Area jonico-etnea, com’era quando arrivò Garibaldi

Garibaldi raffigurato come S.Michele Arcangelo

Il Parlamento siciliano  nel mese di ottobre del 1812 definì il nuovo assetto giuridico-amministrativo dell’Isola (attuato cinque anni dopo) con il quale la Provincia di Catania veniva suddivisa in tre Valli o Province: Catania, Caltagirone e Nicosia . Protestò vigorosamente la città di Acireale, che avrebbe perso potere e uffici a favore dell’eterna rivale Catania. Dopo ripetute istanze al re Ferdinando II,  il 3 febbraio 1838 Acireale fu elevata anch’essa a capoluogo di un nuovo Distretto comprendente Mascali, Giarre e Linguaglossa (fino a Randazzo e Castiglione) che fino ad allora erano abbinate a Catania. Quando nel 1841 furono emanate le disposizioni per lo scioglimento di promiscuità delle terre, una parte  di questi fondi andarono ai Comuni affinché mantenessero gli usi civici a favore della popolazione più povera (far legna, pascolare, attingere acqua, seminare …), mentre  la maggior parte passò all’aristocrazia terriera più aperta alla nuova economia e al ceto agrario borghese. Ma vi furono lunghissime controversie sul riconoscimento della parte pubblica perché in tantissimi casi c’era stata un’appropriazione indebita da parte dei “proprietari”, che avevano provveduto a chiuderla e a recintarla.

Le controversie sugli usi civici di queste terre nel periodo borbonico videro spesso i contadini e la povera gente protestare contro gli usurpatori, che però avevano in mano le amministrazioni locali e facevano di tutto per impedire che venissero attuate le disposizioni. Essi, infatti, anziché consentire gli usi civici, intendevano concedere in affitto quelle terre, ricavandone in tal modo un ulteriore guadagno. Quando Garibaldi arrivò in Sicilia, malgrado con il Decreto del 2 giugno 1860 avesse ordinato la distribuzione  delle terre comunali ai capifamiglia che non ne avevano, non si provvide alla quotizzazione. Da qui le dimostrazioni e gli scontri tra giugno ed agosto di quell’anno in tanti centri, tra i quali Maletto, Randazzo e Castiglione. A Biancavilla e a Bronte si arrivò ad uccidere i proprietari-amministratori che si opponevano con cavilli vari alla divisione delle terre demaniali. 
 I casi più clamorosi furono denunciati al sottoprefetto di Acireale, l’aidonese Vincenzo Cordova, che era noto per la sua correttezza e imparzialità. Il 7 e l’8 agosto  ci furono le rivendicazioni con manifestazioni pubbliche a Randazzo, nonostante le fucilazioni che aveva ordinato Nino Bixio a Bronte qualche giorno prima; furono denunciate dai proprietari  devastazioni e  violenze che convinsero Bixio a chiedere rinforzi al maggiore Boldrini. Furono arrestate 15 persone, poi condannate dalla Corte speciale di Acireale a 19 anni di carcere. A Linguaglossa, che era allora suddivisa  di fatto in tre parti, dalla contrada di Cottone a quella di Tavola (feudo Fiumefreddo), da quest’ultima al piano dello Stornello (feudo San Basilio) e da lì alla sommità dell’Etna (feudo Lenze), al passaggio di Garibaldi ci furono dei disordini e il 10 luglio anche degli arresti “per usurpazione violenta di terreno in comitiva armata”, ciò indusse Bixio a fermarsi nella città  (6-7 agosto) e a pattugliare il paese.
A Castiglione avvennero degli scontri  il 30 e il 31 luglio, in connessione con quelli di Bronte. Anche quella popolazione aveva confidato nell’opera di Garibaldi per liberarsi dagli antichi soprusi subiti. Il maggiore Dezza fu chiamato a sedare i disordini e furono arrestate 13 persone, accusate per reati contro la persona e il patrimonio e poi portati  in un primo tempo ad Acireale e successivamente a Giarre in domicilio forzoso; gli stessi vennero prosciolti  sei mesi dopo. Un caso a parte fu quello di Piedimonte Etneo perché in questa località, se in un primo tempo vi erano state delle sommosse, in seguito gli amministratori (dal sindaco al capitano delle guardie) si dimostrarono favorevoli alla divisione delle terre ai capifamiglia, come pure quelli di Calatabiano che rivendicarono lo scioglimento di promiscuità del feudo del principe di Palagonia. Ottenuto  nel 1850 il risultato formale, tuttavia le terre  non furono divise e si moltiplicarono controversie e proteste fino al 1879. Anche  a nord-ovest del paese di Mascali  c’erano delle terre comuni che non potevano essere date in enfiteusi e ci furono disordini che allarmarono le autorità locali, contrarie alla divisione. La quotizzazione avvenne nel 1865 per intervento del prefetto, che impedì che le quote restassero ai pretesi proprietari anziché allo Stato, che aveva un gran bisogno di denaro. A Giarre poche terre erano rimaste pubbliche se non le sciare di Milo, Praino e Cavagrande, ma ci fu una controversia perché gli amministratori le ritenevano patrimoniali (con procedure diverse di
I rivoltosi di Bronte fucilati nel 1860

alienazione).

Non c’erano terre comuni a Dagala, allora frazione di Giarre, anche se risulta che il 10 luglio 1860  furono effettuati degli arresti, segno che anche lì esistevano delle porzioni di terreno acquisito arbitrariamente dai signori acesi . Ad Acireale, Linera e Santa Venerina, la recinzione delle  terre e il taglio del Bosco di Aci erano stati attuati nel corso del Settecento  a seguito delle concessioni del Segreto di Aci, ma i proprietari si “clausurarono” anche le altre porzioni di terreno, che furono trasformate in vigneto, tanto che nel 1820 il patrizio di Acireale Barone Floristella, a fronte di una richiesta di informazioni  da parte dell’Intendente sul Bosco di Aci che da Pozzillo e Stazzo arrivava fino a Monterosso, rispose che non esistevano più boschi in quel territorio. Le proteste c’erano state, specialmente verso la metà del Settecento e una commissione verificò il taglio di migliaia di alberi, ma nulla si ottenne. Esamineremo con il prossimo articolo lo sconvolgimento delle proprietà ecclesiastiche a seguito del decreto del 18 ottobre 1860 e legge e regolamenti successivi, nonché la liquidazione e la vendita da parte del Regno d’Italia dei beni delle corporazioni religiose con le leggi 7 luglio 1866 e 15 agosto 1867.

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