Beata gioventù! Chissà quanti di voi che, come me, ricadono in una fascia di età che va oltre il mezzo secolo, a suo tempo si sono sentiti chiamati in causa da questa esclamazione. Oggi, invece, alla luce di alcuni fatti di cronaca nera che, purtroppo, vedono come artefici adolescenti e giovani, non è più così. Ci si pensa due volte prima di pronunciarsi, se non addirittura si prendono le dovute distanze da quel target generazionale. È chiaro che non si può e non si deve assolutizzare un simile convincimento.
Ma, data la ricorrenza di misfatti che vede coinvolta un’alta percentuale di ragazzi, chiudersi in un dignitoso silenzio sembra quasi d’obbligo. Di chi è la colpa? Totalmente dei giovani? Non credo lo sia. Cerchiamo di entrare nell’humus del fenomeno, evitando di catalizzarlo come un ostacolo solo da superare o da aggirare. Apprendere il compimento di un atto criminoso, specie se operato da giovani, è un gesto che stravolge la sensibilità di tutti.
A questo punto ci si chiede: qual è il volto della società dioggi? È chiaro: ogni volta che il senso di sicurezza viene attaccato da un individuo che colpisce mortalmente un’altra persona, spesso per futili motivi, viene spontaneo chiederselo. Così il passaggio verso un senso di paura e di angoscia collettiva è inevitabile.
Capire il perchè della violenza giovanile
Nello specifico mi chiedo: cosa spinge un adolescente a delinquere e cosa determina il suo sprofondare nel vuoto esistenziale? Se è vero, come statisticamente evidenziato, che alcuni giovani nutrono rabbia contro sé stessi e gli altri, penso che noi adulti, anziché giudicare, dovremmo spostare la lente di ingrandimento su un’altra angolazione. Posizionarla più sul perché di ciò che di illecito hanno fatto credo sia la chiave di lettura per affrontare e studiare al meglio il disagio.
In sostanza, dovremmo evitare di concentrarci solo sul condannare, sebbene essa sia una reazione istintiva ed inevitabile. Ripristinare nei ragazzi il valore della responsabilità, piuttosto, senza etichettarli come criminali, potrebbe essere una delle strade per fargli ritrovare la giusta direzione.
Gli adulti, di fronte a gesti estremi compiuti da essi, saranno capaci di andare oltre le apparenze, sforzandosi di leggere sopra le righe? Se tutti noi lo facessimo, scopriremmo che, in una fetta ampia di adolescenti, serpeggia la presenza di conflitti interiori che generano ansia, noia, inadeguato approccio verso il mondo circostante. Come antidoto, se ci mettessimo in ascolto delle loro agitazioni con pazienza e comprensione, li aiuteremmo a riconoscere quanto ciascuno di essi è un essere speciale. E, di conseguenza, l’altro non sarà mai un estraneo, un antagonista, una persona pericolosa.
La violenza giovanile è dovuta forse alla mancanza di modelli positivi?
Fino a quando i giovani non giungeranno a questo “start”, non saranno capaci di giocare una sana partita della vita, ma di fare solo autogol. Continueranno a fare a pugni con limiti e fragilità da cui non sanno venire a capo. Anziché mettersi in gioco, si difendono da minacce inesistenti. E talvolta lo fanno con gesti esasperati ed estremi.
La mancanza di modelli positivi e concreti a cui fare riferimento, li fa disorientare. È come se avessero la bussola emotiva che gira a vuoto, generando solitudine e smarrimento.
A questo punto, sfruttare le opportunità che facciano riconvergere ogni sforzo alla centralità educativa della famiglia, della scuola, dello sport e di altro ente aggregativo, è una priorità irrimandabile. In tal senso, è da evitare, per compensare carenze educative, accontentarli in tutto. Non è l’assenza di limiti che genera nei ragazzi sicurezza, la percezione di essere amati e, a loro volta, di amare. Anzi le concessioni incondizionate annullano il senso del sacrificio e del donarsi gratuitamente all’ altro. E si configura, nella maggior parte dei casi, un rigetto della sconfitta e di ogni espressione di rifiuto.
Violenza giovanile / Tenere lontani i modelli competitivi
Purtroppo, questo è l’indicatore di un sistema che propone ai giovani modelli irrealistici e li mette a confronto con vite apparentemente perfette. Fondamentale è smontare ogni tipo di aspettativa di carattere competitivo, dell’adulto verso il giovane. Niente di più deleterio è inculcare il principio di essere sempre il “primo della classe”, e mai “secondo”. Esserlo sarebbe già un fallimento.
Di fronte a situazioni critiche, non fermiamoci, dunque, alle etichette e, per primi, cerchiamo di spendere ogni risorsa per arrivare al cuore del problema dei nostri ragazzi. Se saremo stati capaci di suscitare la volontà di ripartire e sanare una ferita aperta, nulla andrà perduto, nulla girerà a vuoto.
Concludiamo, citando un inciso che riassume tutto il progetto che don Antonio Mazzi, recentemente scomparso, ha incarnato nel suo fecondo cammino terreno: “I sogni sono sempre giovani!”. Il sacerdote ha sempre creduto nel loro potenziale, ci ha messo la faccia e si è sporcato le mani per loro. Anche laddove tutto sembra contorto e difficile da districare, essi hanno molto da insegnare agli adulti. Foss’anche dispendioso farlo e, talvolta, apparentemente deludente, è sempre l’arte di amare a vincere. Braccia aperte, dunque, ascolto e progetti di crescita salveranno il mondo giovanile dalle turbolenze. E garantiranno un futuro migliore e senz’altro costruttivo.
Marcello Distefano
