Condividiamo la riflessione del professore Francesco Pira dal titolo “Rifugiati, paura e coscienza: le contraddizioni italiane e l’accoglienza“. Attraverso l’analisi dei dati emersi dall’indagine Ipsos illustrata nell’articolo di Enzo Risso, Pira esplora quello che viene definito l’universalismo morale condizionato. È un atteggiamento collettivo in cui il riconoscimento dei diritti fondamentali e del dovere d’asilo convive con la paura, la distanza e la richiesta di continue restrizioni. L’articolo lancia una sfida cruciale per la coscienza del nostro Paese: evitare le facili semplificazioni per comprendere e attraversare le nostre ambivalenze. “Forse la speranza possibile sta qui: nella capacità di trasformare l’accoglienza dei rifugiati in una cultura dell’incontro più matura, più realistica e insieme più umana” afferma Pira.
Proprio per questo, il compito più serio non è scegliere una semplificazione, ma attraversare questa contraddizione con maggiore consapevolezza. La paura va capita, non assecondata. La complessità va spiegata, non usata come alibi. E la dignità di chi fugge non può diventare variabile secondaria di un calcolo emotivo o identitario. Forse la speranza possibile sta qui: nella capacità di trasformare l’accoglienza in una cultura dell’incontro più matura, più realistica e insieme più umana.
Pira / L’opinione pubblica sull’accoglienza dei rifugiati
Ci sono temi che, più di altri, costringono una società a guardarsi allo specchio. Il rapporto con i rifugiati è uno di questi. Perché mette in gioco non soltanto la politica, la sicurezza o la tenuta dei sistemi di welfare, ma qualcosa di più profondo: l’idea che una comunità ha di sé, dei propri confini morali, del proprio grado di umanità. È proprio nei momenti in cui ci si confronta con chi fugge dalla guerra, dalla persecuzione, dalla fame di diritti, che diventano visibili le fratture tra i principi proclamati e i comportamenti reali.
Per questo, è particolarmente interessante l’articolo di Enzo Risso, pubblicato su Domani, dal titolo “L’ipocrisia e il primatismo, sui migranti gli italiani hanno le idee poco chiare”. È un testo che colpisce perché evita le semplificazioni più facili e prova invece a entrare nelle pieghe dell’opinione pubblica italiana, mettendone in luce l’ambivalenza, le esitazioni, le contraddizioni. Risso non descrive un paese semplicemente diviso tra accoglienti e ostili. Ma un paese nel quale convivono tensioni morali e paure sociali, universalismo dichiarato e chiusura concreta. Anche la nota metodologica merita attenzione. Infatti, l’articolo si fonda su una indagine CAWI realizzata da Ipsos Global Advisor in 29 paesi, su un campione di 21.521 intervistati maggiorenni, tra il 24 aprile e l’8 maggio 2026. Un elemento importante, perché consente di collocare il caso italiano dentro una prospettiva comparativa più ampia, evitando impressioni generiche.
Tra principi teorici e riserve concrete
Uno dei dati più significativi riportati nell’articolo è che “il 71% riconosce che chi fugge da guerre o persecuzioni debba poter trovare rifugio in un altro Paese, Italia compresa (cinque punti sopra la media dei 29 paesi rilevati da Ipsos)”. È un dato che, preso da solo, sembrerebbe restituire l’immagine di una società aperta al principio dell’asilo. Ma è proprio qui che la lettura si complica. Perché, come scrive Risso, “quando dall’enunciato generale si passa al funzionamento concreto, il consenso si frammenta”. E infatti il 44% vorrebbe chiudere interamente i confini italiani ai rifugiati, mentre il 52% ritiene che molti di coloro che vengono presentati come rifugiati siano in realtà migranti economici. Siamo davanti a un atteggiamento che riconosce il principio, ma diffida della sua applicazione; che accetta la regola morale, ma ne restringe subito il campo di validità.
L’universalismo morale condizionato
Il cuore dell’analisi di Risso è forse nella formula del “universalismo morale condizionato”. Un’espressione molto efficace, perché spiega bene la doppia posizione dell’opinione pubblica: da un lato il riconoscimento dei diritti, dall’altro la richiesta di controllo, verifica, certificazione, distanza. Lo stesso articolo osserva che il diritto alla protezione è subordinato “a una prova di autenticità, alla controllabilità delle frontiere e alla verifica degli esiti integrativi”. In altri termini, non si nega apertamente il dovere umanitario, ma lo si rende progressivamente più ristretto, più selettivo, più reversibile. La protezione diventa accettabile solo a condizione che non disturbi troppo, che non modifichi gli equilibri percepiti, che non tocchi in modo diretto la sfera del benessere e della sicurezza.
