Elezioni USA / Trump uscirà politicamente dal Midterm come “anatra zoppa”?

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Putin e Trump

Negli Stati Uniti le elezioni del Midterm (metà mandato) del 3 novembre cadono perfettamente nel momento politico meno propizio, anzi apertamente imbarazzante, dell’Esecutivo a guida repubblicana.

Occorre precisare subito che “non è tutto oro quello che luccica”. Cioè, il giudizio che formerà il corpo elettorale il 3 novembre prossimo, non sarà esclusivamente dettato dalle condizioni politiche, certamente non brillanti e lusinghiere per le scelte dell’Amministrazione nel primo biennio del suo secondo periodo di carica. Ci sono state, lungo il percorso dell’Esecutivo 2025-2026, sia in politica interna come in quella estera, risoluzioni politiche non solo poco avvedute e sagge, ma inopportune ed inappropriate. E anche apertamente in violazione dei principi fondamentali del diritto interno ed internazionale.

Le considerazioni tecnico-istituzionali del giudizio elettorale

Il corpo elettorale comprende perfettamente lo spirito, il valore ed il diritto positivo che i founding fathers collocarono nella Costituzione degli Stati Uniti. Affinché i poteri della Casa Bianca da un lato, e del Congresso dall’altro, fossero ben equilibrati e bilanciati. Ecco, dunque, spiegata l’attenzione che viene posta sul Midterm, ed anche sul perché la Casa Bianca quasi mai godesse del sostegno di un Congresso favorevole (con una Camera o addirittura con i due rami parlamentari) avente lo stesso colore politico del presidente in carica ancora per i successivi due anni del mandato.

Questa spiegazione è importantissima e permette di comprendere come, almeno in parte, il giudizio degli elettori sia certamente svincolato da valutazioni politiche sui risultati del biennio dell’Esecutivo. Saranno riflessioni di carattere eminentemente tecnico ed istituzionale. È bene ricordare che col Midterm viene rinnovata completamente la Camera dei Rappresentanti (eletta ogni due anni ed attualmente dalla parte dell’Elefante), 1/3 del Senato (circa 35 senatori sui 100 complessivi) attualmente di colore rosso, sia pure di misura.
Insieme alle due Camere, gli Americani eleggono col Midterm anche gli Esecutivi di Stati, Sindaci ed esponenti della Magistratura. C’è, dunque, una corposa varietà di materie sottoposte alla prova delle urne. L’elettore è chiamato ad esprimere un compiuto giudizio sulle due questioni: quella politica, concernente l’andamento dell’Esecutivo in carica, e quella istituzionale, riguardante invece lo spazio dei poteri tra il Presidente ed il Congresso.

I due giudizi, istituzionale e politico, sono connessi

Iran
Foto Agensir

Le azioni di Trump, con i bombardamenti sull’Iran e la condizione di non pace e non guerra attuale in cui l’Amministrazione è immersa, hanno causato la risposta di Teheran, con la chiusura dello stretto di Hormuz. Ed i problemi dell’approvvigionamento petrolifero connessi alla ritorsione stessa. L’Ufficio Ovale non dispone del potere di dichiarare guerra in via autonoma, senza la convalida del potere legislativo. Dunque, agisce il contrappeso internazionale tra la Casa Bianca ed il Congresso. E già questo cade sotto la lente d’ingrandimento delle urne del 3 novembre. Insieme alla violazione del diritto internazionale commessa da Trump contro l’Iran.
Poi, c’è l’aspetto squisitamente politico.  Il popolo «MAGA» ha vigorosamente contestato Trump per gli attacchi all’Iran e questo avrà la sua ripercussione al momento del voto. E proprio tra i Repubblicani.

Altri errori politici di Trump

Uno degli errori politici con maggiori ricadute istituzionali sul tema «pesi e contrappesi», è stata la imposizione dei dazi doganali, annullata dalla Corte Suprema. Il potere giudiziario interviene come contrappeso alla libertà di decisione della Casa Bianca, troppo priva di freni. La Corte Suprema ha annullato i dazi doganali con forti ricadute negative sull’immagine dell’Esecutivo. Una decisione politico-giudiziaria che ha riflessi sul voto sotto i due profili: politico ed istituzionale.

Le altre decisioni di Trump in politica estera ed interna conducono a profili socio-politici che saranno esaminati nella consultazione elettorale, ma senza riferimenti istituzionali. Sono degne di nota l’intervento armato in Venezuela e la cattura di Maduro e della moglie, tradotti in una prigione americana. L’intervento è stato collocato sotto il profilo della violazione del diritto internazionale. Ma Trump non ha resistito certo alla tentazione della grande potenza che vuole risolvere da sé i suoi problemi con atti di forza e facendo mostra di onnipotenza nel suo continente. Evidenti ricadute, anche in questo caso, d’immagine e di decoro istituzionale della Casa Bianca.

