Come eravamo / Quando ‘sutta u ficu’ si passava il Ferragosto

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pianta di fico

Mi hanno piantato molti anni fa in un angolo di Sicilia, in un cortile nascosto tra muri di pietra lavica e case che raccontano storie di tempi lontani. Le mie radici affondano nella terra di Bongiardo, un piccolo borgo etneo incastonato tra Zafferana Etnea e Santa Venerina. Il mio tronco nodoso e la mia chioma ampia sono stati, per generazioni, testimoni silenziosi di centinaia di giorni di Ferragosto.

Ogni anno, quando il sole d’agosto diventava un fuoco in cielo e l’aria si faceva calda e densa, io aprivo le mie fronde per offrire ombra e sollievo. Ero, soprattutto, il rifugio di chi cercava un po’ di pace dalla canicola estiva.

Ferragosto ‘sutta u ficu’

Ricordo bene le mattine del 15 agosto, quando le prime luci dell’alba accarezzavano le mie foglie e la famiglia si radunava nel cortile. Per primi arrivavano i bambini, con le mani già sporche di terra e i volti arrossati dall’entusiasmo. Si rifugiavano sotto di me, tra il fruscio delle foglie, a giocare, rincorrersi, inventare storie che solo l’estate sa ispirare. Le loro risate si mescolavano al canto incessante delle cicale e al frinire dei grilli, che facevano da colonna sonora a quel giorno di festa.pianta di fico

Poi arrivava la nonna, la vera regina silenziosa di questo giorno. Con il suo grembiule bianco, punteggiato da numerose e variopinte macchie, portava sul tavolo vassoi di parmigiana, caponata, pasta al forno, cannoli. Alla fine del lungo pranzo, al centro della tavola, sistemava con cura i miei frutti, raccolti il giorno prima e adagiati in un panaru rivestito dalle mie foglie. Ripeteva sempre ai nipoti: “Sunu fichi d’oru”.

Tutti sedevano attorno al tavolo di legno, consumato dagli anni, sotto la mia ombra protettiva. La luce filtrava tra le foglie, creando un mosaico di sole e frescura che accarezzava i volti di ciascuno.

A Ferragosto ‘sutta u ficu’ si intrecciavano i racconti

Le ore passavano lente, scandite da chiacchiere, ricordi e dalla dolcezza dei sapori. Ascoltavo le storie della nonna, che parlava di un tempo in cui Ferragosto era una festa sacra, dedicata alla Madre Iddio Assunta in Cielo. Un giorno in cui tutto il paese si fermava, un giorno di famiglia e di fede, in cui si andava a messa prima del pranzo. Raccontava delle grandiose macchine sceniche – le Vare di Randazzo e di Messina – e delle mani che si stringevano per implorare la grazia della Vergine, che si era addormentata per raggiungere, in anima e corpo, suo Figlio, Cristo Signore.

fichi
La nonna diceva ‘sunu fichi d’oru’

Intorno a me, udivo conversazioni sussurrate e risate che si allungavano come l’ombra dei miei rami. Sono stato il custode di queste emozioni: il testimone silenzioso di tante estati.
Quando il sole cominciava a calare e il cielo si tingeva di rosa, io mi facevo più quieto: ascoltavo il fruscio delle mie foglie mosse dalla brezza leggera che scendeva dall’Etna. La famiglia si stringeva ancora una volta sotto la mia chioma per condividere le ultime ore del lungo giorno.

Poi arrivava la notte. Le luci delle case si accendevano, e io rimanevo lì, immobile ma vivo, con le radici che raccontavano storie, con le foglie che conservavano memorie. Sapevo che il mio posto non era solo un angolo d’ombra o un frutto dolce: ero il cuore pulsante di un’estate, il filo invisibile che legava generazioni, il custode dei ricordi di Ferragosto.

Aspettando il Ferragosto di un tempo…

Oggi, quando l’estate torna e arriva quel giorno tanto atteso che segna la fine delle ferie, rimango in attesa degli schiamazzi dei bambini, degli odori sprigionati dalle prelibatezze preparate dalle mani della nonna, delle tante storie raccontate sotto di me.

E invece mi ritrovo solo, in compagnia di un ulivo che invecchia piano e di un melo che si sta seccando. I miei frutti cadono maturi sulla terra bruciata dal sole, dove le api vengono ancora a farmi visita, attratte dal mio nettare zuccheroso.

Ma io continuo ad aspettare. Perché so che prima o poi qualcuno tornerà a sedersi all’ombra del fico. E allora l’estate, quella vera, tornerà a vivere.

 

Marcello Proietto