La paura dello straniero
C’è in questo atteggiamento una forte componente sociologica che merita di essere letta con attenzione. Zygmunt Bauman, riflettendo sulla condizione contemporanea, ha scritto pagine molto acute sulla paura dello straniero. Non si tratta semplicemente del rifiuto dell’altro in quanto tale, ma della proiezione su di lui di insicurezze più profonde: precarietà sociale, fragilità economica, smarrimento identitario, senso di perdita di controllo. Lo straniero, in questa prospettiva, non è soltanto colui che arriva da fuori, ma colui sul quale si scaricano paure nate altrove. Diventa il bersaglio visibile di inquietudini prodotte da trasformazioni più ampie: la vulnerabilità del lavoro, la crisi dei legami, l’erosione delle protezioni, la sensazione che il futuro non offra più garanzie.
L’articolo di Risso va esattamente in questa direzione quando osserva che “il nodo non è la sicurezza, ma la difesa di una comunità economica e di un’identità che si crede minacciata”. È un passaggio importante, perché sposta il discorso dal piano dell’ordine pubblico a quello della costruzione simbolica della minaccia. In questo scenario, il rifugiato non viene guardato per ciò che è – una persona in fuga da una condizione estrema – ma per ciò che rappresenta nel racconto collettivo delle paure: un potenziale competitore, un corpo estraneo, un peso, una presenza da verificare. È così che il confine simbolico tra “noi” e “loro” resta attivo anche quando il confine giuridico si apre.
Il meccanismo della solidarietà a distanza
A rendere ancora più significativo l’insieme dei dati è il fatto che l’accoglienza appaia più tollerabile quando è territorialmente distante. Come scrive Risso, la protezione diventa più accettabile quando si immagina “vicino ai luoghi dello sfollamento”, delegandone la gestione alle organizzazioni internazionali, alle ONG e solo in ultima battuta ai governi nazionali. È il classico meccanismo della solidarietà a distanza. Si riconosce il dovere di aiutare, purché il peso morale dell’accoglienza non si traduca in prossimità concreta. Da un punto di vista culturale, è una forma di principio senza relazione.
Questo non significa dire che l’accoglienza sia semplice: comporta problemi reali, domande aperte e decisioni da assumere. Significa però rifiutare che la paura diventi l’unico criterio di lettura. Ed è qui che il contributo del giornalismo, della cultura e della riflessione pubblica diventa decisivo. Perché raccontare i rifugiati soltanto come questione securitaria o come problema di pressione sociale significa già orientare il senso comune in una direzione. Al contrario, occorre restituire complessità, storie, contesti, nomi, percorsi, sofferenze. Occorre far vedere che dietro la parola “rifugiato” non c’è una massa indistinta, ma una pluralità di esistenze ferite.
Un’istantanea scomoda ma necessaria
L’articolo di Enzo Risso ci consegna, in definitiva, una fotografia scomoda ma necessaria. Ci dice che l’Italia non è semplicemente un paese chiuso o un paese aperto. È un paese che riconosce il valore dei diritti, ma fatica a tradurli in disponibilità piena. Un paese che difende il principio dell’asilo, ma tende a subordinarlo a condizioni rassicuranti. Che manifesta sentimenti di solidarietà, ma preferisce esercitarli a distanza.
Proprio per questo, il compito più serio non è scegliere una semplificazione, ma attraversare questa contraddizione con maggiore consapevolezza. La paura va capita, non assecondata. La complessità va spiegata, non usata come alibi. E la dignità di chi fugge non può diventare variabile secondaria di un calcolo emotivo o identitario. Secondo Pira, forse la speranza possibile sta qui: nella capacità di trasformare l’accoglienza dei rifugiati in una cultura dell’incontro più matura, più realistica e insieme più umana. Perché una società non si misura soltanto da come protegge sé stessa, ma anche da come guarda chi bussa alle sue porte.
Francesco Pira, professore associato di sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università di Messina. Giornalista, saggista e studioso di comunicazione, è autore di numerosi articoli e volumi su media, linguaggi digitali e dinamiche sociali contemporanee.
