Africa, dove nascere è (quasi) tutta questione di fortuna

Una giovane mamma, Jala Odetti, è la protagonista di qualcosa che,
per la nostra concezione, ha del sovrumano. Il primo febbraio, alle 2, dà alla luce una coppia di gemelli di 2 kili e mezzo ciascuna, le splendide femminucce Carolina e Diana. Il tutto avviene senza nessuna assistenza se non il semplice conforto, più che aiuto, di una vicina di capanna. La giovane Jala, stremata dalle sofferenze, non è in grado di gestire l’operazione con la minima sicurezza igienica e sanitaria, il cordone ombelicale viene “strappato”, lasciandolo penzoloni attaccato al corpo delle bimbe, con il rischio di gravi complicanze sanitarie. Yara sa che nella stessa giornata, al centro salute di San Vicente, villaggio a 7 km dalla sua capanna, è giornata dedicata alle vaccinazioni, operazione curata dalla missione cattolica di Bula dove noi siamo ospiti, nella speranza di poter incontrare almeno qualche infermiere che sistemi alla meglio i gemelli e, accompagnata dall vicina, s’incammina a piedi per raggiungere il villaggio.
 Oggi Jala è stata molto fortunata, non ha trovato soltanto l’infermiere ma anche due medici, del nostro gruppo, Dott. Enrico Ferro e Dott. Giuseppe Pappalardo che si sono, subito, presi cura della mamma e delle figlie che sono state trovate in ottima condizione, nonostante la poca perizia nel recidere il cordone ombelicale che può essere causa di una Onfalite che può portare ad una Sepsi Generale o una Setticemia che irrimediabilmente porta alla morte.   La nostra collaboratrice Lina Sottosanti Satta è rimasta colpita da questa storia ed ha deciso di adottare le gemelle. In Guinea Bissau essere adottati vuol dire aumentare enormemente la possibilità di sopravvivenza .

Il secondo caso che voglio citare riguarda il piccolo Betu, un bambino che è giunto al centro salute di Bula nel tardo pomeriggio del 2 febbraio in stato comatoso perché affetto da malaria, broncopolmonite, crisi acetomenica e grave stato di disidratazione, se non fosse stato oggetto di immediate cure, da parte dei nostri medici, Enrico Ferro, Gianmarco Ferro e Giuseppe Pappalardo sarebbe morto certamente. In tarda serata sembrava che rispondesse meglio agli stimoli esterni ma restava in prognosi riservata, era importante che superasse le prime 24 ore. A tarda sera vi è stato un consulto dei medici succitati, era necessario lasciargli la flebo e si conveniva che necessitava di un controllo non oltre le ore 6, che avrei effettuato io perchè a quell’ora ogni mattina venivo svegliato dal muezzin che invitava i musulmani alla preghiera.Dormivo nella stessa stanza occupata da Gianmarco Ferro, per tranquillizzare la mamma del piccolo Betu le indicavamo dov’era la nostra stanza invitandola a chiamarci se ne sentiva la necessità.

Come ogni mattina alle ore 6 sono stato “dolcemente” svegliato dai lamenti del muezzin e sono adato dal piccolo Betu. Grande è stata la mia sorpresa quando, uscendo, ho visto immobile la figura della mamma del bambino in silenziosa attesa. La prima riflessione è stata: quante volte, questa povera mamma, era già venuta dietro questa porta? E con quale ansia? Non abbiamo possibilità di dialogo, parliamo due lingue diverse,  uno sguardo d’intesa e in silenzio, velocemente, mi avvio nella stanza del bambino, seguito dalla madre. Con emozione devo constatare che è in apprensione per i gemelli denutriti anche la signora ricoverata, dal momento che la trovo con una torcia in mano che illumina, alternativamente, Betu e la flebo. Accendo la luce e mi precipito a controllare il bambino, altra forte emozione, lo trovo immobile come se non desse nessun segno di vita. Era rigido e non rispondeva agli stimoli, mi attardo, chinato sul bambino, cercando una sua, minima, reazione che tarda a venire. La madre, toccandomi sulle spalle mi indica la flebo,  intuendo la sua ansia, a gesti, la tranquillizzo.
Il piccolo Betu comincia a rispondere agli stimoli, con mia grande soddisfazione. Non ritengo ancora opportuno far intervenire i medici,e a gesti rassicuro la madre facendo cenno che dopo mezz’ora sarei ritornato. Alle  6,30 ritorno a visitare il bimbo e con sorpresa trovo che la madre si è tranquillizzata tanto da essersi appisolata a letto, anche la vicina riposa.  Mi rilasso anch’io trovando Betu sempre più presente agli stimoli. Alle 7,15 faccio intervenire i medici che gli presteranno le cure del caso. Con immensa gioia di tutti dopo qualche giorno questo bambino è fuori pericolo. Ha avuto fortuna ad incontrare dei medici. In nessuna parte del mondo il diritto alla vita non dovrebbe dipendere dalla fortuna.

Mario Pappalardo

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