Verso le Europee 2 / Le forze in campo

Nella precedente puntata avevamo visto cosa significhi l’appuntamento elettorale del prossimo 26 maggio, una tappa essenziale del futuro politico e istituzionale del nostro continente fin troppo spesso derubricata a passaggio secondario dello scontro nazionale tra i partiti.

Oggi invece, a meno di una settimana dalla data del voto, ci soffermeremo sulle scelte che avremo a disposizione sulla scheda elettorale. A prima vista, il sistema di voto non sarà tanto diverso da quello delle elezioni politiche, a cui abbiamo partecipato poco più di un anno fa. La differenza più evidente riguarda il sistema delle preferenze: bloccato alle politiche, e aperto fino a tre possibili scelte invece per le europee.

Ma soprattutto, ciò che davvero è importante sapere, è che la scelta tra i simboli in mostra sulle schede non aiuta realmente a comprendere la varietà delle offerte politiche in seno al Parlamento europeo. In altre parole, a ogni lista o partito italiano corrisponde una famiglia politica o un gruppo parlamentare transnazionale, e non sempre quello che si può immaginare.

Necessario quindi, anziché analizzare i ben noti partiti italiani, illustrare le principali famiglie politiche europee in cui questi ultimi andranno a confluire, all’indomani del voto.

Procedendo in ordine d’importanza elettorale, possiamo senz’altro partire dal Partito Popolare Europeo (PPE), che dal 1999 è il primo partito all’interno del Parlamento europeo, e anche questa volta dovrebbe convermarsi. I Popolari rappresentano gli orientamenti politici conservatori e di centrodestra, in gran parte (con poche parziali eccezioni, come i tories britannici) europeisti e moderati. Il loro candidato alla presidenza della Commissione è Manfred Weber, leader della CSU bavarese e alleato della Merkel, benché ultimamente in contrasto con quest’ultima su alcune questioni chiave come quella relativa al gasdotto Nord Stream. In Italia, la principale lista a sostegno del PPE è quella di Forza Italia. A giudicare dai sondaggi, essa darà ai conservatori un apporto poco più che modesto.

La seconda forza parlamentare europea, data in leggera crescita dopo anni di forte declino, è costituita dal Partito Socialista Europeo (PSE), una famiglia che comprende la maggior parte dei partiti progressisti e di centrosinistra, anche qui in larga parte europeisti e moderati. Pur non riuscendo a conquistare da anni la maggioranza politica (stavolta dovrebbe avvicinarsi poco di più all’obiettivo) il PSE ha di fatto governato insieme al PPE in una coalizione di larghe intese in cui ha comunque ottenuto alcuni ruoli chiave: dalla presidenza del Parlamento (con Martin Schulz) alla guida della politica estera (con Federica Mogherini) ed economica (con Moscovici) della Commissione europea. L’attuale candidato alla presidenza è Frans Timmermans, olandese ed ex diplomatico. Il principale “affluente” italiano del PSE sarà il Partito Democratico, che all’indomani delle elezioni europee del 2014 aveva raggiunto il primato della singola rappresentanza partitica più folta dell’intero Parlamento europeo.

Terza per importanza e visibilità è senz’altro l’Alleanza dei Liberali e Democratici per l’Europa (ALDE), assurta alle cronache italiane prima per la dichiarata intenzione, da parte del M5S, di entrare a farne parte (2017), e ben più recentemente per gli attacchi del suo leader Guy Verhofstadt al presidente del Consiglio italiano Conte. Al di là di queste note di colore, bisogna tener presente che l’ALDE è una formazione politica centrista, liberale e fortemente europeista; ha collaborato con tutte le ultime maggioranze del Parlamento e oggi avrebbe addirittura la possibilità di aumentare i propri seggi al suo interno, grazie soprattutto all’ingresso di forze non piccole come En Marche di Emmanuel Macron (in seguito alla quale, secondo quanto dichiarato da Verhofstadt, dovrebbe sciogliersi lo stesso gruppo). Anche in questo caso, però, dall’Italia dovrebbe arrivare un contributo abbastanza piccolo (se non addirittura inesistente): l’unica forza che sostiene ALDE è Più Europa, partito che a stento dovrebbe raggiungere la soglia di sbarramento del 4%.

