La notizia che ha tenuto l’Italia con il fiato sospeso per giorni ha raggiunto il suo epilogo nel corso della mattina del 21 febbraio: il piccolo Domenico, il bambino di Napoli vittima di un gravissimo errore umano, si è spento. Con questa vicenda torna centrale nel dibattito pubblico la cultura della donazione e le sue implicazioni.
I dati sulle donazioni
I dati vedono l’Italia ai primi posti in Europa per l’attività di donazione e trapianto, con un tasso di donatori che ha superato la quota record di 30 per milione di persone nel corso del 2024, dato consolidato nel 2025.
Proprio lo scorso anno la rete dei trapianti in Italia ha confermato un trend positivo, con oltre 450 donazioni di organi e oltre 1000 trapianti effettuati. Ciononostante il 40% delle dichiarazioni di volontà al rinnovo della carta d’identità, nel 2025, ha espresso un “no” alla donazione, rendendo di fatto necessario ricentrare l’attenzione sulla cultura della donazione.

Gli eventi di Napoli / Domenico viene ricoverato in ospedale per la donazione
Il piccolo Domenico, due anni appena, ha combattuto una battaglia clinica complessa e dolorosa contro la miocardiopatia dilatativa, una patologia aggressiva che progressivamente indebolisce il muscolo cardiaco compromettendone la funzione vitale.
A scandire i ritmi della sua vita, per mesi, è stata la terapia intensiva e le valutazioni di specialisti, prese sfidando ora la possibilità e ora il limite.
A rischiarare il buio attorno alla vita fragilissima di questo bambino arriva la possibilità di un trapianto di cuore. La famiglia vede riaccendersi la speranza: la medicina può salvare Domenico.
Gli eventi di Napoli / La donazione e l’inizio del calvario
Un cuore tutto per Domenico, primo nella lista nazionale, arriva all’ospedale Monaldi di Napoli: sembra la fine di un incubo, ma proprio da quel momento inizia il calvario per il piccolo e la sua famiglia.
Durante il trasporto il cuore non è trattato secondo il protocollo previsto per la preservazione cardiaca: pare che la conservazione sia avvenuta con ghiaccio secco ed esposto a temperature estremamente basse e non conformi, per questo si parla fin da subito di “cuore bruciato“.
Ai medici appare chiaro fin dai primi istanti che l’operazione non potrà andare come previsto, ma proseguire viene ritenuta l’unica possibilità concreta per tentare di salvare Domenico. Il cuore, nonostante i suoi tessuti siano irreversibilmente lesionati dal freddo eccessivo, viene impiantato nel piccolo paziente.
Nei giorni successivi all’operazione Domenico viene sostenuto dall’ECMO, la macchina sostituisce in maniera temporanea cuore e polmoni, ossigenando il cuore all’esterno del corpo. Ma questo è solo un presidio salvavita, non può ritenersi una soluzione definitiva.

Gli eventi di Napoli / Domenico perde la sua battaglia
La terapia con ECMO è estrema e sottoporsi a questa per lungo tempo espone il piccolo ad una serie di complicanze severe.
Il quadro clinico si aggrava e cominciano a comparire infezioni importanti ed emorragie. Il fegato inizia ad indebolirsi, i polmoni sono sempre più compromessi e molti altri organi vanno in sofferenza.
Nel frattempo è un valzer di medici e specialisti che si interrogano, si mettono in dialogo, visitano il bambino nella speranza di poter fare qualcosa. In breve però anche questa speranza svanisce e i margini di intervento man mano sbiadiscono.
La medicina ha tentato tutto il possibile, ma il corpicino del bambino, provato dalla malattia e dalle complicazioni, non regge oltre. Inizia quindi per Domenico il percorso per l’alleviamento delle sofferenze, come richiesto dalla famiglia.
Domenico si spegne alle 9.20 di un sabato mattina. Attorno a lui, a dare conforto ai genitori e ad amministrare l’estrema unzione, ci sono il card. Domenico Battaglia, arcivescovo di Napoli, e padre Alfredo Tortorella, cappellano dell’ospedale Monaldi.
L’intervista
La storia di questa battaglia combattuta con forza, della speranza accesa come una candela nella notte e poi lentamente consumatasi e di un cuore che è stato atteso fino alla fine, l’abbiamo ripercorsa insieme a padre Alfredo, che, raggiunto telefonicamente, ci ha raccontato una storia di dignità, bisogno di giustizia e di fede semplice.

Padre Alfredo grazie per aver accettato questa intervista. Iniziamo ripercorrendo insieme questi mesi.
