È già trascorso un anno da quando il mondo intero ha appreso della morte del “Papa della gente”. Un anno in cui la popolazione mondiale ha dovuto fronteggiare nuove ostilità e difficoltà senza poter contare sulla sua guida saggia e carismatica.
Il 21 aprile 2025, infatti, giorno del lunedì dell’Angelo, presso la Domus Sanctae Marthae, l’amato Pontefice è tornato alla casa del Padre. Si è speso, fino alla fine, per la sua gente. Basti pensare che, nonostante le precarie condizioni di salute, era apparso in sedia a rotelle per la benedizione Urbi et Orbi di Pasqua in Piazza San Pietro soltanto il giorno prima, 20 aprile 2025.
Nel suo testamento spirituale, in tutto il suo indimenticabile Pontificato, ha donato la sua sofferenza in nome della pace e della fratellanza. A distanza di un anno, in seguito all’esplosione di ulteriori conflitti, il suo grido di pace è riecheggiato in ognuno di noi più forte che mai. Francesco non è stato solo un Papa, ma un profeta ed un pastore. Un “profeta di pace” e di “misericordia”.
Le origini della vocazione di Papa Bergoglio

La vocazione di Papa Francesco ha una data ben precisa: 21 settembre 1953, giorno della memoria liturgica di San Matteo. Jorge Mario Bergoglio era un giovane diciassettenne e si stava recando ad una festa studentesca, quando improvvisamente avvertì il bisogno di confessarsi nella chiesa di San José de Flores, a Buenos Aires. Il Papa amava parlare di “esperienza di misericordia”. Aveva sentito che “qualcuno lo aspettava”.
La sua vita è radicalmente mutata. Una vera e propria svolta che ha cambiato non soltanto la vita dell’uomo, ma anche il destino della popolazione mondiale.
Così come avvenne dopo la crisi dei missili di Cuba, nell’ottobre 1962. Il presidente John F. Kennedy comprese profondamente il valore del negoziato e della diplomazia rispetto alla pura forza militare, riconoscendo i rischi catastrofici di una guerra nucleare. Pochi anni dopo, il senatore Robert F. Kennedy, durante la sua campagna presidenziale del 1968, maturò una profonda consapevolezza che esistessero “ordini superiori” o imperativi morali, come la lotta alla povertà, la giustizia sociale e la dignità umana, che andavano oltre le normali dinamiche politiche.
Dopo aver visitato le zone rurali del Mississippi e i ghetti urbani, Bob Kennedy rimase sconvolto dalle condizioni di estrema povertà, fame e desolazione infantile negli Stati Uniti, definendole inaccettabili. Questa esperienza trasformò la sua missione politica, portandolo a dare priorità alla lotta contro l’indigenza e la fame, convinto che il governo non dovesse solo gestire l’economia di un Paese, ma anche tutelare la dignità dei cittadini. Illuminazioni, svolte, rivoluzioni empatiche che accomunano questi grandi uomini.
Un pastore vicino agli umili, mai ieratico 
È stato “il Papa della gente”. Ha condotto una vita a diretto contatto con le periferie esistenziali e sociali, portando direttamente in Vaticano questo stile di “pastore con l’odore delle pecore”. Una semplicità che lo ha sempre contraddistinto. Come arcivescovo di Buenos Aires, ha rifiutato lo sfarzo, preferendo vivere in un semplice appartamento, cucinare per sé e viaggiare sui mezzi pubblici. Si è dedicato senza riserve ai poveri, complice anche la sua formazione gesuita incentrata sulla povertà e sull’umiltà, intesa come servizio concreto e non mera teoria.
Appena eletto Papa, scelse il nome “Francesco”. Decisione che fu un chiaro segnale di voler seguire l’esempio di San Francesco d’Assisi, focalizzandosi sulla povertà e sulla vicinanza agli ultimi. Emblematico, in tal senso, anche il “Buonasera!” del 13 marzo 2013 rivolto alla folla lì riunita per acclamare il nuovo successore di Pietro. Unitamente a quel “non dimenticatevi di pregare per me!”. Il papato ieratico lasciava il posto ad un papato “familiare”, prossimo alla gente, quella “Chiesa povera per i poveri” che ha rappresentato il cuore del programma pastorale del compianto Papa.
La Chiesa come un “ospedale da campo”
La Chiesa diviene “ospedale da campo” post-battaglia. Essa ha il chiaro intento di curare le ferite esistenziali e spirituali delle persone, privilegiando misericordia e vicinanza cristiana. Una Chiesa che deve guarire le ferite del cuore prima di discutere di questioni dottrinali complesse. Aperta e vicina agli emarginati o a chi è ferito dalla vita. La Chiesa non sia una burocrazia, ma una comunità amica che accoglie e non giudica.
Vicino ai migranti
La politica dei migranti ha occupato una posizione centrale nel pontificato di Papa Francesco, diventando un “leit motiv” del suo magistero. Fin dall’inizio del suo mandato, Jorge Mario Bergoglio ha focalizzato l’attenzione sulla dignità dei rifugiati e dei migranti, definendo la loro esclusione “scandalosa, schifosa, peccaminosa e criminale”.
