Sant’Agata, 900 anni dopo / Il ritorno delle reliquie continua a raccontare l’anima di Catania

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Sant'Agata

Ogni anno, il 17 agosto, Catania celebra il ritorno delle reliquie di Sant’Agata. Per molti è semplicemente la “festa d’estate”, una seconda grande festa dedicata alla Patrona. In realtà, questa ricorrenza custodisce un significato ben più profondo: racconta uno dei momenti decisivi della storia della città e della Sicilia, quando fede, memoria e identità si intrecciano fino a diventare patrimonio di un intero popolo. Per comprenderne il valore bisogna tornare indietro di quasi un millennio.

Dalla Sicilia araba al ritorno della Patrona

Tra il 1038 e il 1040 il generale bizantino Giorgio Maniace, inviato dall’imperatore, tentò la riconquista della Sicilia, allora sotto la dominazione araba. La spedizione sembrò inizialmente destinata al successo, ma si concluse con una pesante sconfitta.

Secondo la tradizione, proprio in quell’occasione Maniace portò a Costantinopoli il corpo reliquiario di Sant’Agata come dono all’imperatore, insieme a quello di Santa Lucia. Una vicenda che spiega anche il lungo viaggio delle reliquie della martire siracusana, poi trasferite dai veneziani nella città lagunare.

La storia compie però una svolta decisiva nel 1126. Due soldati, secondo il racconto tramandato, trafugarono il corpo reliquiario di Sant’Agata da Costantinopoli e lo riportarono finalmente nella sua città. La tradizione colloca il ritorno il 17 agosto. Ancora oggi, in via Dusmet, nei pressi di Porta Uzeda, un piccolo altare ricorda quel momento che avrebbe cambiato per sempre la storia di Catania.

Naturalmente è necessario distinguere tra storia documentata e tradizione. Quando le fonti sono poche, la memoria popolare conserva racconti che non sempre possono essere verificati, ma che custodiscono un significato profondo. La tradizione, infatti, non nasce soltanto per raccontare dei fatti: nasce per custodire una fede vissuta e l’identità di una comunità.
L’unica testimonianza storica diretta di questo evento è la lettera del vescovo Maurizio di Catania, che racconta il ritorno del corpo reliquiario da Costantinopoli.

Il ritorno che cambiò la storia della città

Monsignor gaetano Zito in una lezione mostra le platee della cancelleria di Ruggero II
Monsignor Gaetano Zito in una lezione mostra le platee della cancelleria di Ruggero II conservate nell’Archivio storico diocesano di Catania

Il contesto storico rende ancora più significativo quell’avvenimento. Nel 1126 Catania era ancora una città a forte presenza araba. Le platee della cancelleria di Ruggero II, conservate nell’Archivio Storico Diocesano di Catania, censiscono nel 1145 una popolazione musulmana di circa ottomila o novemila persone su un totale di dodici-tredicimila abitanti.

Il ritorno delle reliquie non fu quindi soltanto un evento religioso. Divenne il segno della definitiva affermazione dell’identità cristiana della città, fondata sulla testimonianza della sua giovane martire.

Il martirio di Agata, avvenuto durante la persecuzione di Decio nel 251, rappresenta infatti la più antica testimonianza della presenza di una comunità cristiana a Catania. Non significa che il cristianesimo sia nato allora: Agata apparteneva già a una comunità viva. Ma il suo sacrificio è la prima testimonianza storica giunta fino a noi.

Più tardi emergerà anche la figura del martire Euplo, nel 304. Eppure è Agata che, nei secoli, diventerà il cuore dell’identità religiosa della città. La sua fama supera presto i confini della Sicilia: lo dimostra l’elogio scritto da Metodio di Siracusa, futuro Patriarca di Costantinopoli. Tuttavia è proprio dal 1126 che il suo patronato assume una chiara dimensione storica, civile e religiosa.

Sant’Agata tra storia e devozione

Secondo il racconto del vescovo Maurizio, i due soldati agirono dopo aver ricevuto in sogno la richiesta della santa di essere riportata a Catania. Che cosa sia realmente accaduto non possiamo saperlo con certezza. Sappiamo però che il corpo reliquiario venne smembrato per poter essere trasportato fuori dalle mura di Costantinopoli. È probabilmente questa la ragione per cui oggi Catania custodisce il busto reliquiario, il femore, il braccio, la mano e le altre reliquie della Martire, mentre il corpo non è integro come quello di Santa Lucia.

