C’è sconfitta e sconfitta.
Quella rimediata dal Catania al “Del Duca” contro l’Ascoli non può essere archiviata come una semplice serata storta.
Il 4-0 subito nella semifinale d’andata dei playoff di Serie C è un risultato pesantissimo, ma ancora più pesante è il modo in cui è maturato: senza reazione, senza personalità, senza quella fame che in partite del genere dovrebbe rappresentare il minimo sindacale.
Il Catania è arrivato ad Ascoli davanti a un bivio fondamentale della stagione.
Una semifinale playoff non è una gara qualsiasi: è il momento in cui si misura davvero la tenuta mentale di una squadra, la sua maturità, la capacità di restare dentro la partita anche quando l’avversario alza ritmo e pressione.
E invece i rossazzurri sono apparsi sin dai primi minuti fragili, bassi, impauriti, quasi spettatori di una partita che l’Ascoli ha preso in mano con una facilità preoccupante.
La squadra di Tomei ha fatto tutto ciò che il Catania non è riuscito a fare: ha aggredito, ha corso, ha cercato la porta, ha vinto duelli, ha dato ritmo alla manovra e ha trasmesso la sensazione di sapere esattamente cosa fare.
Dall’altra parte, la formazione di Toscano è rimasta schiacciata, incapace di costruire una vera risposta tecnica e caratteriale.
Il dato più allarmante non è solo il passivo, ma la sensazione di impotenza trasmessa per larghi tratti della gara.
La cronaca della partita
Il primo tempo aveva già raccontato molto.
L’Ascoli aveva sfiorato più volte il vantaggio, trovando sulla propria strada Dini e soprattutto un paio di salvataggi provvidenziali.
Il gol di Corradini allo scadere della prima frazione non è stato un episodio casuale, ma la conseguenza logica di una superiorità evidente.
Il Catania, invece, ha chiuso i primi quarantacinque minuti senza dare mai la sensazione di poter realmente far male.
Nella ripresa ci si aspettava una reazione.
Anche rabbiosa, anche disordinata, ma almeno una reazione. Non è arrivata. Anzi, il secondo tempo ha trasformato una brutta prestazione in un crollo verticale.
Il gol di Guiebre al 52’ ha aperto definitivamente la ferita, quello di Gori al 61’ ha spento quasi ogni residua speranza, il poker di Milanese all’82’ ha certificato una serata disastrosa sotto ogni punto di vista.
A cosa è dovuto questo calo impressionante?
A preoccupare è stata soprattutto l’assenza di risposte.
I cambi non hanno modificato l’inerzia. Il Catania ha prodotto troppo poco, ha sofferto troppo e ha lasciato all’Ascoli campo, fiducia e gestione emotiva della partita.
In un appuntamento così importante, non basta invocare la forza del gruppo o il peso della maglia: bisogna dimostrarli sul campo. Al Del Duca, purtroppo, non si sono visti.
Ritorno con 20.000 tifosi delusi sugli spalti
Adesso il ritorno diventa una montagna quasi proibitiva.
Il calcio, è vero, conosce imprese e ribaltoni. Ma prima ancora di pensare alla rimonta, il Catania dovrà guardarsi allo specchio.
Perché un 4-0 in una semifinale playoff non è solo una questione aritmetica: è un campanello d’allarme tecnico, mentale e caratteriale.
Ai tifosi rossazzurri resta l’amarezza di una notte durissima. Una tifoseria che ha accompagnato la squadra con passione e speranza meritava ben altra prestazione. Perdere può accadere. Uscire dalla partita così, invece, fa male molto di più.
Al Massimino servirà un Catania completamente diverso.
Giovanni Rinzivillo
