Si è svolto a Siracusa l’evento “Ruolo centrale delle donne nel Mediterraneo”. Questo incontro ha rappresentato un importante momento di confronto istituzionale e sociale dedicato alla valorizzazione del contributo femminile nell’area mediterranea.
Con il patrocinio della Regione Siciliana, attraverso l’Assessorato regionale della Famiglia, delle Politiche Sociali e del Lavoro, l’incontro ha riunito istituzioni, associazioni e realtà del territorio con l’obiettivo di riflettere sul ruolo centrale delle donne nei processi di sviluppo culturale, sociale ed economico del Mediterraneo.
La giornata ha offerto uno spazio di dialogo e condivisione di esperienze e testimonianze, evidenziando la partecipazione attiva delle donne come elemento chiave per promuovere inclusione, cooperazione internazionale e crescita nell’area mediterranea.
L’evento si inserisce tra le iniziative promosse nell’ambito della “Convenzione per i Diritti nel Mediterraneo” come spazio di scambio collettivo di testimonianze, esperienze e voci provenienti dalle comunità dei Paesi mediterranei. Per la Convenzione è fondamentale coinvolgere attivamente tali comunità, promuovendo incontri e momenti di approfondimento sui temi dei diritti attraverso un metodo collettivo ed orizzontale. Alimentando così un senso di militanza orientato a una democrazia partecipata.
L’iniziativa della Convenzione per i diritti nel Mediterraneo guarda alla pace, alla cooperazione, allo scambio culturale attraverso un approccio che parta dal basso coinvolgendo e creando una rete tra le comunità.
Abbiamo parlato di questa interessante realtà con la professoressa Graziella Spina che aderisce al coordinamento donne della Convenzione per i diritti del Mediterraneo.
Per iniziare partiamo da te, ti va di raccontarci qualcosa della tua vita?
Sono un’insegnante di inglese in pensione che mi sono sempre occupata di volontariato laico nell’Arci. In particolare abbiamo curato il tema dei migranti.
Poi mi sono occupata della formazione e dell’insegnamento della L2. Facevamo le nostre lezioni ospitati in locali messi a disposizione dal collegio Santa Venera. Ho anche fatto un corso di formazione per docenti di L2 all’Arci di Catania.
Mentre ad Acireale, essendo anche un gruppo formato da giovani, ci siamo occupati degli spazi giovanili. E in particolar modo abbiamo realizzato una serie di concerti, mostre di quadri ed installazioni in dei luoghi importanti ritenuti spazi da recuperare.
Per esempio, la piazza Grassi, che attualmente, purtroppo, è luogo di posteggio, ha una acustica stupenda. Qui abbiamo fatto un bellissimo concerto con un bravo cantante americano. Siamo stati testimoni diretti delle condizioni acustiche stupende e come potrebbe essere uno spazio recuperato messo a disposizione dei giovani.
Poi ci sono state anche delle opere teatrali, abbiamo fatto delle mostre di giovani pittori emergenti e delle mostre. Abbiamo anche provato ad interloquire col comune per gli spazi e luoghi storici ed importanti della città, attualmente chiusi, ed abbiamo posto la questione di recuperare questi spazi.
Per quanto riguarda il mio impegno all’interno della scuola, ho sempre fatto parte della commissione pari opportunità perché il mio primo impegno è nel campo del femminismo. Questo impegno ho cercato di metterlo in pratica con processi di empowerment con le mie alunne e la consapevolezza di sé come donne. Avendo uno sguardo oltre ed altro rispetto ai limiti geografici e spaziali.
Questo mi ha dato il senso di militanza, ero sì la loro insegnante di inglese e letteratura ma ero anche la compagna, la persona a cui poter fare riferimento per alcune questioni riguardanti la loro vita di donna ed il loro impegno.
Questo è stato l’impegno che ho cercato di portare avanti negli anni. Non ho mai pensato di lasciare il liceo “Regina Elena”. Perché ho riconosciuto in questa scuola un importante progetto educativo che andasse al di là della scuola come luogo di realizzazione, ma come luogo di formazione. Anche la presenza di tantissime ragazze e ragazzi diversamente abili, è stato un punto di forza per me. Perché ci ha dato la possibilità di rivedere la didattica che applichiamo ai cosiddetti normodotati. E ci ha dato anche una strutturazione del tempo e dei tempi dell’apprendimento che guardasse oltre la pratica quotidiana dell’insegnamento/apprendimento.
Questo mi ha dato forza per esprimere le mie idee ed il mio impegno e poi sono approdata alla “Convenzione per i Diritti nel Mediterraneo”.