Ancora, tra le iniziative che hanno sollevato veementi critiche da parte dell’opinione pubblica in generale, va segnalata l’attività dell’ICE, la polizia privata di cui Trump si è dotato per dare la caccia agli immigrati irregolari. Sta di fatto che l’ICE ha straripato dai suoi poteri, non solo in pratica. Ha coinvolto anche gli immigrati regolari nella sua analitica ricerca. Ma usando perfino le armi da fuoco a sproposito. Dunque, il 3 novembre, una ampia formazione di elettori (immigrati regolari), che a novembre 2024 avevano votato per l’Elefante, questa volta cambieranno idea.

In politica interna, è il debito pubblico la vera preoccupazione degli Americani

Putin
Putin. Foto Agensir

Il debito pubblico è salito vertiginosamente da 35.900 milioni di dollari della fine del 2024 (con Biden) alla considerevole cifra (in due anni) di 40.200 miliardi di dollari. È dunque una vera e propria «calamità» nazionale e richiede interventi immediati di rientro. Oltretutto, l’aumento di esso richiede anche sempre più interessi da corrispondere da parte del Tesoro ai sottoscrittori di titoli di Stato.
Cioè, sempre più spesa pubblica improduttiva, che non può essere destinata ad investimenti ed ammodernamenti pubblici.

Sotto un altro profilo, la necessità di rendere i titoli «appetibili» con discreti interessi, provoca anche una ripresa dell’inflazione. Che, infatti, è passata dal 2.7% del novembre 2024 al 3.4% di adesso. A tal problema, si accompagna – a causa del conflitto in Iran e la chiusura dello stretto di Hormuz – la ricaduta sul prezzo della benzina alla pompa, per gli Americani notevole. Esso, infatti, è passato da 3,04 dollari a gallone del 2024 a 4,41 dollari a gallone attuali. Il PIL, a sua volta, si è abbassato da 2,8% (nov. 2024) a 2,3% del 2026. C’è dunque abbastanza materia da allarmare il contribuente statunitense. Vi è anche sufficienza di argomenti che – attraverso le urne – gli elettori contesteranno all’Esecutivo in carica. La prestazione presidenziale di Donald Trump nel secondo mandato, non sembra essere particolarmente brillante, né degna di nota.

E la politica estera? Quali risultati ha prodotto?

Anche in campo internazionale, per quello che si è visto in questi primi due anni del secondo (ed ultimo, secondo la Costituzione) periodo di carica, l’Esecutivo, al di là delle roboanti, affascinanti ed ottimistiche affermazioni, non si è riuscita a portare in Ucraina ed a Gaza, quella pace che rappresentava l’obiettivo principale del secondo mandato presidenziale. Occorre però separare le due questioni: Gaza e Ucraina.

Sul fronte della Palestina, il punto di vista di Trump ed il sostegno pieno, assoluto, incondizionato ad un governo – l’Esecutivo Netanyahu – accusato di crimini di guerra e contro l’umanità dalla CPI (Corte penale internazionale) e inquisito per genocidio dall’ONU, è stato ed è quanto di più sconcertante, inimmaginabile e riprovevole si possa immaginare. Sul piano morale ed umano, del diritto naturale, prima ancora che del diritto internazionale. Se dunque, in Palestina, Trump non ha finora portato a compimento il processo di pace, è un fatto interamente addebitato alle sue scelte politiche.

Zelensky
Foto Agensir

Diverso giudizio invece è logico immaginare per l’analisi dell’approccio Trumpiano al conflitto Russo-Ucraino. Là, il capo della Casa Bianca si è speso sinceramente per fermare i combattimenti. Ha condotto diversi tentativi di mediazione e negoziato. Dunque, il giudizio sull’attività dell’Amministrazione è, nel complesso, positivo. Anche se non ha prodotto manifesti risultati.

Conclusioni

«Vorrei ma non posso», sembra comunicare Trump ad entrambi, Mosca e Kiev. Dunque, le decisioni sulla pace dipendono dalle decisioni titolari delle piattaforme digitali e cinesi che misurano la loro capacità tecnica, dietro il conflitto in corso. L’accordo deve passare tra loro e, successivamente, tra Mosca e Kiev. Si ritornerà, dunque, almeno in Ucraina, al «primato della politica».
Dipenderà molto dagli incontri (già avvenuti) e futuri (già programmati) tra Washington e Pechino. Per ora vige il «vorrei ma di più non posso» di Trump. Per quanto tempo ancora? Su questo versante, almeno, le elezioni di Mid-term dovranno, per lo meno, essere neutrali con Trump. Come diceva il Sommo poeta: «senza infamia e senza lode». Aspettiamo, dunque, che il primato si riprenda la politica e continui a guidarla.

Sebastiano Catalano
Giovanna Fortunato