Società / Una sosta al semaforo fa riflettere sulla vita disumana dei migranti

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Migrante al semaforo getty images

Verde… e giallo. Solito semaforo: solita coda. Mi incolonno. Niente da fare. Avrò da attendere un turno intero di rosso. Forse due. E da far trascorrere. In compagnia della solita squadra di venditori ambulanti che, scelta ognuno una strada, si sparpagliano nelle quattro direzioni. Con lo sguardo cerco quello con maglia del Milan incontrato giorni fa, ma non lo trovo. Tanto per cambiare, sono cambiati tutti. Stavolta mi tocca uno più alto, con treccine alla Gullit e addosso una giacca troppo leggera. Risale la fila con scarsi risultati; poiché resta distante dai finestrini, deduco venga subito scoraggiato. Leggo sul viso un velo di rassegnazione. E’ lui poco propositivo o è proprio un giro poco fortunato?

Mentre si avvicina, le auto che mi precedono serrano la fila. Si crea lo spazio vuoto di qualche metro. Non ho fretta di colmarlo; le prime linee sono di una lentezza esasperante. Mi toccherà un altro rosso. Chi mi segue deve soffrire di horror vacui stradale, poichè mi sollecita subito ad andare avanti, con una strombazzata. Metto la marcia in folle e utilizzo il leggero declivio per farmi sotto. Vedendomi in movimento, il trecciolino passa oltre. Avrei potuto dargli un cenno di saluto ma… non l’ho fatto. Il patito del clacson che mi segue deve avergli rivolto qualcosa di poco garbato; ricambiato dal gesto di stizza con cui, risalendo, lo invita a raggiungere lo stesso paese a cui l’altro lo avrà forse mandato.

Da dove proviene chi sta ai semafori?Migrante al semaforo getty images

Mi chiedo da quanto tempo stia già in Italia e da dove provenga. Burkina Faso? Nigeria? Sud Sudan? E quanto avrà pagato ai mercanti di morte per raggiungere questo eldorado così distratto e inospitale. E ancora, per riacquistare un minimo di libertà da chi gli pretende il pizzo per il… posto all’incrocio. Canticchio i versi di Pino Daniele se hai la pelle nera amico guardati la schiena…viva viva u Senegàl.

Sempre rosso. L’incrocio ha intersezioni che richiedono sequenze di quattro diversi turni di verde. Lo seguo dallo specchietto retrovisore. È ormai quasi alla fine della fila e sta per ritornare giù. Chissà quante volte avrà oggi ripetuto quella processione senza soste e, chissà, forse, senza risposte. Mi chiedo quali aspettative, rivelatesi vacue illusioni, lo abbiano indotto a lasciare la propria terra e le proprie radici, per finire qui all’ombra di un tronco d’acciaio che non ha né radici, nè rami, nè frutti.

I colori del semaforo

Rifletto come uno stesso oggetto possa assumere valenze assai diverse, a seconda dei punti di vista. Per me il semaforo è un intruso che, ora agevola la mia premura, ora misura la mia pazienza. Per lui è l’ancora di salvezza della sua sopravvivenza ma al contempo il giogo cangiante della sua schiavitù. Io mi annoio di restarci per quattro minuti; lui ci rimarrà ancora, almeno per le prossime quattro ore. Pure i colori suggeriscono prospettive diverse; a me il verde evoca la libertà, il rosso una costrizione; a lui, il verde tante possibili occasioni perdute, il rosso la speranza di tante altre nuove opportunità. Ma non era il verde il colore della speranza? Doveva avere proprio ragione Einstein: tutto è relativo!