Domenico è stato ricoverato poco prima di Natale, quando è arrivata la notizia, felice, della disponibilità di un cuore per lui. Il bambino è stato sempre curato, seguito e accompagnato all’interno dell’ospedale. Poi, però, qualcosa è andato storto e questo ha prodotto un forte clamore mediatico che ha portato alla ribalta il caso.
Tuttavia quanto accaduto non è una consuetudine.
È evidente che ci siano stati degli errori e la magistratura farà le sue indagini, questo è certo.
Quando parliamo di errori, parliamo di sbagli che non dovevano accadere. Alcuni errori, come questi, possono essere fatali. Ci tengo però a sottolineare che chi commette un errore non è sempre un criminale. Parliamo di medici e personale sanitario che ha sempre svolto il proprio lavoro in maniera eccellente, anche nei confronti di Domenico, che è in cura qui al Monaldi fin dalla nascita.
Che clima si respira in ospedale in questo momento?
Il clima che si respira in azienda è un clima che definirei da Sabato Santo, anche se il Sabato Santo liturgico è ancora lontano. È il giorno del silenzio.
E questo è il clima che viviamo oggi: un silenzio profondo.
Pur non essendo Sabato Santo, siamo nel primo sabato di Quaresima. È, in un certo senso, una Settimana Santa anticipata per l’azienda ospedaliera.
Come credenti, siamo però in attesa della resurrezione: una resurrezione che riguarda la famiglia, l’azienda stessa, ma anche la fiducia e tutto ciò che è legato a questa vicenda.
Come sta vivendo la famiglia questo momento di enorme sconforto?
Sono stato accanto ai genitori sin dalle prime ore del mattino, fino al momento in cui Domenico è deceduto e anche dopo, fino a quando la salma è stata trasferita in obitorio.
La famiglia è molto dignitosa, semplice, vive del proprio lavoro ed è protagonista di una vicenda triste e drammatica. I genitori sono persone buone, equilibrate, per nulla arrabbiate.
La cosa che più mi colpisce è proprio l’assenza di rabbia. C’è dolore, una sofferenza enorme, ma non c’è rabbia.
La rabbia è il luogo della vendetta, e questo sentimento non è presente in loro.
È qualcosa di inaspettato, perché in situazioni simili è facile cedere alla rabbia, alla frustrazione, al senso di impotenza.
C’è sicuramente un desiderio di chiarezza, verità e giustizia, ma non è dettato da spirito di rivalsa. Questo, a mio avviso, li rende persone molto dignitose.
Seguono un cammino di fede particolare o è una forza che viene dalla vita stessa?
La loro è una fede ordinaria. Non c’è un cammino particolare, ma c’è un credere e un affidarsi al Signore.
Con Patrizia abbiamo pregato più volte, ed è stata circondata da religiosi e persone consacrate che l’hanno accompagnata.
Non solo noi cappellani: anche l’arcivescovo, il cardinale Battaglia, è stato molto presente in questi giorni, sacrificando tempo ai suoi impegni istituzionali per essere qui.
Il cardinale Battaglia è stata quindi una presenza importante, segno di una Chiesa vicina a cui vive la sofferenza
Sì, è stato molto vicino soprattutto alla mamma. Ha offerto un sostegno morale e spirituale forte. Ho notato una vicinanza bella, paterna e fraterna nei confronti della famiglia.
L’affetto verso questa famiglia è stata tanta sia fuori che dentro le stanze dell’ospedale
Sì. Patrizia è stata circondata non solo dall’affetto del cardinale e di noi cappellani, ma anche da quello delle istituzioni ospedaliere. Le dirigenze mediche, il personale del reparto e della terapia intensiva si sono affezionati al bambino e alla madre.
Anche lo Stato ha dato un segno concreto di vicinanza: è stata fornita un’auto alla signora, che prima si muoveva con i mezzi pubblici.
L’attenzione è stata alta, ma il rischio di sentirsi soli al termine della vicenda resta concreto
C’è stata un’attenzione importante da parte delle istituzioni, oltre che dall’azienda e dai medici. Patrizia non si è sentita sola. E come religioso ritengo importante che non si senta sola neanche in futuro. Questa vicinanza deve continuare, sia da parte della Chiesa sia da parte delle istituzioni civili.
Ritiene che questa vicinanza sia dovuta al grande clamore mediatico?
No, assolutamente. Per quanto riguarda l’ospedale, la vicinanza c’è sempre stata.
Cosa accade quando si prospetta la possibilità di un trapianto?
