Acireale / Veglia di preghiera “A servizio del bene comune”: riflessione del vicario generale mons. Guglielmo Giombanco

Pubblichiamo integralmente la riflessione che il vicario generale della Diocesi, mons. Guglielmo Giombanco, ha offerto ai fedeli partecipanti, venerdì 2 maggio scorso, nella chiesa di San Domenico in Acireale, alla Veglia cittadina di preghiera “A servizio del bene comune”, alla quale nessuno dei sette candidati a sindaco – seppure invitati – era presente.

I fedeli di tutte le comunità ecclesiali della Città di Acireale ci siamo dati appuntamento in questa chiesa per pregare per la nostra Città che si prepara a vivere uno dei momenti più significati del suo cammino sociale e politico: l’elezione dei rappresentati alla cosa pubblica. In questo momento percepiamo nei volti e soprattutto nei cuori dei cittadini, delusioni e speranze, attesa e rassegnazione, sfiducia e desiderio di cambiamento. Come credenti dobbiamo dare credito alla speranza cristiana che si fonda sul dono della profezia che osa credere alla realizzazione dell’impossibile.

Mons. Giombanco
Mons. Guglielmo Giombanco

La preghiera che questa sera rivolgiamo a Dio ho lo scopo di invocare il dono di un cuore saggio per saper discernere il bene per la nostra Città. Tra le tante parole degli uomini che in questo tempo si diffondono con lo scopo di attirare consensi, vi è una Parola alta, chiara ed inequivocabile che invita ad ascoltare la propria coscienza per un discernimento secondo la prospettiva del bene tanto per sè quanto per gli altri: cioè un bene comune a tutti. Un’espressione del Card. Pavan, esperto di dottrina sociale della Chiesa, ricorda che: «Non si agisce soltanto sugli uomini attraverso le Istituzioni; si agisce pure sulle Istituzioni attraverso gli uomini». E’ importante che la scelta cada su persone che abbiano veramente a cuore il bene di tutti i cittadini; che sappiano dare un’anima alla cosa pubblica affermando con le loro scelte, la dignità della persona e i valori legati ad essa, che riconoscano i diritti ad ogni cittadino senza chiedere nulla come contraccambio. E’ urgente ed improcrastinabile un saggio discernimento perché è in gioco il futuro della nostra Città e dei cittadini. Discernimento: è questo il tema della prima lettura (1 Sam. 16,1-13) che abbiamo ascoltato. Si tratta del difficile discernimento di Samuele per scegliere colui che Dio ha eletto come re tra i figli di Iesse. Per discernere occorre guardare come Dio stesso guarda, nella coscienza; anche se l’uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore. Dio sceglie Davide come re di Israele guardando al bene di tutto il popolo e lo sceglie secondo criteri di bene e di giustizia che sono l’espressione della rettitudine del cuore. Discernere le persone giuste per amministrare la cosa pubblica è un gesto di alta responsabile civile che non va né minimizzato, né sottovalutato. Persone che siano capaci di svolgere il loro compito come servizio all’uomo e non come espressione di potere fine a se stesso. Il sevizio non è lo spazio dell’ambizione e del dominio personale; ma dell’impegno responsabile e della dedizione disinteressata. Il servo è l’antitesi dell’uomo di potere: è agli antipodi di colui che tiene al prestigio, all’immagine di successo e di carriera. Il servizio diventa nobile ovunque si rispetti la verità dell’uomo e la sua dignità. In tale contesto mi sembrano illuminanti le parole di S. Agostino nei confronti della crisi sociale e morale di Roma, avallata da una mentalità comune dove si preferiva la vanitas alla veritas: «non plausu vanitatis, sed iudicio veritatis» (De Civitate Dei, II, 18, 3): «I due concetti sono espressione di logiche contrapposte: la vanità è connessa al primato dell’apparenza a quel trionfo della maschera che copre interessi esclusivamente egoistici e prospettive di corto raggio dietro proclamazioni altisonanti. La vanità indulge all’assuefazione davanti al male, rende cedevoli al compromesso tranquillizzante, fa apprezzare il perbenismo di facciata, in grado di nascondere il reale gioco d’interessi. La verità è quella che misura le scelte sui valori etici permanenti e quindi sulla dignità inalienabile della persona umana davanti al suo destino temporale ed eterno». (B. Forte, Perché il Vangelo può salvare l’Italia, 2012, 39). Il primato della verità esige una prassi politica e amministrativa ispirata alla ricerca disinteressata del bene comune, capace di ascoltare e coinvolgere i cittadini come portatori di bisogni e di diritti, di proposte e di potenzialità realizzative; capace anche di dire «no» se necessario per fare ciò che è giusto. Esiste una profonda reciprocità tra bene comune e Città. Questa infatti non è un qualunque tipo di agglomerato, ma quell’insieme delle forme sociali che istituiscono le condizioni favorevoli alla realizzazione delle persone. Proprio tale condizioni favorevoli possono essere identificate come bene comune, oggetto di uno sforzo costante che trasforma la vita sociale in città, come insegna Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in veritate: «Volere il bene comune e adoperarsi per esso è esigenza di giustizia e di carità. Impegnarsi è prendersi cura, da una parte , e avvalersi, dall’altra, di quel complesso di istituzioni che strutturano giuridicamente, civilmente, politicamente, culturalmente il vivere sociale, che in tal modo prende forma di pòlis, di città» (7).

