Riflessione / Pira, la Pace tra giustizia e responsabilità collettiva

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Condividiamo la riflessione del professore Francesco Pira, intitolata “La Pace oggi tra giustizia e responsabilità collettiva”, che invita a guardare alla pace non più come semplice assenza di conflitto, ma come un “ecosistema relazionale” fondato sulla dignità umana. “La pace si configura come una costruzione sociale complessa, fatta di memoria e diritti” dichiara Pira “un impegno che richiede di disinnescare l’odio e superare quella paura che, oggi, rischia di diventare l’unica lente deformante attraverso cui leggiamo il mondo”.

Pira / La nuova definizione di Pace, tra giustizia e responsabilità

La guerra, oggi, non è più soltanto un evento geopolitico lontano ma una presenza costante, mediatica, emotiva e culturale che attraversa la quotidianità delle persone, ridefinendo paure, linguaggi e soprattutto la stessa idea di pace. In uno scenario globale segnato da numerosi conflitti, la pace non può più essere ridotta a una semplice assenza di guerra, ma si configura come una costruzione sociale complessa, fatta di giustizia, memoria, diritti e relazioni.

Il mutamento della percezione pubblica

A questa realtà si collega un articolo pubblicato su Domani dal ricercatore Enzo Risso, dal titolo Non solo l’assenza di conflitti: la guerra sta cambiando l’identità della pace. Offre dati e interpretazioni fondamentali per comprendere il mutamento in corso nell’opinione pubblica italiana, mettendo in luce un passaggio decisivo. La pace non è più soltanto negazione della guerra, ma diventa una dimensione attiva, generativa, sociale e culturale. Una ridefinizione che riguarda non solo la politica internazionale ma anche la percezione collettiva dei cittadini, le loro emozioni e la visione del futuro.

L’impatto emotivo e la paura del futuro

I dati riportati nell’indagine dell’osservatorio Fragilitalia del centro studi Legacoop e Ipsos, basata su rilevazione CAWI su panel digitale IpsosDoxa, offrono un quadro chiaro del sentimento nazionale. La rilevazione è stata condotta negli ultimi dieci giorni di marzo su un campione di 800 italiani. Emerge con chiarezza come le dinamiche conflittuali in corso, dall’Ucraina alla Palestina, dall’Iran al Libano, generino un forte senso di indignazione per le vittime civili. Scenari bellici in cui eserciti potenti si contrappongono a popolazioni inermi. È caduta ormai ogni “foglia di fico” delle cosiddette vittime collaterali. I bombardamenti colpiscono indiscriminatamente abitazioni, edifici, ospedali e scuole.

Questa rappresentazione drammatica alimenta “nel 44 per cento del paese, una profonda contrarietà al conflitto e, nel 33 per cento, alimentano i dubbi sulla legittimità degli attacchi. Non solo. Il 74 per cento del paese, a causa delle guerre in corso, prova un senso di paura o ansia per il futuro, che influisce sulla vita quotidiana e sulle scelte”. Le apprensioni comuni risultano ben definite e strutturate. “Il rischio di una Terza guerra mondiale (45); le conseguenze economiche di medio e lungo periodo (33); il timore che qualcuno usi le armi nucleari (11) e l’accrescersi dell’instabilità sociale alle porte dell’Europa (8)”.

Come se non bastasse, “i conflitti in Medio Oriente alimentano le preoccupazioni per una recrudescenza di terrorismo e attentati (83)”. In questo quadro la guerra non è più percepita come eccezione lontana ma come fattore che incide direttamente sull’immaginario collettivo e sulla costruzione del presente.

