Intervista / La scrittrice Lodovica San Guedoro, incompresa in Italia e acclamata in Germania: “La Sicilia è lievito della mia arte”

Lodovica San Guedoro, scrittrice di origini siciliane, per affermarsi ha dovuto espatriare, culturalmente, in Germania, dove gli editori l’hanno subito corteggiata mentre in Italia non era mai stata tenuta in considerazione. Ci ha raccontato questo e altro nella intervista che pubblichiamo, compresa l’esperienza, negativa, con “Pastor che a notte ombrosa nel bosco si perdé…”, al Premio Strega, per il quale era stata candidata da Dacia Maraini e Maria Rosa Cutrufelli.

Ci parli un po’ di lei…

Sono nata a Napoli da genitori siciliani. A Napoli frequentai la Teresa Ravaschieri, l’Istituto Francese e la Fiorelli. A Roma, il Liceo Classico Manara, partecipando come simpatizzante dell’estrema sinistra ai moti studenteschi. Femminista della prima ora, feci parte del collettivo ultra di via Pompeo Magno. I miei studi di Filosofia alla Sapienza furono troncati dall’emergere di una forte vocazione letteraria. A meno di vent’anni volai a Parigi, dopo aver fatto il necessario gruzzolo al Liceo Linguistico di via Boncompagni con delle supplenze in Filosofia e Inglese. Poi sorse l’amore per la Letteratura tedesca… e ci fu l’incontro con Lerchenwald. Giovanissimi, lasciando tutti stupiti e interdetti, ci sposammo. Ben presto abbandonammo Roma e ci trasferimmo in campagna, tra Siena e Firenze. Sette anni bucolici, sette anni di creazione e di artigianati vari, tra cui l’apicoltura, di veglie con i vecchi, di giochi coi bimbi dei contadini… e di inutili tentativi con le case editrici. Dopo aver infine pubblicato in proprio un giallo letterario dal titolo “Incitazione a delinquere”, la lentezza con cui gocciolavano le recensioni mi esasperò al punto da spingermi all’esilio. Appena toccato il suolo tedesco, tre case editrici (tedesche naturalmente) chiesero l’opzione per il sunnominato romanzo. Mi decisi per la più prestigiosa, la Luchterhand, che era fornita di un netto profilo letterario. Ma, a traduzione fatta, questa fu improvvisamente venduta, e dovetti correre ai ripari offrendo il libro alla Nymphenburger, di taglio più commerciale. All’edizione hard cover seguì la pubblicazione a puntate sulla Westfaelische Rundschau e l’edizione tascabile nella Ullstein. Seguì, sempre nella Nymphenburger, una raccolta di racconti, l’edizione tascabile degli stessi, e seguitò il silenzio delle case editrici italiane…

La congiuntura mondiale era già allora fortemente antiletteraria, ma la mia vena creativa era troppo grande. Scrissi un dramma radiofonico, replicato più volte dalla Wdr di Colonia. A quarantott’anni tentai di mutare pelle e, trapiantatami a Vienna, mi diedi al teatro: commedie, un dramma fantasmagorico dedicato al Burgtheater, collaborazioni con riviste italiane, discese ricorrenti in Italia: ma l’unico risultato tangibile delle mie fatiche rimane una splendida lettura scenica de “La vita è un sogno” al Teatro Argot di Roma.

Ristabilitami, dopo tre anni di Vienna, a Monaco, pensando seriamente alla posterità, la prima cosa che feci fu di mettere al sicuro le mie opere, edite e no, nella Sezione  Manoscritti e Rari della BNCF (Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze): i tempi erano davvero bui e magari un incendio avrebbe potuto annientare tutto.

Poi un bel giorno incontrai un garbato e colto signore tedesco che mi confidò di avere da tempo giocato col pensiero di fondare una piccola casa editrice controcorrente: nacque così  Felix Krull Editore, presso il quale sono apparsi via via tutti i miei successivi libri e anche alcuni del tempo anteriore.

Come nasce la passione della scrittura?

In me, come in tutti gli scrittori autentici, da una vita profondamente vissuta e da circostanze biografiche uniche e irripetibili.

Qual è il suo rapporto con la Sicilia?

Mio padre, di Palazzolo Acreide, visse da ragazzo a Parigi e divenne in seguito docente di Lingua e Letteratura francese all’Università di Napoli. Mia madre, un’insegnante di Lettere, proveniva da Siracusa.

Ho avuto legami strettissimi con la Sicilia, dove fino al ventesimo anno d’età trascorsi tutte le mie estati e le feste natalizie, dividendomi tra la casa della nonna cittadina, ad Ortigia (stirpe marinara), e Santa Teresa, dove i miei nonni (stirpe fornaia) avevano un giardino d’aranci a pochi passi dal mare. Lì, tra cugini, zii, prozie e amici di famiglia, mi entrò nei sensi e nell’anima la Sicilia eterna, lievito della mia arte e oggetto di trasfigurazione nel racconto “Fiorelluccia, un’infanzia siciliana”, ne “Gli avventurosi Simplicissimi” (entrambi usciti presso Felix Krull editore) e nella commedia “L’avaro grandioso” (Primafila).

Cosa l’ha spinta a scrivere “Pastor che a notte ombrosa nel bosco si perdé…”?