Cosa è la “Convenzione per i Diritti nel Mediterraneo”?
Intanto, mi sono avvicinata grazie al contatto delle persone amiche. Sono stata invitata a condividere questa esperienza ed ho accettato perché risponde alla mia idea di politica che è la mia idea di partecipazione. Sostengo una politica che parta dal basso, che miri ad una democrazia partecipativa.
La Convenzione è nata nel 2022 come patto di 19 paesi del Mediterraneo, formato da più di 80 soggetti. La possibilità degli incontri online, sviluppati a partire dal covid, ci ha dato la possibilità di sperimentare questa metodologia dello scambio online come prima fase.
Prima avviene un momento online e poi segue il momento in cui i cantieri, che spiegherò, realizzano nelle varie realtà di appartenenza.
E’ una diramazione in qualche modo di una “Un’altra storia”, movimento iniziato da Rita Borsellino nel 2006, che poi portò alla sua candidatura nel 2008 per la Regione siciliana. Rita non fu eletta e questa esperienza non si tradusse in un impegno politico istituzionale. Ma, naturalmente, tutto il patrimonio di impegno, di idee, di sentimenti, di emozioni e di esperienze che questa situazione aveva creato sono rimasti patrimonio delle persone che avevano partecipato.
Da questa realtà, dai cantieri, dal lavoro, dall’impegno per la pace e per l’antimafia, dall’accoglienza di migranti, nasce questa Convenzione che vuole essere mirata ai paesi del Mediterraneo. La dichiarazione della Convenzione mira a realizzare un luogo d’incontro di tutte le realtà del Mediterraneo come luogo di cooperazione, di pace, di solidarietà, di scambio attivo. Un luogo che racconti un’altra storia che non sia mediata dall’interpretazione colonialista o post-colonialista.
Per cui, ad esempio, avere uno scambio con una donna della Libia che vive un po’ in Libia ed in Francia, una documentarista che si occupa di denunciare quello che succede nelle carceri libiche, che ha prodotto documentari sullo stupro transfrontaliero, ci permette di accogliere quello che fa e di divulgarlo.
Invitandola, abbiamo potuto organizzare una giornata al liceo scientifico di Acireale facendo in modo che questo discorso venga studiato ed analizzato nella nostra realtà, diventando tema da trattare con gli studenti nelle varie realtà. In qualche modo è uno scambio paritario.
Nella Convezione vi sono tante aree tematiche, io mi occupo e faccio parte di quella del coordinamento ruolo delle donne del Mediterraneo. C’è il gruppo dei migranti, il gruppo che sta scrivendo un nuovo atlante del Mediterraneo e sta facendo una raccolta di materiale e di contributi per fare una narrazione altra rispetto a quella che abbiamo ereditato.
C’è il gruppo che si occupa di agro-ecologia che è questa branca dell’ecologia contemporanea, questa unione tra l’impegno per un’ecologia ed anche per una rivisitazione delle colture tradizionali.
I contributi sono vari. Organizziamo riunioni che si svolgono contemporaneamente anche in Libia, dove ci sono diverse difficoltà, poiché l’accesso a Internet non è sempre garantito e vi è il problema della censura. Inoltre, alcune donne libanesi hanno recentemente incontrato grandi difficoltà nel partecipare; infatti, quest’anno non sono riuscite a venire.
Abbiamo una ragazza sahrawi che in passato veniva in Italia come ospite presso famiglie italiane. Ora lavora per una ONG svedese per sensibilizzare sul problema del popolo sahrawi, bloccato nei campi nel deserto. Quest’anno non è riuscita a venire perché per uscire deve richiedere un visto all’Algeria, una procedura che richiede molti mesi. Per questo ha partecipato online.
Invece, un contributo molto fattivo è stato quello di Grari Malek, una donna della Tunisia che sta lavorando con le donne tunisine ed ha portato avanti tanti progetti anche di microcredito con loro proprio sul tema della coltivazione biologica e del recupero dei saperi. Cioè il recupero anche delle tradizioni, dell’hennè di cui loro sono portatrici.
Insomma, sono esperienze che danno forza e autonomia a queste donne, perché consentono loro di vivere del proprio lavoro e di liberarsi da una condizione di dipendenza. Allo stesso tempo, anche noi riceviamo moltissimo: pensiamo all’henné delle donne del deserto, che non è solo decorazione o folclore, ma un sapere antico fatto di gesti, simboli, storie, racconti e memoria che arricchiscono la cultura. Così le rielaboriamo e le reinterpretiamo, trasformandole in un patrimonio condiviso.
