Verso le Europee / Per cosa si vota

Coperto dal frastuono mediatico della campagna elettorale permanente italiana, l’appuntamento del 26 maggio potrebbe essere scambiato a prima vista per uno dei tanti test politici nazionali che alimentano le cronache dei quotidiani.

In realtà, tutti o quasi sanno ormai che tra pochi giorni si vota per le elezioni europee. Ma forse non sono moltissimi a comprendere la forma, la portata e persino la finalità del voto. Che va evidentemente molto oltre la tenuta dell’attuale governo.

Anche la tornata del 2019, come le precedenti (si svolgono ogni 5 anni), sarà basata sui sistemi elettorali nazionali, e in particolare sull’assenza di un’unica scheda elettorale valida per tutti i Paesi membri dell’Unione. In pratica, la scelta tra i simboli non sarà molto diversa da quella delle elezioni politiche nazionali, a causa dell’assenza di qualsiasi riferimento alle famiglie politiche europee all’interno della scheda su cui si dovrà votare. Un meccanismo criticato ormai da anni e da più parti, poiché non incoraggia la conoscenza della realtà politica al di fuori dei confini di ogni Paese, e soprattutto non favorisce la creazione di un vero dibattito politico europeo.

Ma prima ancora dei partiti, è forse il caso di spiegare, almeno in sintesi, ciò per cui si andrà a votare tra meno di due settimane. In cabina elettorale si potrà scegliere (con il sistema delle preferenze) tra i vari candidati offerti dai partiti in ogni circoscrizione elettorale. Tali candidati andranno a concorrere per 751 posti all’interno del Parlamento Europeo, di cui 73 attualmente riservati all’Italia.

Il Parlamento Europeo, che ha sede a Strasburgo e Bruxelles, è il principale organo di rappresentanza e legislativo dell’Unione. Con il Trattato di Lisbona (2009), l’ultima evoluzione giuridica di massima portata di cui è stata protagonista l’UE, il Parlamento ha rafforzato i suoi poteri sottraendoli al Consiglio.

Eppure bisogna dire che, a dispetto delle previsioni giuridiche, il ruolo politico del Parlamento sembra aver perso importanza nel corso degli ultimi anni. Il motivo principale è stato la crescita del cosiddetto metodo intergovernativo, ovvero della volontà degli Stati membri di concentrare le trattative sui temi europei negli organi sotto il maggior controllo dei governi, ovvero il Consiglio e il Consiglio Europeo (a discapito quindi della Commissione e del Parlamento stesso).

Ne è risultato, tra le altre cose, un generale inasprimento del dibattito, sempre più fondato sugli egoismi nazionali e incanalato nelle crescenti faglie geopolitiche del continente. Il peso specifico dei singoli Paesi membri è tornato ad essere un elemento determinante delle trattative europee, svuotando di senso gli sforzi comunitari e mettendo a repentaglio molte delle conquiste politiche ottenute negli scorsi decenni.

Ciò tuttavia non significa che il Parlamento Europeo sia diventato un’istituzione inutile, anzi. Proprio le prossime elezioni determineranno la sua nuova maggioranza, che darà un’indicazione molto chiara sul percorso che vuole intraprendere l’Unione nei prossimi cinque anni. Il gruppo parlamentare più votato (nella prossima puntata spiegheremo quali sono le forze europee in campo) avrà la prerogativa, di fatto, di scegliere il nuovo presidente della Commissione, l’organo esecutivo per eccellenza dell’UE.

Una Commissione guidata da personalità deboli, o ancora peggio da forze politiche non interessate ad un rafforzamento dell’integrazione europea, condurrà inevitabilmente a un nuovo capitolo della lotta intestina tra gli Stati. Dove, com’è già evidente, continuerà a vigere la legge del più forte. Viceversa, una forte guida degli organi esecutivi europei potrebbe invertire il trend in atto, o almeno provare a frenare il processo di disgregazione comunitaria in corso.

Basterebbe solo questo, per rendersi conto di quanto sia importante andare a votare il prossimo 26 maggio. A prescindere dalle simpatie e dagli equilibri politici nazionali.

Pietro Figuera

Acese, diplomato al Gulli e Pennisi e laureato in Relazioni Internazionali. Borsista di ricerca presso l’Istituto di Studi Politici S. Pio V di Roma. Fondatore di “Osservatorio Russia”, collabora con Limes, Rai Storia e il Groupe d'études géopolitiques. Autore del libro “La Russia nel Mediterraneo”, Roma 2016, Aracne editrice. 

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