Scuola e coronavirus / Interviste a tre insegnanti sulla didattica a distanza: esperienza valida per tutti

La scuola aveva promesso tutto l’impegno e la fedeltà al suo ruolo educativo e formativo sebbene non avesse ancora piena contezza di ciò a cui stava andando incontro. I ragazzi, dalla loro parte, forse storcevano un po’ il muso, inizialmente, vedendo sfumare la possibilità di godersi appieno queste vacanza forzate; dopo le prime settimane d’avvio della didattica a distanza, proveremo a tirare un primo resoconto, attraverso quello che hanno da raccontarci alcuni docenti: la professoressa Daniela Di Nino, entrata di ruolo nel 2014, che insegna francese in tre scuole secondarie di primo grado,  l’Istituto Comprensivo “Sebastiano Scandurra” di Aci San Filippo e l’Istituto Comprensivo “Paolo Vasta” di Acireale e all’Istituto Comprensivo di Santa Venerina; la professoressa Monica Mirabella, con un’esperienza ormai consolidata di circa vent’anni nell’istruzione, che attualmente  insegna Storia e Filosofia presso il Liceo Scientifico “Galileo Galilei” di Catania e la maestra di scuola materna Mirella Santoro docente al Circolo Didattico “Teresa di Calcutta” di Tremestieri Etneo.

Professoressa Di Nino la didattica a distanza è stata un’esperienza nuova per lei o aveva già avuto qualche approccio con questo metodo d’insegnamento?

Diciamo non del tutto nuova, come esperienza; nel periodo estivo, per esempio, per aiutare i ragazzi a non dimenticare l’ascolto della lingua straniera che insegno, ho provato spesso a fornire loro dei link attraverso i quali potessero ascoltare, per esempio, brani musicali in francese, ma ammetto che non l’avevo mai adoperata come vera e propria metodologia didattica.

Invece attualmente come si è organizzata per attuare questa metodologia?

Ho iniziato solo questa settimana con le video lezioni; fino ad ora, invece, tramite google classroom o weschool o la bacheca di Argo didattica, ho inoltrato ai ragazzi dei video esplicativi in cui si può sentire la mia voce che spiega gli esercizi, rigo per rigo, e poi ho fornito loro un link da cui attingere spunti per immaginare, ad esempio, un viaggio virtuale,  considerando soprattutto il fatto che sono obbligati a restare chiusi in casa; ma mi sono impegnata a non caricarli di compiti perché lo ritengo davvero poco opportuno.

Sta riscontrando particolari difficoltà? E che tipo di risposta da parte dei ragazzi?

La principale difficoltà che è venuta subito fuori è che la didattica a distanza non è una metodologia molto democratica; sebbene oggi ci definiamo generazione C, generazione connessa, in realtà i ragazzi sono poco tecnologici. Il fatto che sappiano chattare, usare i social o i videogiochi non vuol dire che sappiano veramente usare il computer; inoltre, non tutte le famiglie dispongono di un pc o della rete wifi. Su una classe di 16/20 ragazzi solo 10 hanno il computer, il resto segue attraverso il telefonino. E purtroppo non tutte le applicazioni fornite dal Ministero sono raggiungibili tramite smartphone o tablet.
Un’altra questione che secondo me merita attenzione è il fatto che ogni scuola agisce in modo diverso e non solo da istituto a istituto, spesso anche da classe a classe si adottano piattaforme diverse; questo rende più difficoltoso il lavoro soprattutto di chi, come me, lavora su più classi e in tre realtà diverse. Col senno di poi, credo sarebbe stato opportuno che il Ministero, senza imposizioni ovviamente, avesse improntato delle linee guida, dei suggerimenti, indicazioni su piattaforme e applicazioni uguali per tutti. Non è semplice, infatti, imparare ad usare una piattaforma e, non appena hai raggiunto il tuo obiettivo, doverne imparare ad usarne subito un’altra; ciò crea parecchia confusione. Infine, e non perché meno rilevante dei precedenti, c’è il problema della valutazione, ovvero in base a cosa si deve valutare un ragazzino che non ha il pc, non ha una famiglia che lo sostiene e che quindi non può partecipare alla lezione a distanza? Non possiamo certo valutarlo negativamente solo perché ha una realtà sociale che non lo aiuta.
Per il resto, la didattica a distanza resta uno specchio di ciò che avviene in classe: i ragazzi interessati alle lezioni ordinarie rimangono interessati e partecipi anche in questo tipo di lezioni, chi invece è demotivato per carattere o problematiche sociali e familiari continua a fare lo stesso anche in questo caso. Nella teoria è una bellissima novità, anche perché credo non si potesse fare altrimenti per evitare di far perdere l’anno scolastico ai ragazzi; cominciando però a far tesoro di questa esperienza in corso, prossimamente, bisognerebbe dedicarsi un po’ più ad un’alfabetizzazione di tipo tecnologica, e non solo nei confronti dei ragazzi ma anche delle famiglie che stanno dietro.