Festa della Madonna del Rosario, nella chiesa di San Domenico
Festa della Madonna del Rosario, nella chiesa di San Domenico

Come credenti non possiamo assumere atteggiamenti di indifferenza o posizioni rinunciatarie, ma è nostro dovere portare la forza liberatrice del vangelo, diventando – come ci ha detto Gesù nel Vangelo – sale e luce (Mt,5, 13-16) della terra, cioè in tutti gli ambiti dove l’uomo vive, lotta e spera. Gesù, con questa espressione, chiede ai discepoli di essere punto di riferimento ma anche di purificazione e di trasformazione, seguendo la via da lui tracciata, ossia il vangelo. Solo così, la povertà, la fame, la sete di giustizia cambiano volto: da esperienze di privazione diventano atto di amore; non più sconfitta di chi è schiacciato dall’altrui prepotenza, ma libera scelta di chi rinunzia a se stesso per il bene dei fratelli. Gesù non si accontenta delle apparenze, ci spinge oltre ogni facciata. Egli invita i suoi discepoli a seguirlo su una strada non facile e percorribile solo da chi non soffoca la voce che dall’intimo si erge contro ogni compromesso con il male, con l’ingiustizia e la prepotenza. E’ proprio questo il compito primario che attende ogni uomo: non lasciarsi offuscare la coscienza da falsi valori, non renderla opaca e addormentata con scelte troppo facili e comode, ma custodirla limpida e pura come quella dei piccoli e dei poveri della terra, di quanti non contano, ma sono capaci di solidarietà sincera. A che servirebbe un sale insipido o una luce nascosta. La comunità cristiana deve farsi profezia, cioè presenza alternativa, capace di affermare i valori legati all’esistenza che non si improvvisano, ma sono frutto di fedeltà e di coerenza alla fede che professa, animando l’impegno cristiano e civile con ideali alti. Essere sale e luce significa portare nel mondo le motivazioni profonde che stanno a fondamento della nostra vita. Gesù chiedendo ai discepoli di essere sale e luce, indica anche la meta della testimonianza senza perdere la loro identità: cioè superare la tentazione di diventare insipidi o spenti. La nostra Città preda della «dittatura» dell’indifferenza, del disinteresse civico e della sfiducia, ha urgente bisogno di riappropriarsi del gusto di una rinascita civile, dove la bellezza e l’armonia della vita, in tutte le sue espressioni, diventino criterio fondamentale delle scelte. Non si può fallire, altrimenti diventeremmo come il sale che non dà sapore e come luce che non illumina. Dobbiamo essere luce, con atteggiamento vigilante e responsabile, perché la nostra Città acquisti visibilità credibile, non bisogna rimanere nascosti dietro maschere di impegno sociale e politico mediocri e di corto cabotaggio, ma impegnarsi ispirandosi ai principi di onestà, giustizia e solidarietà nel bene per tutti. Tutti siamo chiamati, ciascuno secondo il proprio ruolo, a costruire una Città dove la luce della verità e la forza trasformante come il sale (nelle pietanze) permettano alle opere buone di realizzarsi e di manifestarsi agli uomini per l’utilità comune. Per tutti, incombe perciò l’obbligo di lasciarsi liberare dalla forza della verità e giocare su di essa le proprie scelte: è questa la nuova strada da percorrere per chiunque voglia farsi illuminare dal Vangelo. E’ il modo più autentico per aprirsi a un futuro che liberi e renda più vero e umano il mondo. «Ciò che è congiunto alla verità, al bene, alla giustizia – scriveva R. Guardini – si attua solo per un’adesione vitale, una convinzione autentica, una rispondenza interiore. Richiede profondo rispetto, incoraggiamento, pazienza. Chi agisce deve entrare nell’ambito della libertà, prendere l’iniziativa, destare l’originalità creativa». (R. Guardini, Il Potere, Brescia, 1984, 176). Ciò che conta più che mai, allora, è un’autentica libertà di cuore, una capacità di pensare in grande, superando i piccoli interessi personali, per alimentare il sogno di una comunità degna di questo nome, dove ad ogni cittadino vengano riconosciuti i diritti: alla qualità della vita, al giusto sostentamento, alla salute, alla sicurezza, all’integrità fisica e morale e soprattutto sia garantita la tutela dei più deboli ed indifesi che spesso gli occhi dei potenti di turno contano poco e invece sono preziosi agli occhi di Dio. Compito di tutti gli uomini di buona volontà è mostrare in maniera chiara e convincente che vivere rettamente è non solo giusto, ma anche necessario e utile alla crescita del bene comune, alla bellezza e alla dignità della vita di tutti. Come Chiesa, per mandato di Cristo, dobbiamo camminare con la storia del nostro Popolo per fare proprie «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono; perché essi sono pure le gioie, le speranze e le tristezze dei discepoli di Cristo» (GS,1) che sono chiamati ad essere realmente solidali con gli uomini. Questo interesse e solo questo e non altro, coinvolge la nostra attenzione come Chiesa. La Città di Acireale ha un grande passato ricco di storia, di cultura di tradizioni religiose e sociali. Il ricordo di un passato glorioso, luminoso e fecondo deve suscitare in tutti il desiderio e l’audacia di costruire un grande futuro. Questo compito è affidato a tutti noi perché ciascuno possa collaborare a rendere la nostra Città sempre più vivibile, più bella e più luminosa perché guidata dalla giustizia e della solidarietà tra gli uomini, affermando al di sopra ogni interesse personale, la dignità della persona e il bene comune. All’intercessione della Vergine Maria, tanto venerata nella nostra Città, affidiamo il cammino del nostro Popolo perché esso possa guardare al futuro con fiducia e speranza.

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