Il primo viaggio pastorale fu proprio a Lampedusa. Qui denunciò l’indifferenza del mondo dinanzi alle tragedie migratorie parlando di “globalizzazione dell’indifferenza”. I migranti sono fratelli e sorelle in cerca di migliori condizioni di vita. Il Mediterraneo è un autentico cimitero. I trafficanti umani, criminali senza scrupoli che sfruttano le persone lucrando sulla disperazione. Bisogna accogliere ed integrare, eliminando ogni pregiudizio. Il respingimento è un peccato grave. L’azione pastorale di Papa Francesco si può sintetizzare in quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere ed integrare.
Il ruolo cruciale di Papa Francesco nei rapporti tra USA e Cuba
Il Papa argentino ha svolto un ruolo attivo e diretto nel riavvicinamento storico e nel disgelo del rapporto USA-Cuba. Il 17 dicembre 2014 annunciò, infatti, la normalizzazione dei rapporti tra questi due Paesi in disaccordo già dai tempi di Eisenhower. Il Pontefice aveva inviato lettere personali all’allora presidente americano, Barack Obama ed a Raul Castro, ospitando persino le delegazioni dei due Paesi in Vaticano per negoziati segreti.
Nel settembre 1963, John Kennedy aveva avviato un dialogo segreto con Fidel Castro, attraverso il diplomatico William Attwood, per tentare di normalizzare le relazioni tra Stati Uniti e Cuba, ma non ne ebbe il tempo. Soltanto due mesi dopo, infatti, sarebbe stato brutalmente assassinato dal barbaro e disumano attentato di Dallas.
Quella volta in cui la preghiera avviata da Bergoglio fermò l’avanzata dei marines in Siria
Nel settembre 2013, in occasione della Veglia di preghiera per la pace in Siria, Papa Francesco lanciò un appello globale contro l’intervento militare imminente che gli USA stavano pianificando in Siria. Oltre 100.000 persone si radunarono in Piazza San Pietro a Roma, unendosi al Santo Padre in quattro ore di preghiera, digiuno e meditazione. Durante la veglia, il Papa invocò Maria Regina della Pace ed affidò alla Vergine il destino della nazione martoriata. Quella forte mobilitazione spirituale contribuì a fermare l’attacco militare dei marines in Siria, creando uno spazio per l’intesa diplomatica.
“La terza guerra mondiale a pezzi”
L’attuale scenario internazionale è una “terza guerra mondiale a pezzi”. L’espressione fu coniata proprio dal Santo Padre, nel 2014, per indicare uno scenario geopolitico mondiale caratterizzato da conflitti sparsi ed interconnessi in varie parti del mondo. Le guerre in Ucraina, in Medio Oriente e nel Caucaso confluiscono nel conflitto globale. Papa Francesco ha evidenziato che la somma di questi “pezzi” evidenzia una profonda instabilità internazionale. La pace è minacciata non da un singolo evento bellico, ma da una serie di crisi interconnesse. Con estremo coraggio, ha inoltre invocato indagini approfondite per verificare se le azioni militari nella Striscia di Gaza costituiscano la fattispecie tecnica del “genocidio”. In particolare, i vari bombardamenti su bambini e popolazione civile, dinanzi ai quali il Papa esclamò: “Non è guerra, è crudeltà!”. Ancora una volta, vicino a chi non ha voce e viene silenziato dalle bombe. Visione ed empatia.
Il testamento di Papa Francesco
Papa Francesco ha sacrificato la vita nella sua missione di pacificazione del mondo. La sua figura è e sarà ampiamente riconosciuta come dedita alla causa della pace. Fin dall’inizio del suo Pontificato, Bergoglio ha promosso il dialogo, la fratellanza umana ed il disarmo. Il suo operato è stato, a tutti gli effetti, un servizio d’amore e di sacrificio. Ha costruito ponti tra religioni e popoli. L’eredità di Francesco vive nella sfida che ha lanciato al mondo: riconoscersi come membri di un’unica famiglia in una “casa comune”.
Il suo sacrificio e la sua voce siano bussola etica per un’umanità che, sempre più smarrita, cerca ancora faticosamente il coraggio della pace. Un testamento di gesti, più che di parole. Dalle periferie del mondo ai palazzi del potere, il suo invito è sempre quello di “sporcarsi le mani”, unitamente all’impegno quotidiano della pace. Gettare ponti ed abbattere muri.
Il tempo delle parole di Papa Francesco, deve lasciare spazio al tempo del coraggio dei leader. Fare tesoro dei suoi insegnamenti trasformando il messaggio di fraternità in decisioni politiche concrete. In un mondo tormentato dai conflitti, bisogna mirare alla pace, senza esitazioni. Il mondo deve risorgere a nuova vita. Urge un radicale cambiamento di mentalità. Ciò rientra nella piena autorità morale di un Pontefice. Sarebbe grave se non potesse agire in tal senso. Il sacrificio del compianto Papa Francesco non ammette più alibi. È tempo di agire, in sua memoria, in nome suo e della pace.
Giovanna Fortunato