Quando si presenta la possibilità di un trapianto, sia per bambini sia per adulti — e questo è un ospedale dove si effettuano abitualmente trapianti — è sempre un’opportunita. Ricevere un cuore non è cosa di tutti i giorni, tanto meno per un bambino.
Quando arriva un organo è un trionfo, una vittoria comunitaria, perché la donazione di un organo non è mai un fatto ordinario. Per questo si lavora anche insieme alla famiglia per ottenere il massimo dei risultati.
Quanto pensa che questa vicenda possa influire sulla donazione degli organi?
La vicenda di Domenico fa comprendere ancora di più l’importanza della donazione.
Al di là dell’errore commesso, resta l’esigenza indispensabile della donazione.
In quest’episodio, il secondo cuore disponibile è stato destinato a un altro bambino, a Bergamo, ed è stato salvato.
L’importanza della donazione è evidente, ma bisogna continuare a lavorare per creare una cultura del dono e della donazione.

Quindi il valore della donazione resta assoluto
Anche prima di questo caso, l’ospedale Monaldi si interrogava su come sensibilizzare.
Quando arrivai nel 2022, il direttore, l’avvocato Anna Iervolino, mi chiese come la Chiesa potesse contribuire a creare una cultura della donazione. C’è ancora molta ignoranza, anche dal punto di vista religioso: qualcuno pensa che la donazione sia contraria alla Chiesa. In realtà, dai documenti successivi a Paolo VI e al Concilio Vaticano II, la Chiesa parla della donazione come di un gesto di carità, un’importante forma di carità.
Dal 2022 in poi, almeno per quanto mi riguarda, questo è stato vissuto come una missione: creare cultura della donazione.
La vicenda di Domenico deve spingerci ancora di più in questa direzione, senza paura, con il coraggio di lasciare una parte di sé che continui a vivere in un altro.
Attraverso la propria ASL si può esprimere la volontà di donare. Anche la donazione del sangue, che può sembrare semplice, è fondamentale. La scienza non è capace di creare il sangue: è qualcosa che solo l’uomo può donare. In questo vedo anche un limite posto alla scienza perché l’uomo sia chiamato a donare sé stesso. Qui torna fondamentale il tema della cultura della donazione.
Come dice il Signore: “Non c’è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”. Nell’Eucaristia dice: “Questo è il mio corpo e questo è il mio sangue”. È un richiamo non solo sacramentale, ma anche alla donazione concreta di sé.
Ci affida un messaggio finale, anche come monito per il futuro?
Il messaggio, semplice, è di non leggere questa storia come un fallimento. Ci sono stati errori umani, è vero. Ma se da questa storia nasce del bene, allora non sarà un fallimento.
Un segno di speranza lo ha dato la stessa madre, Patrizia, che ha espresso la volontà di creare qualcosa per i bambini malati e per chi soffre anche a causa di errori umani.
C’è già un progetto: una fondazione per ricordare Domenico e aiutare chi è nel bisogno. È una bellissima iniziativa, un seme concreto di speranza per il futuro.
Le conclusioni
Il rischio che questa storia si trasformi in una debacle ancora maggiore diventa concreto: senza una cultura della donazione capace di contrapporsi all’immagine del “tanto è inutile donare se poi questa si spreca” si corre il pericolo di un calo all’assenso alla donazione stessa. Bisogna invece far rientrare l’importanza della donazione nelle tavole di dibattito, nelle scuole e in tutte quelle agenzie educative che formano il cittadino di domani ma anche quello di oggi.
E bisogna comprendere che, se è vero che quando succede una tragedia che coinvolge un bambino siamo portati a dire che questi è figlio di tutti noi, in realtà di queste storie siamo noi ad essere figli. La storia di Domenico non è una vicenda che ci rende genitori per amore, ma ci rende quei figli chiamati ad amare e a donarsi, fino all’estremo gesto.
E’ una storia del dolore di una famiglia che alla vendetta preferisce la giustizia, ma anche la storia di un amore che deve riguardare ciascuno di noi. Il monito, semplice, che ci ricorda che donare è permettere alla vita di continuare anche quando noi dovremo lasciare questa terra. Non è una fiaccolata che illumina il buio della notte, ma deve essere un raggio di sole capace di accendere il giorno della vita.
Se da domani ci sarà anche solo un donatore in più nella lista degli assensi allora potremo dire che Domenico perdendo la vita è stato capace di donarla a tanti altri. Ed è, fondamentalmente, il più evangelico dei messaggi che possiamo trarre dalla storia tristissima di un bambino che, a soli due anni, ha portato un Paese intero ad interrogarsi sulla cultura della donazione.
Chiara Costanzo
