Cosa succede quando la politica lascia gli scranni per i banchi della chiesa? Semplicemente che finisce per abbarbicarsi in sentieri non suoi.
I fatti recentemente accaduti a Catania sono talmente noti che non serve riportarli ancora, ma ci offrono lo spunto per soffermarci su una cosa che negli ultimi anni avviene sempre più spesso: manifestazione religiosa e politica vanno fin troppo di pari passo.
L’infelice risultato è che i ruoli si confondono, le dignità si perdono e le etichette si mescolano senza sapere più dov’è lo Stato e dove la Chiesa, finendo quasi col far sembrare il tutto una partita al gioco del memory nel quale, scoperta una carta, devi ricordarti dove hai visto la sua gemella per evitare di appaiare un sindaco con un arcivescovo.
La politica dei primi banchi
La presenza dei politici alle celebrazioni religiose riaccende periodicamente il dibattito sul rapporto tra istituzioni, fede e consenso. Tra rispetto delle tradizioni e rischio di strumentalizzazione, il confine non è sempre facile da tracciare.

Di per sé la questione non riguarda strettamente la partecipazione o meno di un politico ad una celebrazione religiosa: esso infatti rappresenta una comunità ed ha quasi l’obbligo morale di essere presente nei momenti importanti della vita collettiva, dalla festa civile alla manifestazione religiosa.
Il nodo della questione
Il sindaco, l’assessore, il presidente della Regione o il deputato sanciscono un legame tra festa patronale e identità della stessa comunità locale. La presenza politica è vicinanza, ma anche riconoscimento del valore culturale di una tradizione, anche quando non si aderisce personalmente alla fede professata.
Il problema nasce quando il politico non si limita ad esserci, quando non è più vicino alla sua comunità per stare vicino all’altare (e agli altari). Quando non è presenza silente, ma ha bisogno di far vedere che c’è. Quando la sua presenza assume una dimensione propagandistica, che sia velata o chiara nella sua espressione.

Il cerchio si stringe quindi attorno all’unica chiave di senso: le istituzioni devono esserci nelle occasioni significative per la collettività, ma senza appropriarsi dell’evento e senza presenzialismi.
Una cosa è, infatti, rappresentare le istituzioni, un’altra è rappresentare sè stessi sfruttando il ruolo istituzionale. Una differenza oggi talmente labile che a volte il confine si perde.
La religione, del resto, è una formidabile fucina. Ha santi e campanili, tradizioni e memoria, devoti e sacrestani: in una sola parola ha appartenenza. Ed è quindi un ottimo bacino di voti.
Tutto ciò che la politica, soprattutto nei periodi di consenso incerto, cerca disperatamente di recuperare.
Una processione, in fondo, offre ciò che un comizio raramente riesce a garantire: una scenografia già pronta, una comunità raccolta e un sentimento condiviso. E decine di foto che girano virali per i social.
La politica che dimentica i suoi limiti
I fatti di Catania ci ricordano che quando la politica oltrepassa i suoi limiti quello che succede è che l’immagine di ritorno diventa disturbante.
Nella metropolìa catanese accade esattamente questo: si passa il limite e lo si fa con la non curanza di chi non si rende conto che un gesto non è mai asettico. E così il bacio ad una reliquia, segno tangibile della devozione personale a cui ci abituano fin da bambini, corre il rischio, oggi attuale, che l’immagine dei resti mortali di una Santa diventino oggetto di meme e stickers, di scherno, di battute in tempo di future candidature.
Si sottrae la santità del cranio e si rimpiazza con l’immagine di un sindaco intento a baciare un teschio.
A prescindere dalla fede religiosa, presente o assente in ciascuno di noi, siamo veramente pronti ad accettare che la serietà di alcuni riti sia barattata con l’ilarità di qualche buontempone che scambia una reliquia con un teschio di halloween?
Il rispetto della santità, della fede, di un popolo in preghiera dove finisce?
Questa leggerezza, che niente ha a che vedere con un atto di fede (che semmai è un atto sempre puramente personale), non è altro che il frutto più maturo di una politica che si inginocchia alla festa del Patrono non con fedeltà ma con la supponenza di chi tutto può e tutto deve.
Chi finisce al centro delle polemiche non ne è colpevole, non ne è bandiera, non ne è vittima. É solo il prodotto di un modo di fare politica che ha illuso che questa fosse la via giusta per ottenere consensi, dimenticando che la presenza deve essere sempre misurata ed intelligente e che i presenzialismi si pagano.
Politica, dubbi e accettazioni nella chiesa
Non è solo la questione morale che si solleva ancora una volta e sulla quale potremmo soffermarci all’infinito, è piuttosto una riflessione amaramente diversa: quando le luci finiscono ad illuminare una millantata fede ed un cattivo gusto, capace di offendere chi crede ma anche chi non crede, tutto appare più nitido.
È l’immagine di una politica che vilipende la fede di un popolo, convinta che ottenere voti e ottenere grazie sia pressochè la stessa cosa.
Idea che purtroppo diventa sempre più insistente e che racconta un fenomeno già fin troppo evidente anche a livello nazionale: l’iper presenza politica si traduce ormai in una Chiesa che diventa palco per fare comizi elettorali, rosari sbandierati e annuncio di una propria confessione religiosa come identità. Con buona pace di De Andrè, che si riferiva ad altro tipo di processione nelle sue canzoni, possiamo però azzardare un richiamo alle sue parole osservando che c’è chi «fra un Miserere e un’Estrema Unzione», la presenza politica «La vuole accanto in processione».
Insomma, nel gioco del dare e avere c’è chi anche nella Chiesa sceglie di avvallare certi modi di fare, con la speranza, a volte vana, che accettare significhi garantire dei benefici alla propria comunità. Resta da chiedersi se questo è un bene o meno e soprattutto per chi lo è.
Chiesa e politica: tutti vogliono essere don Camillo
Dal «sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana» è stato un declino. Nello sbandierare la religione come appartentenza e vincolo di unione con uno Stato laico nelle intenzioni ma fortemente cristiano nella pratica, le processioni si sono popolate di rappresentanze politiche.
Passata di moda la lotta tra Don Camillo e Peppone, sembra che tutti siano particolarmente attratti dal ruolo del personaggio interpretato da Fernandel, tralasciando solo apparentemente l’incombenza politica a favore di rinnovate vocazioni e chiamate al servizio ecclesiastico.
Godiamo quindi di sindaci pronti a concelebrare, assessori che fanno i chierichetti e solo per grazia ricevuta non ci troviamo a vedere qualche consigliere che canta nel coro della chiesa.
La politica italiana non è mai caduta così in basso come quando ha deciso di sfruttare la fede del popolo per ruotare una croce in una X nella scheda elettorale.

