L’espressione comune “avere un santo in paradiso” riflette spesso l’idea distorta di possedere una conoscenza influente capace di procurarci vantaggi, come una raccomandazione per ottenere un lavoro o una strada risolutiva per semplicemente saltare la fila. Questa mentalità si rintraccia in quello che può essere definito il peccato originale della devozione ai santi: l’idea che esista un rapporto gerarchico in cui i beati sono su un gradino superiore e quindi più degni di essere ascoltati da Dio rispetto ai “comuni mortali”.
Questo modello produce diverse conseguenze negative, come ad esempio la subordinazione che crea una relazione asimmetrica dove l’uomo si sente inferiore o un subordinato, sempre mancante di qualcosa. Oppure una mentalità da sudditi, che condiziona in molti casi il nostro rapporto con il potere, trasformando le persone in sottoposti invece che in cittadini responsabili e consapevoli. O ancora crea quella dipendenza di una relazione non alla pari, dove si innescano meccanismi che producono regressione umana e spirituale invece che crescita.
Culto di Sant’Agata / Devoti o sudditi?

Tali negatività trovano un’eco potente e complessa nei costumi della festa di Sant’Agata a Catania, una delle celebrazioni più imponenti al mondo. Se da un lato il fervore dei “cittadini” esprime un legame viscerale, dall’altro, alcuni modi della festa rischiano di incarnare proprio quella subordinazione che crea una relazione asimmetrica.
Quando migliaia di devoti indossano il tradizionale “sacco” (il camice bianco) e gridano ritmicamente “Cittadini, viva Sant’Agata!”, manifestano un’appartenenza che, se non sorretta da consapevolezza, può scivolare in una mentalità da sudditi.
Questo atteggiamento trasforma il fedele in un sottoposto invece che in un cittadino responsabile, condizionando il rapporto con il sacro e con il potere.
La ricerca del favore, l’offerta dei pesanti ceri votivi (la “cera”), spesso portati in spalla per chilometri, rischia di ridursi all’uso di formule e sacrifici fisici per chiedere a Dio, attraverso la Santa, miracoli o favori personali. La preghiera diviene così un formulario di richieste.
Ma Dio non è un interlocutore esterno posto di fronte a noi, o sopra di noi, per ascoltare lodi o richieste. Ma traspare all’interno della nostra struttura creata come la sorgente indefettibile della vita. Pregare, dunque, significa fare spazio e lasciare che la Parola di Dio e l’azione dello Spirito fioriscano in noi.
Gesù stesso rivoluziona il modello gerarchico di subordinazione affermando che Dio è alla ricerca dell’uomo (come nella domanda Adamo dove sei?). E proponendo una relazione alla pari basata sull’amicizia: non servi, ma vi ho chiamato amici.
Culto di Sant’Agata / Intercedere e proteggere
Per smontare il modello di “schiavitù” spirituale, è fondamentale ridisegnare il significato di due verbi chiave legati all’azione dei santi: intercedere e proteggere.
Intercedere: non significa fare pressione su un “Dio padrone”, ma rappresenta il dono di un’amicizia. L’intercessione è un atto di accompagnamento. Come una madre introduce gradualmente il figlio alla vita, così i santi, perché fratelli e sorelle maggiori, ci introducono alla pienezza dell’esistenza.
Proteggere: la protezione non riguarda la difesa dalle calamità naturali o dal male. Ma protezione da noi stessi e dalla nostra incapacità di fare spazio alla proposta abbondante di vita che Dio ci offre.
In questa nuova luce, pregare i santi non significa chiedere favori, ma nutrirsi della loro esperienza di vita. Essi diventano figure che ci aiutano a vivere con più consapevolezza. Agendo come compagni di viaggio che hanno già intuito il senso pieno dell’esistere, fino al sacrificio estremo del martirio.
Costruire con i santi una relazione alla pari

In sintesi la devozione ai santi per poter avere, oggi, diritto di cittadinanza deve superare una visione arcaica basata su gerarchie e privilegi simili ai rapporti di potere. Non si devono considerare i santi come intermediari per ottenere favori da un Dio distante. Ma costruire una relazione alla pari fondata sull’amicizia e sull’esempio di vita.
In questa prospettiva la preghiera non deve servire a manipolare la volontà divina, attraverso i santi, ma a riconoscere Dio come sorgente interiore della vita stessa.
I concetti di intercessione e protezione vengono così ridefiniti come un sostegno fraterno che ci accompagna verso una maggiore consapevolezza.
Questo cambiamento di prospettiva trasforma il fedele da suddito dipendente a individuo, cittadino responsabile, capace di nutrirsi dell’esperienza di chi ci ha preceduto. In definitiva, i santi sono visti come compagni di cammino che ci aiutano ad accogliere l’esistenza con gradualità e amore.
Gridare ‘Cittadini!’ può non essere solo un rito. Ma l’impegno quotidiano a smettere di essere sudditi in cerca di favori per diventare finalmente protagonisti responsabili della propria vita e della bellissima Catania.
Alfio Pennisi
Teologo ambientalista