La professoressa Mirabella, nonostante la significativa esperienza alle spalle, sta vivendo anche lei nuova sfida attraverso, però, la risposta di ragazzi un po’ più grandi e forse un po’ più consapevoli.

E’ stato difficile impostare ed iniziare un programma di lezioni di questo tipo?

Sin dall’inizio mi è stato subito chiaro che il compito a cui venivamo chiamati noi docenti non era quello di assegnare semplicemente compiti e argomenti non sviluppati bensì quello di creare dei canali che ci permettessero di entrare in contatto con gli studenti.
Abbiamo iniziato dapprima con le conosciutissime chat di WhatsApp e poi siamo passati alle piattaforme che gli istituti hanno messo via via a disposizione dei docenti e che ci hanno permesso di svolgere vere e proprie lezioni in cui è possibile vedere e sentire gli studenti e la loro risposta; per quello che mi riguarda, è stata da subito molto positiva perché i ragazzi cercavano proprio il nostro contatto. Quel contatto bruscamente interrotto che adesso è stato un po’ rimodulato, forse, perché ci si rivede ognuno dalla propria stanza, dalla cucina, sicuramente in una veste diversa da come eravamo abituati ma è stato sicuramente un elemento di conforto, almeno inizialmente, di fronte ad una condizione di totale disorientamento che le problematiche, in cui ci siamo ruvidamente ritrovati, avevano creato. Non sono stata la sola a ritenere che non fosse necessario tenerli connessi per troppo tempo, cosa che solitamente sconsigliamo ai nostri figli, no? Cioè di stare troppo tempo davanti al computer o al telefonino; quindi, le lezioni virtuali non corrispondono alle stesse ore di lezione in classe ma sono molto snellite.

Può spiegarci brevemente come si svolgono?

Dunque, la prima parte viene abbondantemente usata per salutarci e abbracciarci virtualmente, magari sorridendo anche nel vedersi in viso un po’ più trascurati e più casalinghi di come siamo abituati a vederci fuori dalle mura domestiche: i capelli arruffati, il colorito pallido perché stiamo poco all’aria aperta. Poi, la lezione entra nel vivo ma non si tratta di una lezione canonica piuttosto si offre ai ragazzi come momento di riflessione sul tempo che stiamo vivendo. Personalmente, insegnando Storia e Filosofia, ritengo che queste siano discipline che rappresentano un ottimo serbatoio di stimoli e sollecitazioni utili per affrontare quegli interrogativi che oggi i ragazzi si ritrovano costretti a porsi: sulla propria esistenza, sui loro rapporti con gli altri e soprattutto sulla loro relazione con il loro futuro. A tal proposito, per parlare e riflettere sul nostro tempo ritengo interessante rileggere, ad esempio, le pagine del Boccaccio scritte al tempo della peste del 1348 e lo si fa vivendo non più come spettatori disinteressati ma fortemente coinvolti; oppure leggere di Newton che visse due anni in quarantena per l’epidemia di peste che travolse Londra e scoprire che fu proprio in quei due anni che scoprì il calcolo infinitesimale e la teoria di gravitazione universale. La lezione diventa dunque occasione in cui queste discipline aiutano i ragazzi a trovare quei supporti e quei punti di riferimento necessari per trovare le risposte ai loro interrogativi.

Infine, abbiamo chiesto alla maestra Santoro, anche per la prima volta davanti a questa sfida, com’è la didattica a distanza con i più piccini ovvero con i bambini della seconda elementare.

Quali sono le sue prime impressioni su questo tipo di esperienza scolastica?

Le impressioni sono senza dubbio molto positive, nonostante i non pochi problemi. La risposta da parte dei bimbi è meravigliosa, almeno per quel che mi riguarda, perché loro sono sempre contenti di leggere quello che ha mandato la maestra e di fare i compitini, anche se necessitano del continuo supporto dei genitori. Ma i problemi, come dicevo, non sono pochi vedasi l’intasamento della rete e il fatto che non tutti hanno una stampante.

Ritiene quindi, anche nel suo ambito, che questo sia un sistema efficace, in grado di sostituire opportunamente il metodo tradizionale riuscendo a rendere più o meno valida la conclusione dell’anno scolastico?

Io penso proprio di sì, perché i bambini hanno lavorato e stanno continuando a lavorare. Naturalmente questa fascia di età è quella che risente maggiormente del mancato contatto con la maestra. Noi lavoriamo comunque con le video lezioni e le video chiamate in cui si può interagire per chiarire ogni perplessità ed intervenire su eventuali difficoltà emergenti e manteniamo attivo, ovviamente, anche il contatto con i genitori.

In conclusione, augurandoci che questa condizione di criticità si concluda quanto prima, possiamo stare sereni almeno in questo: c’è chi continua a lavorare per il bene dei nostri figli con passione e impegno, pienamente consapevoli che il tempo che stiamo vivendo lascerà in ognuno, grandi e piccini, un segno profondo nelle nostre vite e ci insegnerà molto più di quanto chiunque altro avrebbe potuto fare.

 Cristiana Zingarino