La tradizione racconta anche un viaggio lungo e pericoloso, con una sosta in Puglia e infine lo sbarco ad Aci Castello, allora territorio appartenente alla giurisdizione del vescovo di Catania.
Si narra che i catanesi uscirono incontro alla loro Patrona nel cuore della notte, indossando una veste bianca. Da questo episodio avrebbe origine il “sacco”, oggi simbolo universale della devozione agatina.

Il significato del sacco

Devoti col sacco. Foto wikipedia Commons

Ridurre il sacco a un semplice costume folkloristico significa impoverirne il senso. È un autentico abito penitenziale, espressione di conversione e appartenenza ecclesiale. Già nel XVI secolo coloro che portavano il fercolo camminavano quasi nudi e scalzi, affrontando il freddo di febbraio come gesto di penitenza. Col tempo il sacco è diventato l’abito tipico delle confraternite, come ancora oggi avviene in numerose città siciliane durante i riti della Settimana Santa.

Anche la “scuzzetta”, il copricapo che accompagna il sacco, richiama l’antica simbologia biblica del pentimento. La Sacra Scrittura parla spesso del “vestire il sacco” e del “cospargersi il capo di cenere”, come accadde agli abitanti di Ninive dopo la predicazione del profeta Giona. Il significato del sacco nasce dunque dalla Bibbia, non dal folklore.

Il Giubileo dei novecento anni

Il 2026 segna un anniversario straordinario: il 900° anniversario del ritorno del corpo reliquiario di Sant’Agata a Catania.
Per questa ricorrenza il vescovo di Catania ha indetto un Anno Giubilare Agatino, accompagnato da un intenso programma di celebrazioni, pellegrinaggi e momenti di preghiera.

Tra gli eventi vi sono le giornate del 21 e 22 luglio, durante le quali tutte le reliquie della Patrona sono state eccezionalmente esposte alla venerazione dei fedeli, compreso il preziosissimo cranio di Sant’Agata, mostrato per la prima volta al popolo.

Per ore migliaia di persone hanno riempito la Cattedrale. Le lunghe file non erano animate dalla curiosità di vedere un reperto prezioso, ma dal desiderio di sostare davanti alla testimonianza concreta di una giovane donna che ha donato la vita per Cristo. Quel pellegrinaggio silenzioso è apparso come il segno di una città che continua a cercare nella propria memoria le ragioni del presente.

La memoria che genera futuro

Nella tradizione cristiana le reliquie non sono oggetti da contemplare, ma memoria viva di una testimonianza. Esse rimandano a una persona che ha conformato tutta la propria esistenza a Cristo. Per questo la loro venerazione non si esaurisce nello sguardo rivolto a ciò che resta del corpo di Agata, ma invita a interrogarsi su ciò che rimane della sua testimonianza nella vita della Chiesa e della città.

In un tempo in cui la memoria rischia di trasformarsi in nostalgia o semplice celebrazione, il Giubileo Agatino ricorda una verità essenziale: una comunità che dimentica le proprie radici finisce per smarrire anche il proprio futuro.
Per questo il 5 febbraio e il 17 agosto non sono soltanto due feste. Sono due appuntamenti che scandiscono il tempo di Catania e invitano i suoi abitanti a ritrovare continuamente la propria identità.

Sant’Agata non è una figura da custodire soltanto nel sacello né una Patrona da invocare nei momenti difficili. È una presenza che continua a indicare una strada. Il suo martirio parla ancora oggi di libertà, di fedeltà e di coraggio.
Il vero pellegrinaggio, allora, non termina davanti alle reliquie. Comincia quando ciascuno esce dalla Cattedrale e si domanda quale testimonianza sia chiamato a lasciare alle generazioni future.

Lo sguardo di una consacrata

«In questi giorni ho visto una Cattedrale trasformarsi in un luogo di pellegrinaggio silenzioso. Ho visto persone attendere per ore, non per assistere a uno spettacolo, ma per sostare davanti alle reliquie di Sant’Agata. Davanti al suo cranio, esposto per la prima volta alla venerazione dei fedeli, molti hanno pregato in silenzio, altri hanno pianto, altri ancora sono rimasti semplicemente in contemplazione.

In quei volti ho colto una sete profonda di Dio, spesso nascosta sotto la fragilità della vita quotidiana. Sant’Agata continua ancora oggi a radunare il suo popolo non intorno a un ricordo, ma attorno a una speranza.
Il vero miracolo di questi festeggiamenti non è stato soltanto la straordinaria partecipazione, ma il vedere una città riscoprirsi comunità, capace di fermarsi, pregare e lasciarsi interrogare dalla testimonianza di una giovane donna che, dopo quasi diciotto secoli, continua a indicare Cristo come l’unica sorgente di libertà e di amore».

                                                                                      Maria Trigila