Per quanto riguarda un altro aspetto, i vari cantieri e le diverse città, con Sassari come capofila, hanno attivato relazioni con l’Università di Sassari e con una docente di microbiologia che insegna in Turchia, la dottoressa Tuba Dal. Fa parte sia del gruppo delle donne sia del gruppo dedicato alla salute, che rappresenta per noi un’area tematica di fondamentale importanza. In quest’ area tematica, per esempio, abbiamo avuto un ottimo contributo dal gruppo salute della Spagna, hanno fatto un’analisi sulla condizione degli ospedali.
All’interno di questo gruppo hanno sviluppato anche il tema della medicina di genere, tema fondamentale per noi donne. Abbiamo quindi attinto al contributo di questo gruppo di lavoro, composto da operatori del mondo medico. Allo stesso tempo, abbiamo valorizzato l’apporto della medicina di genere, applicandolo all’incontro dello scorso maggio a Siracusa. In questo cerchio di donne abbiamo fatto emergere le esigenze e i bisogni delle donne legati alla conoscenza di sé, alle patologie più tipicamente femminili e a momenti specifici come la gravidanza.
Le diverse aree tematiche sono interconnesse tra loro. Il lavoro sulla pace è stato realizzato in diverse realtà scolastiche, ad esempio a Canicattì, sotto la guida della dottoressa Pina Ancona, nostra presidente, che coordina il gruppo delle scuole coinvolte. A Canicattì è attiva un’interessante sartoria sociale, nata dall’iniziativa di donne provenienti da quartieri più disagiati o vittime di violenza. In questo spazio si incontrano, collaborano e realizzano manufatti che vengono poi venduti, trasformando l’attività in un’opportunità di autonomia economica e micro-imprenditoria. Gli incontri realizzati nelle scuole sono stati successivamente presentati a Sassari nell’ambito della Dichiarazione dei giovani per la pace. In quell’occasione si è svolta una sessione plenaria. Le riunioni si tengono online ed in presenza nel territorio in cui operano in maggioranza i diversi cantieri.
Oltre al gruppo di pace molto forte, a Sassari c’è anche un’ottima realtà di cooperazione con la Palestina, e durante l’incontro di Siracusa sono stati presentati progetti. I vari rappresentanti italiani, turchi e di altre realtà, hanno presentato all’ONU la dichiarazione dei giovani per la pace.
Quindi, è più o meno questa la metodologia che mettiamo in atto per cercare di elaborare una forma di partecipazione democratica che sia orizzontale, per cui nasce dai nostri contributi online, nei momenti di studio e di approfondimento. Questi confluiscono in momenti in presenza in una realtà dove questo tema è più rappresentato, poi questo viene messo online e condiviso.
Abbiamo scelto Siracusa maggio scorso perché a Siracusa c’era questa realtà di donne già costituita ed abbiamo pensato di farla lì.
Qui si inserisce il coordinamento delle donne nel Mediterraneo?
Si, si chiama ruolo centrale delle donne nel Mediterraneo. Si sono avuti diversi interessanti contributi durante l’incontro avvenuto a Siracusa. “Le donne del Mediterraneo svolgono un ruolo fondamentale come agenti di cambiamento, promotrici di pace e pilastri della stabilità sociale e culturale”. Come scritto sulla Convenzione dei diritti nel Mediterraneo.
Il mio intervento a Siracusa è stato sul concetto di partecipazione e sul concetto di politica come politica dal basso. L’incontro di febbraio ha avuto il contributo della Regione Siciliana, Dipartimento della famiglia e delle politiche sociali, infatti, la dottoressa Agata Rubino ha fatto l’intervento di apertura dei lavori. Tra gli interventi vi sono stati quello della presidente di “Un’altra storia” – Convenzione dei diritti nel Mediterraneo, il mio, Concetta Speranza con delle letture poetiche, Zina Bianca.
Poi gli interventi dell’antropologa Lila Ghanem e della ricercatrice e medico Tuba Dat, attivista della Convenzione sia del gruppo delle donne che quello di medicina. A seguire c’è stata Lavinia Rosa di “Ponti non Muri” della Sardegna presentando un progetto interessantissimo su cooperazione con la Palestina. Ha illustrato tutto ciò che stanno facendo, le raccolte fondi, le lezioni online per le palestinesi.
Insomma, ciascun cantiere a seconda delle persone che fanno parte e delle loro competenze, mette in atto delle attività specifiche. Infatti, in questo incontro abbiamo parlato anche della banca del tempo.
Abbiamo avuto l’intervento di Laura Fleres, vicepresidente dell’Associazione nazionale Banche del tempo di Alì Terme; di Paola Martellone della banca del tempo di Catania; dell’associazione Extopia di Caltagirone. E’ intervenuta anche Tiziana Chiappelli, ricercatrice presso l’università di Siena, seguita da altri interventi altrettanto interessanti.