Queste tre forze politiche, insieme, dovrebbero con facilità superare il 50% dei voti, e con tutta probabilità utilizzeranno questo capitale per coalizzarsi ancora una volta e governare per altri cinque anni le istituzioni europee. Tuttavia, oggi più che mai, dovranno fare i conti con altre forze politiche, date in crescita ovunque e ben determinate a scalzare l’attuale status quo.

Quali sono queste forze? Il quadro qui diventa più frammentato, ma non per questo privo di impatto sulle forze più grandi, anzi.

Le ultime proiezioni sulla composizione del Parlamento europeo dopo il voto

A destra si contendono lo spazio tre gruppi, l’ECR (Conservatori e Riformisti Europei), l’EFDD (Europa della Libertà e della Democrazia Diretta) e l’ENF (Europa delle Nazioni e della Libertà). Tutti conservatori ed euroscettici (e in diversi casi populisti), rappresentano storie e sensibilità diverse, benché poi di fatto non siano sempre facilmente distinguibili tra di loro. Nel primo gruppo, l’ECR, attualmente il più grande di essi all’interno del Parlamento, rientrano tra gli altri i conservatori britannici, il partito Diritto e Giustizia (PiS) dell’ex presidente polacco Kaczyński e Fratelli d’Italia. Del secondo fanno parte soprattutto l’Ukip britannico di Farage e il Movimento 5 Stelle italiano. Al terzo, infine, appartengono tra gli altri il Front National di Marine Le Pen, l’FPÖ austriaco (nella bufera proprio in questi giorni) e la Lega.  

A sinistra invece, altre due famiglie completano o quasi il quadro: i Verdi e il gruppo GUE/NGL. I primi, com’è noto, rappresentano soprattutto la sensibilità ambientalista, negli ultimi anni in crescita in molti Paesi europei (ma sembrerebbe non in Italia). Il secondo, invece, include al suo interno molti partiti di sinistra più o meno radicale, generalmente critici verso l’integrazione europea o quantomeno la sua attuale forma. E sta proprio qui la principale differenza tra i due gruppi: mentre i Verdi sposano con convinzione la causa dell’integrazione dell’Unione, il GUE/NGL raccoglie opinioni anche molto contrastanti sul tema, fino al cosiddetto sovranismo di sinistra, per bocca dei suoi leader più riconosciuti, come il francese Jean-Luc Mélenchon. Oltre che dei propri omologhi italiani, nel nostro Paese i Verdi godono dell’appoggio di Possibile; il GUE/NGL riceve invece il sostegno de La Sinistra di Fratoianni.

Sono da segnalare, infine, alcune iniziative politiche di non vasto consenso nel nostro Paese ma di una certa risonanza a livello continentale. Ci riferiamo qui a Diem25, la formazione sperimentale lanciata dall’ex ministro greco delle finanze Varoufakis, e a Volt, un nuovo partito di orientamento liberale fondato solo pochi mesi fa da alcuni giovani volenterosi. Due realtà comunque troppo nuove e deboli per poter incidere nella prossima legislatura europea.

Sperando che questi appunti siano serviti a chiarire alcuni dubbi di collocazione politica (o quantomeno a stimolare la volontà di recarsi alle urne), non resta che augurare a tutti voi lettori un buon (e consapevole) voto.

Pietro Figuera

Acese, diplomato al Gulli e Pennisi e laureato in Relazioni Internazionali. Borsista di ricerca presso l’Istituto di Studi Politici S. Pio V di Roma. Fondatore di “Osservatorio Russia”, collabora con Limes, Rai Storia e il Groupe d'études géopolitiques. Autore del libro “La Russia nel Mediterraneo”, Roma 2016, Aracne editrice. 

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