In principio fu Gisèle Pelicot ad accendere i riflettori sui casi di violenza e pornografia homemade, poi la lista si è naturalmente allungata fino all’inverosimile, portandoci ad una domanda diretta a comprendere i fatti: quanti modi ci sono per uccidere le donne?
Alcuni, i più classici, potrebbero rispondere con coltelli, pistole, corde.. qualcuno di più sottile potrebbe suggerire che anche la violenza psicologica é un modo per uccidere. I più tecnologici, invece, sanno che per colpire una donna basta molto meno che toglierle la vita: basta un click. Una pressione leggera non tenendo tra le mani il collo, ma esercitandola su un tastino. Un invio all’etere per consegnare la storia di una donna, di una bambina, di un essere umano al pubblico ludibrio.
I fatti di cronaca ce lo raccontano con quieta rassegnazione: ogni giorno la pornografia sui social colpisce centinaia di donne, rendendole casi non isolati di violenza domestica. E se in origine è stato il sottomondo di telegram a supportare le parafilie, oggi la perversione corre anche sulle pagine dei social più comuni, come quelle di facebook, abbattendo il sottile muro che ha separato finora i due universi e fornendo una nuova chiave di lettura dei tempi che stiamo vivendo.

Il caso “mia moglie”
Alla fine dello scorso agosto è esploso in tutta Italia il caso “Mia moglie”, che ha scoverchiato il vaso di pandora della pornografia homemade. I casi di pornografia in cui le donne sono protagoniste involontarie sono cresciuti a dismisura, in una maniera talmente infestante da far riflettere.
La pagina, attiva da 2019, supportava la condivisione di foto e video intimi di mogli, amanti, sorelle che non erano consapevoli di quello che accadesse nella quieta intimità di casa propria. Foto condivise, ovviamente, senza nessun consenso alla pubblicazione.
Meta è riuscita a chiudere definitivamente la pagina dopo migliaia di denunce e segnalazioni, ma il fatto resta: un gruppo pubblico, quindi senza nessuna restrizione di visibilità nemmeno da parte degli amministratori, ha visto oltre 32.000 uomini iscriversi per pubblicare le foto delle proprie mogli e compagne in atteggiamenti intimi.
Il dato da non sottovalutare è l’identità di questi uomini: non gente di bassa lega, ma professionisti ed imprenditori, funzionari pubblici e candidati sindaci, ma anche medici e giornalisti. Oltre allo status, pure il fattore anagrafico non è da tralasciare poiché nei fatti ogni fascia d’età è coinvolta.
Il caso “mia moglie” / Una mercificazione continua
Giorno dopo giorno, per mesi, sono state condivisi una quantità di scatti capaci di far impallidire uno studio fotografico. Un modo becero per cercare approvazione, stimolare commenti sessisti ed ampliare atteggiamenti misogini e violenti attraverso battutine da branco su donne inconsapevoli di essere tra i casi di pornografia domestica.
Ed in tutto questo le donne, ignare di essere merce in esibizione, trattate al pari di oggetti da valutare e giudicare, se non addirittura da desiderare e da umiliare con commenti improponibili in una società civile.
Solo dopo migliaia di segnalazioni e denunce, di appelli da parte di parlamentari e numerosi articoli che hanno fatto seguito alle inchieste di attiviste e giornaliste, si è finalmente giunti ad una chiusura della pagina. Il che è singolare, se consideriamo che gli algoritmi di Meta sono pensati per prevenire la pornografia e censurare immagini di violenza tanto quelle di nudo.

Il caso “mia moglie” / Le responsabilità
Intanto, in termini di responsabilità civile penale e morale, nessuno tra coloro che ha partecipato, pubblicando e commentando, è esente da implicazioni. I nomi degli iscritti alla pagina sono già stati elencati in un fascicolo aperto dalla Procura della Repubblica, con reati che vanno dalla diffamazione alla diffusione di materiale pornografico senza consenso.
Ad occuparsi del caso la vicedirettrice della polizia postale di Roma, Barbara Strappato, che ha così dichiarato a Wired: “Mai come in questo caso abbiamo ricevuto segnalazioni, 2.800 sul primo gruppo e circa 300 su una decina di altri gruppi analoghi. E le segnalazioni continuano ad arrivare. (…) Al momento non risultano ancora querele, ci vorrà del tempo. Qui ci sono di mezzo rapporti coniugali e figli, è difficile per le donne, anche se vittime di reati gravi, passare all’azione. E peraltro anche chi ha saputo della circolazione di immagini sulla propria persona non ha accesso ai dati quindi non è in grado di valutare l’entità del danno e del reato. Sappiamo che molte donne che hanno il sospetto di essere vittime si sono rivolte ad associazioni e stanno valutando il da farsi”.
Nelle ultime settimane sono intanto giunte numerose segnalazioni e denunce da parte di molte delle donne coinvolte a loro insaputa in questa vicenda, tra lo stupore e le implicazioni psicologiche che questa situazione ha prodotto. Ed i casi di pornografia sembrano destinati a non circoscriversi alle donne che finora hanno inviato le proprie segnalazioni, ma pare sempre più chiaro che sia un numero in crescendo.
Il caso “Phica. eu”
Altro becero caso mediatico, sollevato sempre nel corso delle scorse settimane, è quello del forum “Phica.eu”.
Il sito, attivo dal 2005 con 750mila iscritti ha generato ben oltre 600 mila accessi al giorno e 20 milioni di visite mensili, secondo il report del sito HypeStat. Con una varietà di sottosezioni dedicate alla condivisione di materiale prodotto senza consenso, il sito offre scatti rubati di mogli, figlie, suocere o semplici conoscenze insieme ad una gamma di informazioni personali tra cui anche il nome delle vittime. Tra i reati che si contestano al sito, per il quale la Procura di Roma ha aperto un fascicolo d’indagine, figura anche l’accusa di revenge porn e di estorsione, con richieste fino a mille euro al mese per cancellare i contenuti o per essere rimossi dalla lista degli iscritti.
Ad avviare le segnalazioni la sindaca Sara Funaro. La stessa Prima Cittadina di Firenze si è trovata con alcune sue foto in una delle sezioni tematiche del sito. Non è stata l’unica esponente politica coinvolta.

