Intervista / Alfio Patti : “Il mio libro ‘La Koinè possibile’ è per chi ama la lingua siciliana”

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Koinè possibile sezione di copertina

Custodire una lingua significa custodire la memoria di un popolo. È da questa convinzione che nasce “La Koinè Possibile – Vademecum su grammatica e ortografia siciliane” (Algra Editore), il nuovo lavoro di Alfio Patti, poeta, saggista e studioso della lingua siciliana, considerato l’Aedo dell’Etna per il suo instancabile impegno nella valorizzazione della cultura isolana.
Frutto di oltre quarant’anni di studi e ricerche, il volume si propone come un pratico vademecum per docenti, studenti e appassionati che desiderano conoscere e scrivere correttamente il siciliano.  Con l’autore abbiamo ripercorso la genesi dell’opera e riflettuto sul valore culturale di una lingua viva, capace ancora oggi di raccontare la storia, l’identità e le radici della Sicilia.

Da dove nasce l’idea di scrivere “La Koinè Possibile”?

Il libro nasce dall’esperienza maturata nei corsi di formazione organizzati dopo la Legge Regionale che ha introdotto lo studio del patrimonio linguistico siciliano nelle scuole. Mi sono accorto che docenti e appassionati chiedevano strumenti pratici: dispense, materiali, indicazioni chiare. Da qui l’idea di raccogliere oltre quarant’anni di studi in un unico volume.Alfio Patti

Perché “Koinè possibile”?

Perché non pretende di imporre una verità assoluta. La lingua siciliana è viva, si evolve e non dispone di un organismo normativo come l’Accademia della Crusca. Ho studiato le grammatiche storiche e il linguaggio di decine di poeti siciliani per individuare una linea di tendenza condivisa, offrendo un riferimento utile a chi desidera scrivere correttamente.

A chi è rivolto il libro?

Agli insegnanti, agli studenti, agli scrittori e a tutti coloro che amano il siciliano. E’ un vademecum pratico che affronta grammatica, ortografia e lessico, aiutando anche a usare le parole nel loro corretto contesto storico e culturale.

Qual è il messaggio di fondo di Koinè possibile?

Valorizzare la lingua siciliana significa custodire un patrimonio culturale. La Lingua è memoria, identità e ricchezza condivisa: conoscerla vuol dire comprendere meglio la nostra storia e trasmetterla alle nuove generazioni.

Lei ha portato la cultura siciliana in tutto il mondo. Che emozione prova quando si esibisce davanti alle comunità di emigrati?

È un’emozione diversa rispetto a quando canto in Sicilia o nel resto d’Italia. All’estero mi rivolgo a persone che hanno conservato una lingua antica, quella che portarono con sé quando partirono negli anni Trenta, Quaranta e Cinquanta. Molti di loro si riconoscono ancora in quei testi e in quel dialetto che qui, in parte, si è trasformato. È come ritrovare un patrimonio custodito con amore.La Koinè possibile copertina

Qual è il luogo dove ha sentito più forte questa emozione?

L’ Argentina. A Buenos Aires, quando si accesero le luci a fine spettacolo, vidi tante donne con il trucco rigato dalle lacrime. Avevano pianto per tutto il tempo dello spettacolo e sono convinto che anche gli uomini si fossero commossi. Dopo il concerto rimasero a parlare con me per ore: volevano raccontarmi la loro storia. Volevano essere ascoltati. Avevano ancora dentro quella terra lasciata tanti anni prima.

Ha trovato differenze tra le varie comunità siciliane nel mondo?

Sì. Ogni comunità ha una storia diversa. A New York ho percepito un’identità ormai molto assimilata alla cultura americana. A Lawrence, vicino Boston, invece la tradizione è rimasta fortissima: le feste patronali, il senso di appartenenza, la devozione ai santi Alfio, Filadelfo e Cirino continuano a essere vissuti con autenticità. Ma la comunità che mi ha colpito maggiormente è stata quella di Johannesburg, in Sudafrica. Lì la comunità siciliana è molto organizzata e unita.

Che cosa le hanno insegnato questi viaggi?

Che più si è lontani dalla propria terra, più forte diventa il desiderio di conservarne l’identità. La lingua, le tradizioni e la memoria sono il filo che tiene unite queste comunità. Mi torna sempre in mente il grande Ignazio Buttitta quando diceva che a un popolo puoi togliere tutto ma se gli togli la lingua lo cancelli davvero. Gli emigrati mi hanno dimostrato il contrario: finché custodiscono la loro lingua e la loro cultura, la Sicilia continua a vivere anche dall’altra parte del mondo.

 

                                                                       Caterina Maria Torrisi