privato sociale e che non hanno una progettualità di reinserimento sociale nel breve o lungo termine.
La Casa, donata ai religiosi Camilliani della provincia Siculo-Napoletana dall’ anziano proprietario ormai defunto, Salvatore Garozzo, vive di provvidenze, non avendo alcuna convenzione con enti pubblici, e per la sua gestione quotidiana e la sua ristrutturazione edilizia si affida alla generosità di benefattori e volontari.
A un anno dall’inaugurazione della Casa della Carità, si può fare un bilancio di accoglienze e di reinserimenti sociali che sicuramente non ci si aspettava di realizzare quando la struttura è stata resa operativa, il 28 maggio 2019, con l’inaugurazione e la benedizione del vescovo della diocesi di Acireale, mons. Antonino Raspanti.
Nel corso di questo primo anno sono state accolte dodici persone di cui dieci hanno già lasciato la Casa o sono in attesa di una sistemazione sociale in altre comunità o in proprie abitazioni.
I primi due ospiti sono arrivati dalla “Casa della Speranza Viviana Lisi”, la sorella maggiore della Casa della Carità, con la quale lavora in strettissima sinergia.
Infatti, mentre la Casa della Speranza opera maggiormente nell’emergenza, come una sorta di pronto soccorso dei poveri, e per un periodo, in generale più breve, dato che il target di ospiti è costituito da persone che mediamente hanno una capacità di reinserimento sociale più nel breve termine, la Casa della carità,  accoglie perlopiù nella fase successiva alla presa in carico emergenziale.
Gli ospiti arrivano dalla Casa della Speranza, sia quando questa, che è operativa nell’assistenza ai senza fissa dimora da dodici anni, si trova a gestire più richieste di accoglienza rispetto alla sua capienza, sia quando le richieste arrivano direttamente dai servizi sociali o da altre associazioni che non possono prendere in carico le persone. In tal caso, coloro che hanno una tempistica di reintegrazione socio-economica più lunga, vengono indirizzate alla Casa della Carità che, nel corso di questo primo anno, ha cominciato a tessere relazioni di collaborazione con i servizi pubblici e del privato sociale presenti sul territorio acese e nell’hinterland della città metropolitana.
I primi due ospiti accolti sono gli unici che ancora abitano la casa e per i quali la dimissione sembra purtroppo un miraggio.

Il primo è un uomo di 54 anni, che ha vissuto per diversi anni per strada prima di approdare alla Casa della Speranza e successivamente alla Casa della carità. Pur avendo dei fratelli che potrebbero prendersi cura di lui, questi non sono disposti ad accoglierlo e di supportarlo per una vita al di fuori della nostra comunità. A ciò si aggiunge una difficoltà fisica che non gli consente di deambulare bene e di conseguenza di trovare un lavoro, e una incapacità di autogestione che rendono difficoltoso pensare a una ripartenza e a una autonomia fuori dalla Casa.

La seconda ospite è una donna di 65 anni, di origini extraeuropee, che vive a Catania da quaranta anni, madre di tre figli italiani, avuti con un uomo italiano che non l’ha mai voluta sposare, decretando la sua condizione di illegalità sul territorio italiano: difatti la donna si trova senza documenti, non avendo potuto acquisirli per via del mancato matrimonio e della mancata convivenza con i figli. Questi ultimi, infatti, hanno abbandonato la madre, malata, in ospedale e si sono resi irreperibili. Unica colpa della donna, avere una patologia psichiatrica che i figli non hanno voluto gestire.

Per celebrare il primo anniversario di questa opera, si è svolto un momento di condivisione fraterna tra gli ospiti della Casa, i volontari, i formandi dello studentato camilliano di Acireale e il parroco di S. Giovanni Bosco, don Carmelo Raspa.
Nell’occasione si è riflettuto sul segno profetico di un’opera come la Casa della carità a fianco di quei fratelli che “faticano tra di noi, che ci sono preposti nel Signore” (1 Tes 5,12-22).

Sefora Monaco

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