Cattolici e vita: non è uno scontro tra sacralità e autodeterminazione

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Nel serrato dibattito sui temi del fine vita un’accusa, talvolta, rivolta ai cattolici, è che essi sarebbero contro la libertà, perché non accetterebbero che ciascuno possa disporre della propria o altrui vita, al punto da decidere il momento in cui porre fine ad un’esistenza. Così alla sacralità della vita – che sarebbe l’unica cosa che i cattolici riuscirebbero a dire – si oppone il concetto nuovo di autodeterminazione, espressione matura dell’uomo contemporaneo. Su questo tema vale la pena di fare alcune riflessioni. Intanto, il punto non è che cosa l’uomo possa fare ma, in ultima analisi, chi sia l’uomo. Il problema, quindi, è a monte e la proposta dell’autodeterminazione è solo la riedizione di una lacuna antropologica, che da tempo soggiace alla nostra cultura. Sì, taluni diritti recenti – ma sono davvero diritti? – si sono imposti come frutto di una incompleta visione della persona. Aborto, fecondazione artificiale, eutanasia non sono forse stati presentati come espressione della facoltà di scegliere che cosa poter fare? Se i cattolici rifiutano queste scelte non lo fanno perché sono contro la libertà o perché fermi ad una visione religiosa, che sarebbe propria del passato. Lo fanno, invece, perché a loro sta a cuore il valore della persona: non si tratta di imporre una visione di fede, ma di riaffermare quanto di meglio i secoli ci hanno consegnato; la persona è un bene, indipendentemente dalle circostanze. Se dicono “no” a talune scelte è perché appaia meglio il “sì” incondizionato all’uomo. Se ritengono che alcuni principi – uno di questi è la difesa e la promozione della vita umana – non siano negoziabili è perché cedere in talune circostanze, aprirebbe ad innumerevoli cedimenti nei confronti di persone fragili, sole o emarginate. Sono convinti che la vita sia un bene non disponibile, non solo perché le generazioni precedenti lo hanno creduto e vissuto, ma anche perché l’alternativa sarebbe il delirio di onnipotenza.
Porre fine ad un’esistenza, come crearla in un laboratorio, non è togliere qualcosa a Dio, ma è togliere l’uomo a se stesso. Affermare che la vita non può essere lasciata all’arbitrio della decisione del più forte o, semplicemente, di chi la vive significa non impadronirsene. Per questo i cattolici dicono no al vitalismo, cioè al prolungamento di una vita, che naturalmente, è giunta al suo termine. Il rifiuto di far morire è cosa ben diversa dal lasciare morire.
I cattolici sono contro una visione dell’uomo che condanna alla solitudine. In questa prospettiva errata l’uomo dovrebbe svilupparsi solo da se stesso, senza imposizioni da parte di altri, i quali potrebbero assistere al suo auto-sviluppo ma non entrare in questo sviluppo. L’uomo, depauperato della sua origine trascendente, sarebbe solo un “farsi da solo”, senza una meta, che non sia la propria fine. La conoscenza diventa così un avvicinare “superficialmente” la realtà, nel senso che si coglie solo ciò che appare fisicamente. Le scienze si sono notevolmente sviluppate – e questo è un bene – ma spesso sono diventate l’unica fonte di conoscenza. Eppure, c’è qualcosa di altro: c’è tutto un mondo meraviglioso, che è quello spirituale, ugualmente vero e reale come quello materiale. Perché fermarsi? Ancora, se l’uomo è un “farsi da solo” conta solo quello che egli ha fatto o riuscirà a fare; questo diviene il criterio per stabilire il bene.
“Se si può fare – si domandano taluni – perché non farlo?” E, così, tutto quanto è tecnicamente possibile sarebbe anche eticamente lecito! Ma davvero il “farsi da solo” e il “poter fare” sono la verità sull’uomo? La vera autodeterminazione è altra cosa. Rientra nel dinamismo della libertà, sulle quali il pensiero cattolico offre spunti entusiasmanti. Romano Guardini (1885-1968), una delle maggiori figure della storia culturale europea, ha scritto: “Chi può fare ciò che vuole è ancora molto lontano dall’essere libero” (Lettere sull’autoformazione). L’uomo deve diventare libero, attraverso l’assunzione responsabile della verità su se stesso, attraverso l’accoglienza di un buon progetto, che egli riconosce al suo interno. I cattolici considerano fondamentale la libertà, perché può dare senso al bisogno di compimento della persona e al desiderio di felicità. Sono così liberi che non temono di andare contro l’opinione del momento, fosse anche quella pubblica. Vivono la libertà “esterna” non lasciandosi confondere da chi grida più forte o anche da chi segue la moda dell’opinione. In questo senso non sono schiavi di nessuno. Ma neanche di se stessi. “Quando un uomo è degno di essere detto libero? Se è, all’esterno, signore delle sue decisioni – afferma Guardini –. Se si rende indipendente dagli influssi degli uomini e delle cose, e se si comporta secondo i dettami che gli vengono dal dentro. Ma prima di tutto, se ciò che vi è di più profondo in lui, la coscienza, domina su tutto il mondo delle passioni e degli istinti”. Ecco la vera autodeterminazione!

Marco Doldi

SIR

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