Ci sono vittorie che non fanno festa. Quella del Catania contro l’Ascoli, nel ritorno della semifinale playoff di Serie C, appartiene a questa categoria amara: un 2-1 conquistato davanti al proprio pubblico, utile soltanto a salvare l’onore della serata, ma non abbastanza per cambiare il destino di una qualificazione compromessa già nella gara d’andata.
Il 4-0 subito al “Del Duca” aveva scavato un solco troppo profondo. Il Massimino ha provato a crederci, la squadra ha provato almeno per un tempo a restituire un senso alla notte, ma la realtà si è imposta con tutta la sua durezza. L’Ascoli, forte del largo vantaggio maturato nelle Marche, ha gestito il doppio confronto e, nonostante la sconfitta di misura in Sicilia, ha conquistato l’accesso alla finalissima playoff.
Per il Catania resta l’immagine di una squadra capace di accendere la speranza, ma non di trasformarla in impresa. Le reti di Caturano e Forte, arrivate nel primo tempo, avevano infiammato il pubblico rossazzurro e riaperto, almeno emotivamente, una partita che sembrava già scritta. Il Massimino, ancora una volta, ha risposto presente: ha spinto, cantato, sofferto, cercando di accompagnare la squadra oltre il limite del possibile.
La cronaca della partita
Il primo gol, arrivato in avvio, ha dato alla serata il sapore dell’impresa. Il raddoppio di Forte, poco prima dell’intervallo, ha fatto vibrare lo stadio e alimentato quella sensazione fragile ma potente che nel calcio, ogni tanto, anche l’impossibile possa prendere forma. In quei minuti il Catania ha mostrato orgoglio, intensità e una reazione caratteriale che il pubblico attendeva dopo la disfatta dell’andata.
Ma per ribaltare una semifinale non bastano l’orgoglio e la spinta degli spalti. Serve continuità, lucidità, precisione. Serve una partita quasi perfetta. E il Catania perfetto non lo è stato. Anche nella serata della vittoria, infatti, sono riemerse le fragilità che hanno accompagnato a lungo la stagione: errori in costruzione, spazi concessi agli avversari, occasioni non sfruttate nei momenti decisivi.
La ripresa ha consegnato l’immagine più crudele della serata. Il Catania ha avuto anche la possibilità di segnare il terzo gol, quello che avrebbe davvero fatto tremare l’Ascoli e trasformato il finale in una battaglia sportiva ad altissima tensione. Il palo colpito da D’Ausilio ha rappresentato forse il bivio emotivo del match: da una parte il sogno di una rimonta clamorosa, dall’altra il ritorno brusco alla realtà.
A spegnere definitivamente ogni speranza è stato Oviszach, entrato nella ripresa e decisivo nel firmare il gol del 2-1. Una rete pesantissima, non tanto per il risultato della singola gara, quanto per ciò che ha significato: la fine delle illusioni, la conferma di un verdetto ormai segnato, il definitivo addio del Catania ai playoff.
Partita sospesa nel finale per la contestazione del pubblico
Nel finale, la tensione è salita anche sugli spalti. Il lancio di fumogeni in campo ha provocato una lunga interruzione e ha raccontato, più di tante parole, la frustrazione di una tifoseria ferita. Al triplice fischio, insieme alla vittoria, sono arrivati anche i fischi. Non contro una singola partita, probabilmente, ma contro l’epilogo di un’intera stagione vissuta tra speranze, contraddizioni, attese e delusioni.
Il Catania esce così dai playoff nel modo più amaro: vincendo una partita che non serve a passare il turno e chiudendo il proprio cammino con il peso enorme del crollo di Ascoli. È forse questo l’aspetto più doloroso per l’ambiente rossazzurro: non l’eliminazione in sé, ma la sensazione che tutto fosse stato compromesso prima ancora di tornare al Massimino.
Resta l’affetto di una piazza che, anche nelle notti più difficili, continua a dimostrare appartenenza. Resta la dignità di una reazione arrivata davanti ai propri tifosi. Ma resta soprattutto il bilancio di un’annata che i colori rossazzurri faranno fatica a dimenticare, forse tra le più amare per il modo in cui si è conclusa.
Il Catania saluta i playoff. L’Ascoli va avanti. Al Massimino rimane il rumore di una vittoria senza gioia, il silenzio pesante di un sogno svanito e la consapevolezza che, per ricostruire davvero, non basterà ripartire dai rimpianti.
Giovanni Rinzivillo
