Conflitto Russia-Ucraina / Da Anchorage a Washington: pace possibile tra Mosca e Kiev

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Il presidente Trump, in verità, ci aveva creduto fermamente fin dai primi giorni dall’inauguration-day del suo secondo mandato presidenziale: la pace in Ucraina era possibile. Bisognava disporre però di tenace pazienza. La pace era possibile. Ora, dopo gli incontri, meticolosamente preparati dal capo della Casa Bianca con Putin, e poi con Zelensky e gli altri leaders europei, sembra finalmente che un raggio di luce abbia fatto capolino in quello che poteva essere il buio dell’incomunicabilità, della diffidenza e del sospetto.
Dunque un grande merito del presidente americano avere finalmente avviato il confronto delle posizioni delle parti contrapposte dal conflitto. E di avere colto gli elementi che il dialogo futuro approfondirà, al fine di giungere al compromesso che sarà l’anticamera di una pace giusta e, pertanto, anche duratura.

I principi basilari seguiti da Donald Trump

Intanto, occorre precisare subito che Donald Trump si è attenuto scrupolosamente a quelli che sono tuttora presenti nel diritto internazionale, come cardini fondamentali. Codificati fin dagli anni ’60, e che oggi sono universalmente conosciuti come principi di John Kennedy.

Uno dei principi a cui fare riferimento è quello che prevede che “le questioni fondamentali di divisione delle Nazioni siano dibattute e negoziate sempre tra protagonisti e mai tra comparse”.
L’altro pur importante principio, è quello secondo il quale “il negoziato si dovrà prediligere sempre, ma mai da posizioni di debolezza”. Trump si è presentato dunque ai colloqui di Anchorage e Washington, bene. E saldamente ancorato ai due importanti principi di politica estera e di collaborazione fra le Nazioni. Resi espliciti e “codificati” nei rapporti internazionali dal suo grande predecessore.

Gli Stati Uniti non partivano da una posizione svantaggiosa di fronte a Putin e agli alleati europei

La posizione di Donald Trump, come negoziatore nelle avviate e delicate trattative di pace russo-ucraine, non emerge certo da una base di svantaggio. Tutt’altro. Con Putin, il leader statunitense intanto ha ristabilito l’influenza americana in Siria, obbligando il leader del Cremlino ad ospitare Bashar al-Assad a Mosca. Cosa che il riluttante Putin ha dovuto fare. Necessità obbliga legge, come si suol dire. In Siria, dunque, una vittoria diplomatica di Trump su Putin.

Foto Angensir

Ed anche nei confronti dei recalcitranti leaders europei, Trump ha fatto valere una più forte e compatta coerenza negoziatrice. I leader europei hanno dovuto accettare la forza di negoziatore duro di Trump sui dazi doganali, per scongiurare intanto una guerra economica. Molto più devastante per i conti e per i costi dell’Unione. La presidente della Commissione è stata dunque messa da Trump nella condizione di dover accettare il male minore, come si suol dire.

Oltre a ciò, nel frattempo, il presidente aveva anche incassato dall’Europa il via libera all’aumento delle spese militari fino al 5%. Cosa che naturalmente, nei fatti si traduce anche nell’aumento – da parte dell’Europa –  della compravendita di armi americane.
Trump si è dunque presentato ai due negoziati separati di Anchorage e poi di Washington, certamente da una posizione diplomatica negoziale di tutto rispetto. Ed ha iniziato il difficile negoziato seguendo – come dire – scrupolosamente i due fondamentali principi di politica estera, scolpiti dall’Esecutivo dei mille giorni dell’indimenticato presidente John Fitzgerald Kennedy.

Il tappeto rosso per Putin ad Anchorage

Sull’iniziativa – certo lodevole dal lato diplomatico – del presidente americano di accogliere Putin con tutti gli onori ad Anchorage, e perfino col lungo tappeto rosso, si è dato molto spazio alla fantasia da parte dei vari commentatori politici. Si è parlato, per esempio, di riabilitazione del capo del Cremlino operata proprio da Trump. Ma l’iniziativa di Trump non può che essere registrata positivamente. Ed è in linea col garbo, la diplomazia e l’eleganza che devono sempre distinguere i rapporti tra Washington e Mosca.

Putin e Trump
Putin e Trump. Foto Agensir

Tra l’altro – come ha ricordato Trump in quest’occasione ed in passato come avvertì e ricordò lo stesso presidente della “Nuova Frontiera” all’American University, – gli Stati Uniti e la Russia erano stati alleati nella comune guerra contro il Nazismo.
Il tappeto rosso a Putin è stato dunque coerente e non sorprendente. E in linea con la tradizione dei normali rapporti diplomatici tra Est ed Ovest.                                              Un esempio del garbo diplomatico – che Trump ha così bene messo in evidenza nell’occasione – avvenne nel 1962. Dopo la conclusione del braccio di ferro su Cuba, durante la crisi missilistica dei 13 giorni.

