Cinema / Moretti diventa universale. In “Mia madre” il regista affronta con sobrietà e un tema doloroso

Nel 2001, con “La stanza del figlio”, Nanni Moretti aveva vinto la Palma d’oro al Festival di Cannes. Nel raccontare la lacerante vicenda di una famiglia di fronte alla morte di un figlio, il regista italiano aveva conquistato il festival francese che, d’altronde, lo aveva sempre amato. E lo aveva fatto con un film differente rispetto, ad esempio, a quel “Caro Diario” (Premio alla Miglior regia sempre a Cannes nel miamadre1994), pellicola di culto della cinematografia di questo autore. “La stanza del figlio”, infatti, era lontano dall’autobiografismo assoluto del suo cinema, autobiografismo che a volte sfociava in un eccessivo narcisismo (famosissima la battuta del grande Dino Risi quando gli fu chiesto cosa pensasse del cinema del giovane Moretti: “Ogni volta che vedo un suo film mi dico: e levati da là davanti, Nanni, e fammi vedere il film!”). Era un film più misurato, maturo, che abbracciava una storia universale e non tanto una storia generazionale come aveva fatto Moretti fino a quel momento.

Oggi con “Mia madre” torna a quel modello, arricchendolo però di quell’autobiografismo che ha fatto grande il suo modo di girare. In che senso? Nel senso che in questa pellicola Moretti racconta con sobrietà e rispetto la dolorosa storia di due figli alle prese con la malattia e la morte della loro madre anziana, una storia universale ma al tempo stesso molto personale perché Moretti racconta qui (forse per elaborarlo) il lutto per la perdita della propria madre. Universale e autobiografico, dunque, si fondono, come nei migliori film della storia del cinema (basti pensare a tutta la cinematografa di Fellini), e Moretti si ritaglia nella pellicola una parte secondaria (lui sempre così presenzialista sullo schermo, come aveva sottolineato anche Dino Risi), lasciando la parte del protagonista a Margherita Buy, sua alter-ego al femminile nella storia. Margherita sta girando un film impegnato sulla crisi economica italiana. Oltre a dover gestire la complessità del set corale di un film politico, deve fare i conti con le bizze della star italo-americana che ha scelto per interpretare il ruolo del nuovo proprietario; un attore in crisi, ostaggio della sua maschera di divo. Margherita è separata, ha una figlia adolescente che frequenta malvolentieri il liceo classico in ossequio alla tradizione familiare impressa dalla nonna (insegnante di latino e greco), ha un amante, attore nel film impegnato, lasciato all’inizio delle riprese, e una vita confusa, solitaria e complicata. La concentrazione, richiesta per girare un film così difficile è minacciata dalle istanze del privato e dall’ombra sempre più densa della possibile morte della madre che la costringe a un confronto difficile e doloroso, soprattutto con se stessa e con il fratello Giovanni, un ingegnere posato che si è preso un periodo di aspettativa dal lavoro per accudire la madre malata di cuore, ricoverata con poche speranze in un ospedale della capitale.

La madre di Moretti era un’insegnate di latino e greco e il regista ha dovuto affrontare il lutto della sua perdita mentre girava “Il caimano”: storia personalissima, dunque, ma storia in cui, al tempo stesso, ognuno di noi si può ritrovare. Un tema così delicato e doloroso Moretti lo affronta con sobrietà, tenerezza e asciuttezza, in maniera tale che lo spettatore possa cogliere con verità e profondità, senza “effetti speciali” narrativi e drammaturgici, un tema così complesso e devastante. La pellicola sarà in concorso al Festival di Cannes. Chissà se i francesi apprezzeranno, come per “La stanza del figlio”, questo Moretti meno narcisista e generazionale e più universale e sobrio.

Paola Dalla Torre

 

 

 

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