Pira / Dalla pace alla giustizia e responsabilità collettiva 

Uno degli elementi più significativi riguarda la ridefinizione simbolica della pace. “Dopo decenni di pace apparente il ritorno della guerra (e in modo così sfacciato, violento e arrogante) modifica la stessa visione della pace. Da elemento che si qualifica per negazione (l’assenza di guerra, violenza o conflitto armato), diventa sempre più un atto positivo e costruttivo, uno stato di armonia, giustizia sociale, prosperità e benessere integrale”. In questa prospettiva, “il 76 per cento del paese è orientato a una visione costruttiva della pace e va oltre il silenzio delle armi (24)”.

Percorsi per costruire la pace

Questa nuova consapevolezza si riflette anche nel modo in cui gli italiani immaginano concretamente l’iter per costruirla. “Il percorso per arrivare alla pace è vissuto come un processo complesso, dolente, ma indispensabile, che si articola sia nella definizione di un compromesso in cui entrambi cedono qualcosa (31); sia nel sostenere un cambiamento della cultura, aiutando le nuove generazioni a superare l’odio (30 per cento)</em>. In pochissimi credono nella possibilità che una delle due parti vinca militarmente (5) e altrettanto pochi sono quelli che confidano nella capacità delle grandi potenze di gestire un accordo con la forza o con le sanzioni (12). Bassa è, infine, la fiducia nelle capacità dell’Onu (22)”.

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Inoltre emerge con chiarezza anche un giudizio netto sull’uso della forza. “La maggioranza dell’opinione pubblica non crede che la guerra sia, a volte, necessaria per ottenere la pace (65) e per l’89 per cento del paese l’uso della forza da parte delle superpotenze è il vero problema, non la soluzione”.

Pira / Analisi sociologica e ruolo del digitale nell’ecosistema relazionale

Bisogna richiamare alcune delle principali teorie contemporanee. Zygmunt Bauman, con il concetto di modernità liquida, aiuta a comprendere come l’insicurezza globale si sia trasformata in una condizione permanente dell’esperienza individuale. Anthony Giddens evidenzia invece la crisi della fiducia nei sistemi istituzionali globali. La pace non appare più come una condizione data ma come un processo da costruire continuamente, una pratica condivisa che coinvolge istituzioni, culture e individui.

A questo si aggiunge il ruolo sempre più pervasivo delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale. Queste contribuiscono a ridefinire la percezione dei conflitti, amplificando sensazioni, timori e narrazioni attraverso flussi comunicativi continui e spesso polarizzati. Incidono, così, profondamente sulla formazione dell’opinione pubblica.

La pace si configura così come un ecosistema relazionale fondato su giustizia, memoria e responsabilità. Include la tutela dei diritti umani, la distribuzione equa delle risorse, la ricostruzione dei territori distrutti e la centralità delle vittime. Ma anche un lavoro significativo sul piano educativo e culturale per disinnescare l’odio e ridurre la paura che attraversa le società contemporanee.

È proprio la paura, infatti, uno degli elementi più pervasivi. È ciò che rischia di diventare una lente deformante attraverso cui leggere il mondo e che influenza non solo le opinioni ma anche i comportamenti sociali e politici.

Pira / Conclusioni della Pace oggi tra giustizia e responsabilità collettiva

In conclusione, il quadro che emerge è quello di una ridefinizione dell’idea stessa di pace. Non è più semplice tregua tra conflitti ma progetto culturale e civile. In questo senso le parole pronunciate da Papa Leone XIV durante la Veglia della Pace dell’11 aprile assumono un valore particolarmente significativo. Soprattutto quando affermano: “basta con l’idolatria di sé stessi e del denaro! Basta con l’esibizione della forza! Basta con la guerra!”.

Parole che si intrecciano con i dati e le analisi sociologiche e indicano una direzione possibile: quella di una pace non solo dichiarata ma praticata. Non solo invocata ma realizzata quotidianamente, come scelta capace di superare la logica della paura e restituire centralità alla dignità umana.

Francesco PiraFrancesco Pira, professore associato di sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università di Messina. Giornalista, saggista e studioso di comunicazione, è autore di numerosi articoli e volumi su media, linguaggi digitali e dinamiche sociali contemporanee.