Cito dal romanzo stesso, o meglio dalla sua continuazione, perché c’è una seconda parte alla quale sto lavorando e credo che l’opera stessa contenga tutte le risposte:

C’erano ore che avrei voluto morire. Ore nelle quali si faceva largo nel mio essere la disincantata, asciutta sensazione di aver vissuto abbastanza, che la mia parabola potesse essere giunta alla conclusione, che la mia vita fosse, in fondo, con quella storia, arrivata ad esaurirsi. E forse sarebbe stato decoroso retrocedere, non continuare a trascinare un’esistenza ormai stanca e spossata, che poteva essere solo l’ombra di se stessa.

O anche: Crono, che non si arrestava mai e continuava a correre inesorabilmente, mi allontanava sempre più da quella meravigliosa avventura, irripetibile condensazione di vapori colorati prodotta per un istante dall’Universo nel suo infinito, smisurato vorticare. Mi dominava completamente l’assurda, disperata smania di fermarlo, di fermarlo ad ognuno dei momenti vissuti con lui, lasciando intatte le cose che ci avevano circondati, mute testimoni di quell’amore, come racchiudendole in uno scrigno di cristallo che potessi sollevare con le mie mani al di sopra del flusso della vita, per salvarle. Ma era impossibile, ed era disperante riconoscerlo. Questo romanzo, che ho scritto per un anno e mezzo e che ancora scrivo, si è assunto poi il compito di sostituire quello scrigno, ma non è riuscito a rimpiazzarlo completamente: a tratti ho sempre ancora quella folle coazione.

Oppure: Questo libro, questo libro lo scrivo perché il mio amore per te, Kasim, non cada nel silenzio e nell’oblìo…

Qual è il rapporto con l’amore e quanto c’è di se stessa nel racconto?

L’amore è l’impossibile che si avvera, l’amore è voluto dagli Dei, contro l’amore non c’è forza di stati e violenza di eserciti che possano, Cupido passa attraverso i muri e i buchi delle serrature. In un punto del  racconto si legge:

Oh, Eros, che parli attraverso gli occhi, oh, Eros, che porti grazia e dolcezza nell’anima di coloro che conquisti, oh, Eros, che incanti i cuori e nella tua irresistibile, bellissima follia travolgi gli animali sui monti e negli abissi del mare e i pastori bosniaci nei boschi, oh, Eros, tu sia benedetto!

Nell’attuale organizzazione della vita è evidente che non ci sia posto per la gioia, per il gioco, per la purezza né per la bellezza dei sentimenti. Negli individui invece qualcosa di sano, di gentile, si può ancora trovare, ma sempre meno. Con questo romanzo ho voluto una buona volta dire quello che ho sempre sentito e pensato sull’amore, contrapporre alla pornografia trionfante a livello planetario la verità e la bellezza perdute di questo potente sentimento naturale e umano. Fin dall’adolescenza non ho letto in proposito che turpitudini, mistificazioni e brutture di marca prevalentemente maschile e violenta. Ancora nella seconda parte:

Gli uomini! Gli uomini rovinavano tutto! E Kasim non aveva fatto eccezione. Con la loro proterva arroganza, col loro selvaggio dispotismo, estesosi come un morbo, come una malattia attraverso i secoli, ereditato come una tabe da ogni nuova generazione, si erano accaparrati anche l’amore, un campo che sfuggiva totalmente alla loro percezione; loro, così inetti, così insensibili, così ignoranti di naturalezza e sentimento, avevano stabilito una volta per tutte, con la loro maldestra rozzezza e meccanicità, le leggi dell’amore; avevano avuto l’imperdonabile presunzione di sapere cosa fosse e cosa non fosse e imposto alle succubi donne la propria snaturata visione, la propria contratta, violenta insensibilità, espropriandole del corpo vero e inventandogliene uno fittizio, carico di una menzognera, passiva sensualità da schiave, marchiandole con la maledizione, con la dannazione di incarnare il sesso, schiacciandole sotto questo peso abnorme e suggestionandole a rovesciare tale vergogna nel trionfo in quanto madre e puttana, un’identità che celebra i suoi fasti fino ai nostri giorni, un’identità dura a morire, dura a finire, che si rigenera continuamente, anche sotto la stella dello sfacelo di tutti i valori. Come avrà capito, “Pastor che a notte ombrosa nel bosco si perdé…” è un romanzo autobiografico fin nei minimi dettagli. 

Qual è il messaggio che vorrebbe si percepisse dall’opera?

La purezza e bellezza dell’amore che erompe dal nostro vero io, spezzando i mortiferi condizionamenti  secolari imposti dalla visione patriarcale.

Rivolgendosi alle nuove generazioni: perché è importante leggere?

Perché salva dall’abbrutimento e ci rende liberi.

La San Guedoro non è stata inclusa nella dodicina dello Strega, malgrado fosse stata candidata da Dacia Marini e Maria Rosa Cutrufelli. Il motivo di questa eclatante decisione è presto detto: il Comitato direttivo dello Strega è composto in prevalenza da… uomini. “La mia visione antipatriarcale deve averli disturbati anzichenò, questi uomini”, ci dice senza mezzi termini l’autrice.

Annalisa Coltraro

 

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Posted by on 29 aprile 2017. Filed under Cultura,In evidenza,Interviste. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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