Il dato politico
Il dato politico che emerge col Trantinogate è comunque una pietra miliare nello studio della politica contemporanea del sud Italia.
Non rappresenta una semplice espressione della devozione popolare venuta male, ma è una concreta forzatura istituzionale in cui un sindaco, rappresentante di tutta una Città e di tutti i pluralismi sociali e culturali del suo territorio, si contrappone pubblicamente al principio di laicità dello Stato.
Non è presenza istituzionale, non è un devoto tra i devoti: è la sovrapposizione del ruolo pubblico alla confessione privata che no, non rappresenta tutti i catanesi come si è tenuto a precisare da certe note a margine dell’evento (il 5,0% della popolazione residente è di origine straniera e si avvale di una confessione religiosa diversa da quella cattolica, una parte ancora è atea o agnostica.)
E’ la nuova forma di identitarietà che una certa politica sta assumendo, spettacolarizzando il legame con Chiesa e gerarchie ecclesiastiche con il fine di trasformare le ricorrenze che segnano l’identità di un popolo in strumento di concenso politico.
Non meno è da sottovalutare che a prendere le parti nella polemica sono le figure istituzionali, anche di un certo carico, che cercando di mettere una pezza alla polemica invece allargano ancora di più il buco. Insomma, a volte basterebbe chiedere scusa per l’umana leggerezza, soprattutto quando l’opinione pubblica ha già deciso da che parte stare.

E quando la festa finisce?
Il punto non è il bacio in sé. Anzi, nessuno ha avuto a che ridire per lo stesso gesto fatto dalle autorità ecclesiastiche competenti: in quel momento erano loro a rappresentare la devozione di una Città.
Ma chi non vede il problema oltre al gesto del bacio o vuole derubricare la critica a semplice attacco politico ha sicuramente le idee confuse. Perché si, ogni gesto è politica e ogni presidio è cultura, ma certe azioni sono decadenze inopportune.
Il punto di equilibrio sta probabilmente proprio qui: la politica deve incontrare la dimensione religiosa della società, ma senza trasformare la fede in uno strumento di consenso. In una democrazia pluralista rispetto delle tradizioni e laicità delle istituzioni non sono necessariamente valori contrapposti: possono convivere, purché ciascuno riconosca i limiti e l’autonomia dell’altro.
Ma questo modo di intendere Chiesa e politica oggi funziona?
Non resta allora da chiederci a chi fa veramente bene questa commistione tra Chiesa e Stato. I politici sempre più esibizionisti vengono mal visti dalla gente, ormai esausta di vedere picchetti e presenzialismi, i presbiteri sempre più vicini alle forze politiche vengono a loro volta definiti politicanti.
E quasi con nostalgia ci si ripete che sono ben lontani i tempi di Alcide De Gasperi, Giulio Andreotti, Aldo Moro e Giorgio La Pira, quando la politica era una cosa seria. Ma era una cosa seria anche la fede. Ed era una atto privato, personale, quotidiano.
Ma si sa, Parigi val bene una Messa
Oggi i politici alle funzioni non partecipano in silenzio, il cerimoniere non si lascia a casa, il posto in prima fila va garantito. E finita la processione, sparati i fuochi e ritirati i santi nelle cappelle, non resta che aspettare la prossima occasione liturgica (e non solo).
Perché nelle manifestazioni religiose il vero problema non è vedere un politico in prima fila. È capire chi stia celebrando chi.
E quando, tra incenso, campane e strette di mano, il confine diventa troppo sfocato, il dubbio viene spontaneo: siamo davanti a una manifestazione religiosa alla quale partecipano le istituzioni, oppure a una manifestazione politica che ha trovato una chiesa come scenografia?
La risposta, spesso, è tutta nella posa giusta per la fotografia da pubblicare sui propri social.