Cos’è la banca del tempo?
E’ emerso dai nostri incontri che una delle realtà più interessanti, in questo momento, è la banca del tempo. Già anni fa se ne parlò all’interno delle donne dell’UDI e del PC. Si tratta di sperimentare una collaborazione tra donne, in cui ciascuna di noi mette a disposizione delle altre del tempo elargendo dei servizi in maniera circolare a seconda della propria competenza. E’ importante che vengano istituite queste ‘banche del tempo’ perché si mette online la disponibilità di questo gruppo a chi ha bisogno di aiuto. Queste a loro volta si dichiarano disposte a dare il loro tempo in un altro momento o con un’altra competenza. Si crea così una vera e propria rete.
La docente di Siena che ha fatto l’intervento, si occupa di coordinare queste realtà. La cosa importante è che queste ‘banche del tempo’ interloquiscono con le istituzioni. Ovvero se la banca del tempo diventa voce di questo lavoro che le donne fanno e il comune di appartenenza diffonde questa realtà sul territorio, diventa una ricchezza del territorio stesso.
E perché no, possono esserci donne che, grazie alla loro disponibilità e alle loro competenze, potranno ottenere un piccolo beneficio economico. All’interno della comunità e del gruppo delle donne è tutto gratuito, perché ci si scambiano le competenze.
Ma quando questa realtà si apre all’esterno, si fa conoscere, diventa qualcosa che possiamo comunicare anche agli altri e che può trasformarsi in un punto di forza della nostra realtà. Per esempio, nell’incontro di Siracusa abbiamo avuto il contributo di Christiane Amblard, artigiana ceramista, che ha aperto il Museo della Ceramica a Santa Venerina. Oppure quello di Lavinia Lo Faro, giovane donna che ha fondato l’Eco-Museo del Castagno a Milo.
Lo Faro è intervenuta raccontando una prima fase della sua vita, in cui era la tipica donna in carriera e stava sperimentando il proprio inserimento nel mondo del lavoro. Quando è diventata madre, però, questo equilibrio è entrato in crisi e si è trovata davanti a un bivio. Ha scelto di esserci per i suoi figli, dopo aver dovuto lasciare un lavoro che non permetteva di conciliare i tempi della maternità con quelli professionali.
In questo modo ha offerto un contributo sociale, creando una rete di donne che sono uscite dal loro isolamento domestico. Una rete cresciuta nel tempo, fino ad approdare alla realizzazione dell’Eco-Museo del Castagno, oggi visitabile, dove vengono organizzate anche visite guidate per le scolaresche. Si è così generato uno scambio reciproco.
È un muoversi dal basso, per non restare chiuse in una realtà limitata a un gruppo di amiche, ma per costruire una realtà locale che possa rappresentare anche un’ opportunità lavorativa per le donne, nel rispetto dei tempi della maternità.
La Convenzione dei diritti del Mediterraneo a chi offre sostegno ed aiuto?
Forse la parola “sostegno” va riformulata. È certamente un sostegno nella misura in cui dà voce alle realtà diffuse nel Mediterraneo, che altrimenti resterebbero esperienze isolate. Tuttavia, all’interno della Convenzione, queste realtà vengono raccontate, messe in relazione tra loro e si dà notizia di ciò che accade, offrendo così un quadro più ampio e condiviso.
Una donna albanese ci ha raccontato di una realtà di impegno giovanile in Albania del recupero della cultura albanese, in modo che si esca da quello stereotipo di “Albania paese arretrato, l’Albania che produce malviventi”. Così siamo venuti a conoscenza di una realtà di aggregazione giovanile molto interessante. Raccontandola a tutti gli aderenti della convenzione, ci ha dato idea di come possiamo interagire e creare strumento per i nostri giovani.
Se parliamo di questo tipo di sostegno, si è un sostegno. Perché questa grande cornice mette insieme tutte queste voci, si autostimola, ed in qualche modo contribuisce al principio di fare del Mediterraneo un luogo di cooperazione, di scambio paritario e di pace. Ho redatto la parte che riguarda il ruolo delle donne, ho scritto e ribadisco con convinzione che dobbiamo uscire dalla logica che noi donne dell’occidente abbiamo qualcosa di più da insegnare.
Possiamo avere qualcosa di diverso da insegnare, ma loro di contro, per come si organizzano, come organizzano la resistenza, hanno tanto da insegnare a noi.
