Autismo / L’evoluzione storica e scientifica della diagnosi

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Oggi l’autismo è riconosciuto come uno spettro estremamente ampio frutto di una continua evoluzione storica e scientifica. Questa non ha cambiato solo la medicina ma anche il modo stesso in cui la società e le persone comprendono questa condizione. Per capire come siamo arrivati a questa complessità, è necessario fare un passo indietro ripercorrendo le tappe storiche fondamentali.

Evoluzione storica / La nascita della diagnosi di autismo

Le origini della diagnosi vengono attribuite nel 1943 a Leo Kanner (psichiatra austriaco emigrato in America). Kanner fu il primo ad utilizzare nei suoi scritti i termini “Autismo Infantile Precoce” per definire questa specifica sindrome come un quadro clinico a sé stante. Per farlo, prese in prestito la parola “Autismo” (dal greco autós, “sé stesso”) coniata nel 1911 dallo psichiatra Eugen Bleuler per descrivere, originariamente, la forte chiusura in sé stessi e il distacco dalla realtà tipici della schizofrenia.

L’autonomia dal DSM-III

Nonostante l’identificazione da parte di Kanner, la comunità scientifica impiegò diversi decenni per emancipare l’autismo da questa sovrapposizione. Solo nel 1980, il DSM-III (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) riconobbe ufficialmente l’autismo come categoria a sé stante. Tra i criteri del DSM-III vi erano: insorgenza prima dei 30 mesi di età, una diffusa mancanza di attenzione verso gli altri, gravi deficit nello sviluppo del linguaggio, disturbi nel linguaggio quali ecolalia o simili in caso la capacità di parlare fosse presente, reazioni bizzarre a vari aspetti dell’ambiente e, infine, assenza di deliri e allucinazioni.

Da questa diagnosi iniziale ha origine la visione più classica dell’autismo. L’ultimo criterio, ovvero l’assenza di allucinazioni, serviva per differenziarlo da ipotesi di schizofrenia. Fino all’uscita del DSM-III a gran parte delle persone autistiche era diagnosticata la “schizofrenia di tipo infantile”, ormai eliminata. Ufficiosamente, nel corso degli anni la diagnosi è stata spesso suddivisa tra “alto” e “basso” funzionamento, termini usati ancora oggi, ma teoricamente in disuso da allora. In particolare, gli autistici con un Quoziente Intellettivo (QI) inferiore a 70 erano classificati a basso funzionamento, mentre quelli con un QI superiore a 70 ad alto funzionamento. Oggi “alto funzionamento” è usato come sinonimo di “quelli intelligenti” o comunque per indicare la parte di autistici che richiede un supporto minore. Ma, come potete osservare, per l’epoca indicava comunque uno standard molto basso.

Il DSM-IV e l’introduzione della Sindrome di Asperger

Nel 1994 con l’avvento del DSM-IV i criteri cambiano leggermente, ma non troppo: è esteso il periodo diagnostico da 30 mesi a 3 anni e sono raffinati certi criteri.

La maggior differenza fu l’introduzione della Sindrome di Asperger, scoperta originariamente nel 1944 da Hans Asperger. Essa fu introdotta nel DSM-IV come disturbo parente dell’autismo. La differenza principale era l’assenza di deficit nello sviluppo del linguaggio e la mancanza di deficit cognitivi. Fu qui che si iniziò a parlare maggiormente di differenti tipi di autismo, aprendo la strada al concetto di “spettro” e successivamente di “neurodivergenze”. Da quel momento la diagnosi iniziò ad includere anche persone con un’intelligenza nella norma o superiore che fino ad allora erano rimaste escluse dalla definizione “classica”.

Negli anni successivi (2008), studi come quelli di Witwer e Lecavalier mostrarono come lo sviluppo tardivo del linguaggio non influenzasse lo sviluppo futuro dell’individuo autistico. Questa scoperta compromise il senso dell’Asperger come diagnosi separata; al contempo, si sentì l’esigenza di criteri e scale valutative che tenessero maggiormente conto delle esigenze reali dell’individuo.

Il DSM-V e la svolta dei livelli di supporto

Per questo motivo nel DSM-V la diagnosi d’Asperger è stata accorpata all’autismo e sono stati introdotti i livelli di supporto che vanno dall’I al III. Mentre i criteri precedenti erano basati sul QI o sullo sviluppo del linguaggio. I livelli di supporto tengono conto di tutti i fattori che riguardano l’individuo autistico e sono principalmente di natura utilitaristica, in quanto la loro funzione è indicare in linea di massima di quanto supporto l’individuo in questione avrebbe bisogno.

La diagnosi di autismo ha subito cambiamenti radicali in poco tempo, al punto che gli stessi professionisti fanno fatica ad adattarsi. Il disaccordo su quale dovrebbe essere la definizione esatta di autismo esiste all’interno della stessa comunità autistica. Infatti, molti hanno ancora nostalgia del termine Asperger o delle vecchie definizioni, mentre altri pensano che la nuova categorizzazione sia troppo “ampia” o “interpretabile”.

Conclusioni

Come abbiamo visto, tuttavia, questa evoluzione storica della diagnosi di autismo è il frutto di necessità, studi e ricerche. La prima versione di autismo escludeva completamente un sacco di gente sulla base di criteri arbitrari come linguaggio e QI, nonostante esistesse una grossa porzione di popolazione con la stessa sintomatologia ma senza deficit di linguaggio e QI. Una volta dimostrato che lo sviluppo del linguaggio non influenza il resto, l’unione delle diagnosi era inevitabile. Mentre la suddivisione in livelli di supporto più che a una rigida categorizzazione clinica, risponde a una pura necessità assistenziale.

Per concludere, l’evoluzione dei manuali diagnostici ha dimostrato che l’autismo ha smesso di essere considerato “una rigida etichetta medica”. Questa svolta non significa cancellare le differenze ma permette di spostare il focus dalle definizioni teoriche ai bisogni reali delle persone.

Nadia Striano