Molte altre, tra donne comuni e figure istituzionali, sono finite al centro del ciclone: da Giorgia Meloni ad Elly Schlein, passando per Daniela Santanchè e Maria Elena Boschi fino a giungere a Chiara Appendino e Alessandra Mussolini. Figura chiave attorno a cui ruota tutto il procedimento è Vittorio Vitiello, quarantacinquenne napoletano ma residente a Firenze, che ricopre il ruolo di amministratore del sito.
Ti amo, ma….
“Ti amo, ma ti metto in piazza” potrebbe essere il riassunto di questa barbara azione che ha visto donne trattate come merce di scambio da chi diceva di amarle.
L’impatto che questi eventi hanno sulle vittime è debilitante e lascia solchi profondi. Numerosi studi evidenziano il significativo disagio emotivo che si traduce in sentimenti di negantivà ma anche di vergogna ed umiliazione. E’ la percezione del tradimento, il malessere dell’essere state esposte in pubblica piazza, che porta ad emozioni negative come ansia e depressione. In alcuni casi si arriva a parlare anche di PTSD: veri e propri sintomi da disturbo da stress post traumatico. Comune risvolto è l’alterazione dell’autostima e la sfiducia nelle relazioni interpersonali.
La pornografia non consensuale è un abuso digitale che comporta delle conseguenze psicologiche devastanti. E’ un fenomeno che si radica in dinamiche di potere e che richiede un’attenzione costante sul piano della prevenzione e della corrispondenza legale.
In questa sfumatura la risposta del mondo della politica non si è fatta attendere. La deputata Mara Carfagna, segretaria di Noi Moderati, ha annunciato il deposito di una proposta di legge che mira a regolamentare l’uso dell’immagine personale online. L’obiettivo è quello di contrastare l’abuso di contenuti generati o alterati con AI.
Nel disegno di legge si prevede il rafforzamento del diritto di proprietà su immagini, voce e fisionomia, l’introduzione giuridica del deep fake e l’obbligo di inserire watermark sui contenuti generati con AI.
Questa proposta, che mira a far calare i casi di pornografia, si affianca a quella di Forza Italia, in cui Gasparri, Zanettin e Craxi chiedono che il web non resti zona franca per il crimine, soprattutto nei confronti di donne e bambini. La proposta è già in discussione in Commissione Giustizia.
La pornografia come fenomeno sociale
Nel corso degli ultimi anni la percezione del sesso è drasticamente cambiata. Ben distante dal costume del secondo dopoguerra, oggi il sesso viene prodotto, consumato e percepito con una libertà che a volte lo rende scevro da qualunque vincolo morale. In questo quadro si posiziona la pornografia homemade, fenomeno in costante crescita che offre uno sguardo inedito sulla sessualità contemporanea.
Segno dei tempi, le produzioni erotiche casalinghe ci costringono a riconsiderare la definizione di intimità come quella di consenso, soprattutto quando queste si confrontano con gli strumenti preponderanti nell’era digitale. La tecnologia si evolve ed offre nuove opportunità per la creazione e la distribuzione di contenuti, ma a questo sviluppo non si contrappone un’adeguata risposta etica.

Seppur vero che moltissimi scelgono di diventare content creator dell’eros, sono ancora troppi coloro che finiscono nel vortice a loro insaputa. Donne, minori, fragili: la pornografia homemade pare non risparmiare nessuno.
Bisogna quindi che si trovi un equilibrio che garantisca sia coloro che vogliono proseguire con l’attività consapevole, che coloro che a gran voce reclamano il diritto ad una corretta formazione etica. Imparare a navigare nel nuovo panorama sessuale con consapevolezza è fondamentale affinchè si possa plasmare un futuro in cui le relazioni intime e la cultura digitale non vadano in conflitto.
Quello della pornografia homemade è un fenomeno complesso che presenta una miriade di sfaccettature, capace di riflettere tensioni morali e opportunità legate ad una società iperconnessa, come quella che viviamo oggi e che sicuramente si amplierà negli anni a venire. Ad ogni modo è importante che non si perda di vista mai la dignità umana, che deve essere garantita sempre e tornare centrale nel dibattito pubblico.
Non si tratta quindi sono di educare i giovani all’affettività, ma di rieducare l’intera società al valore della dignità come mezzo identitario.
Chiara Costanzo