Il presidente degli Stati Uniti diede ferme disposizioni a tutti i membri del suo governo di evitare qualunque dichiarazione trionfalistica alla stampa ed ai giornali riportanti la vittoria diplomatica statunitense. Il rospo per Khrushchew era stato davvero grosso. E non era il caso – da parte americana – di affondare il coltello nella ferita. Il garbo diplomatico vinse allora ed è stato naturalmente in primo piano anche oggi. Fatto positivo che è pertanto, come abbiamo visto, nella tradizione dei rapporti russo-americani.

La guerra ha  stancato ormai i due contendenti

Questo dato fondamentale – la stanchezza per la guerra, per i sacrifici imposti e le conseguenze che essa lascia – già dovrebbe essere un motivo dirompente idoneo a superare qualsiasi orgoglio o spirito di rivalsa. E  a guardare apertamente l’avversario per trovare qualche punto comune che servirebbe a fermare un conflitto, che in verità non doveva mai esplodere. Se ci fosse stata da Zelensky la lungimiranza necessaria, quello che gli veniva chiesto, allora, era di negoziare per un accordo possibile ed evitare, in tal modo, l’invasione. E, con essa, la stupida guerra.

Quali basi dunque per negoziare?

Abbiamo parlato di stanchezza da guerra. Non solo i morti, i danni e le distruzioni. Ma i problemi sociali e socio-economici, che la guerra – qualsiasi conflitto – trascina con sé inevitabilmente. La Russia sta pagando il prezzo della guerra. Con l’inflazione a due cifre, con il blocco delle esportazioni in Occidente e via dicendo. Non è vero che le sanzioni siano servite a poco. Parliamo di un grande Paese che certamente ha fatto fronte con le sue risorse alle sanzioni. Ma la guerra ha sempre e comunque inflessibili costi. E, per tal motivo, non può mai durare a lungo. Vi sono ingenti costi economici e sociali per le due parti del conflitto. Anche lo stesso mantenimento dell’esercito al fronte ha un costo pesante. E non solo in termini di vite umane. Le due parti combattenti sono dunque stremate dai combattimenti ed intendono fermare il tutto.

Foto Agensir

Prima la tregua o negoziare direttamente un accordo subito?

La guerra non sarebbe mai scoppiata se Biden non fosse stato alfiere – come Obama e gli altri presidenti prima di lui, successivi al crollo del muro di Berlino – della dottrina del domino territoriale. Risalente nientemeno che ad Eisenhower ed a Foster Dulles.
Invece di aderire, al contrario, alla più moderna dottrina del domino psicologico patrocinata dal presidente John Fitzgerald Kennedy. Dottrina che – in qualche modo – il presidente Trump sembra voler riproporre.

Perchè sarebbe stato necessario armare i Paesi satelliti dell’ex Unione Sovietica con armi nucleari, e non al contrario, invece, accettare le proposte di Mosca che avrebbe visto gli Stati ex satelliti, del tutto neutralizzati? Proprio quella teoria o dottrina del domino psicologico, che a suo tempo il presidente Kennedy applicò con la neutralizzazione del Laos ed avrebbe applicato anche alla neutralizzazione del Vietnam. Se non ci fosse stato l’attentato di Dallas.

Grave errore, politico e strategico della NATO e, singolarmente, dei presidenti succeduti alla Casa Bianca, dopo il 1989, cioè dopo il crollo del muro di Berlino. Oggi Trump – almeno per quanto sarà possibile fare – cercherà di porre rimedio. Con Trump, l’approccio verso Putin è diverso. Il fattore diplomazia ha il suo peso. Quello che conta è l’approccio diverso nei rapporti tra le due superpotenze. Che ci sia una tregua dei combattimenti, prodromica alle intese di pace o che si arrivi direttamente ad un’intesa senza prima passare da una tregua, è un fatto particolare, ma non decisivo. Ha ragione Trump. Occorre, invece, realismo politico.

È importante lo spirito costruttivo dell’approccio al negoziato

Quello che è estremamente importante, nel riavvicinamento diplomatico, è indubbiamente lo spirito costruttivo con cui le parti hanno deciso di incontrarsi. Il leader del Cremlino ha significativamente fatto riferimento a “garanzie di sicurezza per la Russia e per l’Ucraina”.

Per le due parti. Il dialogo parte – come si suol dire – col piede giusto. Trump ha veramente fatto il possibile nel ruolo di paciere, per mediare e riavvicinare i due contendenti. I Paesi europei devono collaborare entro questo stesso spirito. Riavvicinare le parti, dato che vi sono già gli obiettivi comuni da raggiungere. Con la pace e non certo con la guerra. Obiettivi comuni sono quelli di una comune sicurezza. Ma come arrivarci?