Paradossalmente, le donne afgane, che crediamo relegate in quell’orrendo burqa hanno un movimento di resistenza, di organizzazione incredibile. Le donne palestinesi stanno rivelando nella loro situazione e disperazione, una forza, una abnegazione incredibile. Quindi questa presunzione che l’occidente abbia qualcosa di più illuminante, è una cosa che dobbiamo superare. Questi scambi, anche se online, sono qualcosa che ci fanno conoscere ed hanno tanto da insegnare.
Quindi, la metodologia che sosteniamo è questa rete e questo metodo orizzontale di scambio ed arricchimento reciproco, ognuno con la propria competenza.
C’è qualche altra testimonianza in particolare a cui vuoi dare voce?
Abbiamo parlato delle testimonianze delle donne saharawi e delle donne in Libia. In qualche modo diventiamo complici di ciò che accade se non denunciamo. Per questo, per loro è fondamentale ribadire sempre le condizioni di tortura che subiscono, soprattutto quelle perpetrate contro le donne.
Secondo te, qual è il ruolo e quanto è importante l’educazione nella promozione dei diritti all’interno delle istituzioni?
Credo che il ruolo dell’educazione sia basilare e fondamentale. Ovviamente dobbiamo distinguere fra educazione che proviene dall’istruzione istituzionale, quindi la presenza a scuola eccetera. E bisogna portare avanti anche questa idea di empowerment, autoformazione che può avvenire tra relazioni tra le donne.
Nella convenzione vi sono diversi momenti di scambio che ci insegnano tanto. Come ad esempio l’ascolto; spesso nelle riunioni gli interventi vengono tradotti in diverse lingue e questo momento è molto importante perché ci permette, appunto, di ascoltare profondamente tutte le storie. Questi momenti tra noi diventano belli.
La cosa bella è anche che alcuni degli uomini della convenzione ci accompagnano.
E’ stato gratificante che loro percepivano il metodo femminista, cioè quello della narrazione di sé. E attraverso la narrazione di sé e l’ascolto e il confronto, questa narrazione diventa storia. Perché la storia è fatta da tante storie individuali. E crediamo, come femministe, di modificare la storia attraverso il nostro agire politico. Quello che nel ‘68 divenne il “Personale è politico”.
Quindi, il concetto della metodologia femminista, cioè le narrazioni diventano politica, perché, reinterpretate, diventano metodo politico. Le varie realtà possono modificare la percezione che si ha della donna o del lavoro femminile.
Vuoi dare qualche consiglio alle nuove generazioni?
Non sono in grado di dare consigli alle nuove generazioni; posso solo raccontare la mia esperienza, e lo faccio con gioia. Lo faccio quando vengo invitata a visitare altre realtà, non con la presunzione di insegnare, ma con il desiderio di condividere esperienze e narrazioni. Ciò che emerge attraverso i gruppi femministi è che le narrazioni di diverse realtà confluiscono poi in un’unica esperienza condivisa.
Come potrei dare consigli a una giovane donna che affronta problemi simili ai miei, come la rivendicazione dei diritti delle donne, la percezione di sé, il rapporto col materno, le questioni fondamentali del femminismo, le relazioni con l’altro sesso, i modi di vivere l’amore, quando lei vive in un contesto storico diverso dal mio?
Posso solo raccontare quello che è stato il mio percorso e lei il suo, ed insieme trovare un modo originale di vivere il presente. Mai con un intento didattico, ma come scambio e reciproco incoraggiamento.
Se accettiamo che spesso la politica ha rimosso tutto ciò che riguarda il corpo, la sessualità e l’affettività, allora è chiaro che, se non inseriamo queste dimensioni nel discorso politico, non potremo andare avanti.
C’è stata una cesura tra il modo in cui abbiamo narrato affetti, amore e relazioni come qualcosa di privato e il mondo del politico. Ma questa cesura non è accettabile.
Anche a scuola, come si può considerare una studentessa o uno studente “dalla testa all’ombelico”? C’è tutto il resto: le emozioni, le passioni, le esperienze che hanno vissuto…
Noi possiamo e dobbiamo sperimentare forme di scambio reciproco e paritario, che rappresentano l’utopia della Convenzione del Mediterraneo. L’utopia della Convenzione consiste nel mettere in pratica un modo di fare politica partecipativa, che nasca dal basso e conduca a una vera democrazia partecipata.
Se tutta questa energia poi entra in dialogo con le istituzioni, allora può trasformarsi in un discorso politico ampio e significativo.
Pertanto, direi alle giovani donne di avere uno sguardo attento sulla realtà per interpretarla e non smettere mai di credere nella specificità femminile. Non parità, ma etica della differenza sessuale.
G.P.