Le previsioni meteo via radio allertano per una perturbazione temporalesca attesa nelle prossime ore. Mi chiedo se domani ritornerà o se resterà, forse pure lì sotto la pioggia, nella baraccopoli ove dimora. Quale la scelta più opportuna e salutare? Forse neppure lui lo sa. Mi sovvengono immagini di tanti centri che per ipocrita convenienza o per interessi economici, chiamiamo di raccolta, piuttosto che, come sarebbe più rispondente al vero, di concentramento. Dove in esuberi di centinaia di unità rispetto alla capienza prevista, sono stipati in condizioni inumane; senza servizi igienici e letti adeguati; senza alcun sostegno spirituale, educativo e linguistico. Da cui spesso fuggono senza essere stati ben censiti, per un viaggio senza ritorno, incontro al tenebroso abbraccio delle mafie locali.

Quale accoglienza?Lavavetri a Catania

E chiamiamo questa accoglienza? E’ questa l’ospitalità verso lo straniero a cui ci esorta il Signore (Mt. 25, 35-40)? Sarebbe ora che tutti, in primis noi come Chiesa, facessimo mente locale. Non è un accesso indiscriminato senza una recettività disciplinata e contingentata, che potrà garantire a tante migliaia di disperati quella dignità di persone che, se forse a rischio nei loro paesi, qui così non avranno mai. Non si può più fare finta di non vedere e non capire. Sorprende che quanti, dopo aver descritto e biasimato le tratte oceaniche degli schiavi dei secoli scorsi, si rendano miopi di fronte a ciò che accade ogni giorno nei nostri mari, davanti ai loro occhi; dove si fa la storia di questo secolo non meno cinico.

ONU dove sei? UE dove sei? Satelliti individuano dallo spazio una punta di matita sulla mia scrivania e non riescono a intercettare navi e barconi collegati da consorterie criminali attive su scala mondiale? Suvvia. Ca’ nisciuno è fesso! Cui prodest? Se le Ong non fanno profitti, chi le finanzia? E perchè? Segui i passaggi di denaro e individuerai i finanziatori; e troverai le risposte. Giovanni Falcone docet.

Mi ripassa accanto dirigendosi al semaforo, prima che il colore cambi, col rischio di venire investito. Nelle mani gli stessi pacchetti di fazzolettini. Pure per questa tornata gli è andata buca. Il passo spedito evidenzia un aspetto che sa ancora di buona costituzione e di ottima salute, come per i suoi colleghi. A dispetto della fame o comunque scarsa alimentazione che nel sentore comune, devono aver lasciato, gli occupanti i barconi sono nella stragrande maggioranza singol, giovani e ancora integri fisicamente.

Non si può fingere di non vedere…

Non imputo al freddo di questi giorni il brivido sinistro che mi assale, mentre lui si riunisce ai suoi. Quanto, per la prevedibile durata di una permanenza poco più che settimanale, seguita dal… nulla, dal riaffiorare di un’ipotesi appena sussurrata, che tutti noi cittadini europei, per ignavia e viltà non abbiamo il coraggio di esprimere a voce alta ed esigere di verificare. Che cioè privati dei documenti originali, siano ricattati e utilizzati per espiantare organi per chi sia disposto a pagare qualunque cifra. O, provvisti di zainetto e monopattino, adibiti a vettori di spaccio; godendo di una virtuale impunità.

Verde. Calcolo in un quarto d’ora il tempo ancora necessario per raggiungere la sede della conferenza. Just in time per salutare, sedere al tavolo, prendere il microfono e iniziare a dissertare all’ora prevista. Da trattare, i principi di solidarietà e di sussidiarietà. Ma è sotto quel semaforo che la nostra società e prima ancora il nostro essere Chiesa si misurano con una fattiva coerenza e una accorta progettualità.

Mi muovo. Svolto a destra e gli rivolgo un ultimo sguardo. Ritto accanto al totem d’una silente agonia. Lo rivedrò alla prossima coda? O troverò altri, accomunati da un pari destino. E quale ne sarà la sorte? In Eleanor Rigby Paul Mc Cartney si chiede a chi appartenga la gente sola. A ognuno di noi; dovrebbe. Il Signore ti accompagni e protegga. Noi non ci siamo riusciti. Forse non ci abbiamo neppure provato.

 

Giuseppe Longo