Quale sicurezza per l’Ucraina: quella della NATO o quella dell’ONU?

Putin è stato sempre coerente, fin dall’inizio: cioè fin da prima dell’invasione, denominata “operazione speciale”. Niente Ucraina nella NATO e niente truppe dei Paesi della NATO in Ucraina, a difesa dell’Ucraina. Quindi niente volpe NATO nel pollaio Ucraino, si potrebbe dire. Truppe sì, afferma il leader russo, ma non dei Paesi della NATO.

Punto di vista coerente – che avrebbe potuto ben evitare la guerra fin dal primo giorno – se il presidente russo non fosse stato preso sottogamba da Biden. Su questo specifico argomento o terreno delle truppe a garanzia del rispetto degli accordi, esistono le basi perché le trattative possano approdare a qualcosa di costruttivo e positivo per i due Paesi. Ma la linea è sempre quella: l’Ucraina dovrà essere neutrale. Quello non potrà costituire oggetto di discussione. Si potrà discutere delle forze dei Paesi che dovranno costituire il programma di Peace Keeping.

Il problema dei territori ucraini conquistati da Mosca

Il problema dei territori ucraini conquistati da Mosca, durante lo sforzo bellico, sarà indubbiamente il secondo e decisivo argomento su cui dovranno convergere le trattative di pace tra le due Nazioni. Anche là il principio è lo stesso: coniugare la sicurezza dei due Paesi con l’espansione territoriale e a quale dei due aspetti dare la prevalenza?
Come equilibrare il tutto, cioè come conciliare la pace giusta e duratura con le conquiste territoriali? È evidente che a Mosca non si può chiedere il totale ed integrale ritiro dai territori occupati. Probabilmente quello, nessun negoziatore realista se lo porrebbe come obiettivo. Ma certamente Putin non terrà a disposizione tutti i territori conquistati.

Una parte di essi farà da cuscinetto smilitarizzato con Kiev, o avrà un’amministrazione autonoma. Forse non sarà né Russa e neppure Ucraina. Quello dovrà essere approfondito in sede tecnica e politica. La strada per il processo di pace è stata comunque aperta dal presidente Trump. Il resto fa parte della buona volontà delle parti direttamente coinvolte ed impegnate sul fronte. Saranno loro a dover dimostrare – con la loro perseverante tenacia – di avere l’obiettivo di ricostruire una nuova dimensione dei rapporti internazionali.
Fare in modo che “le armi della pace superino quelle della guerra”. (John Kennedy, ONU, Settembre 1963).

L’imbarazzato Zelensky

La posizione di Volodymyr Zelensky è comunque palesemente imbarazzata.                        Non fu in grado di opporsi alla guerra ed all’invasione del suo Paese, quando quello era possibile ottenerlo col negoziato diretto con Mosca. Ed oggi si trova a dover inevitabilmente inseguire – da sconfitto sul campo – quello che avrebbe potuto dignitosamente ottenere allora, senza invasione e senza guerra: la neutralità della Nazione Ucraina.

Si trova davvero in una difficile posizione. Qualora gli venisse in mente di chiedere al Paese la sua riconferma al Vertice. Se mai ritenesse di farlo, l’elettorato lo giudicherebbe. Prima di qualunque altro fattore, per non aver risparmiato al Paese una grande tragedia che avrebbe dovuto ad ogni costo evitare.

Conclusioni

Si è dunque imboccata la via che dovrebbe condurre i due belligeranti alla pace. Il vertice in Alaska tra Trump e Putin ha dato inizio alle tanto agognate trattative. Si tratta del sesto incontro tra i due leader. Il primo, ebbe luogo nel 2017 ad Amburgo durante il G20 (7-8 luglio 2017). Seguì l’incontro in Vietnam del novembre 2017, a margine della conferenza per la Cooperazione Economia tra Asia e Pacifico. L’anno seguente, un veloce incontro ad Helsinki. Sempre nel 2018, altra occasione d’incontro fu il G20 in Argentina. Infine, il quinto incontro ad Osaka, in Giappone, in occasione del G20.

Il cammino verso la pace si presenta ancora lungo ed estremamente impegnativo. Il vertice in Alaska ha rappresentato, però, un primo importante passo. Entro la fine del mese, è previsto il bilaterale Putin-Zelensky, a cui seguirà il trilaterale con Trump. Una serie di vertici che avranno il virtuoso intento di porre le basi per una pace giusta e duratura. Servirà pazienza, ma la speranza è viva e concreta. Oggi più che mai.

Sebastiano Catalano
Giovanna Fortunato