Dopo 50 anni da medico, ancora voglia di imparare

Il dott. Grassi nel suo studio

Nel dicembre scorso ha ricevuto la medaglia per i cinquant’anni di professione nella location d’eccezione rappresentata dal Teatro Massimo, dove nella stessa occasione si è festeggiato il centenario dell’ordine dei medici di Catania. E a tutt’oggi, dopo mezzo secolo di attività professionale, il dottor Salvatore Grassi non si dice stanco, tutt’altro. Consiglia alle nuove leve di non scoraggiarsi, “perché bisogna essere innamorati della propria passione, io lo sono stato così tanto che nemmeno oggi mi pesa, mi sembra sempre di cominciare ora.”

Inevitabile, giunti ad un traguardo così, cedere alla tentazione di fare un bilancio: “positivo, perché ho fatto quello che desideravo fare. Il mio primo amore è stata la chirurgia, in cui mi sono specializzato dopo la laurea, conseguita nel 1960. Nel frattempo si iniziava a parlare in Italia di riabilitazione, che era qualcosa di nuovo. La durata della vita si cominciava ad allungare, e l’anziano poteva presentare più di prima delle invalidità che andavano curate per garantire una buona qualità della vita. Ho capito che  la riabilitazione poteva essere la branca del futuro. Allora le scuole di specializzazione erano solo a Milano, Verona e Firenze”. Dove il dott. Grassi entrò direttamente al secondo anno, per il curriculum operatorio di tutto rispetto.

Di lì in poi, diverse cariche, prestigiose e impegnative, il concorso per diventare primario, e l’attività ospedaliera, mai interrotta, per oltre quarant’anni. Dal ‘primo amore’, la chirurgia, che dà una seconda vita a chi sta perdendo la prima, pian piano gli orizzonti si allargano alla ricerca di qualcosa di nuovo, e di profondamente diverso, dall’ hic et nunc della sala operatoria ai progressi lenti e faticosi della riabilitazione. Da un’intuizione, l’inizio di un’avventura innovativa: il dott. Grassi è stato il primo a portare la riabilitazione e la laserterapia in Sicilia, dove è il decano dei fisiatri.

Ma una persona che tanto si è spesa per il suo territorio, e che per 42 anni ha lavorato all’ospedale di Giarre, come reagisce alla chiusura dei reparti, insomma, all’agonia del presidio?

“Con dispiacere ed angoscia. Quando c’era il vecchio ospedale, la struttura era fatiscente, ma si lavorava bene: c’erano tutti i reparti, dalla chirurgia alla medicina, dall’ostetricia all’ortopedia. Si facevano operazioni anche a torace aperto, ora non c’è più nulla. E poi si era come un’unica famiglia, c’era comunicazione e condivisione, nell’interesse del paziente. Ormai hanno ridotto l’ospedale a un semplice pronto soccorso, e non ci si conosce tra persone che lavorano assieme. La delusione per come hanno ridotto l’ospedale è fortissima, e la sensazione di impotenza è altrettanto forte. Mentre Acireale gravita nell’area del Cannizzaro, raggiungibile in dieci minuti, Giarre è al centro di un hinterland per il quale l’ospedale era un punto riferimento, il suo distretto serve 85.000 persone, che ora sono costrette ad andare troppo lontano”.


Qualche episodio che non ha mai dimenticato?

“Una volta, mentre stavo per entrare in sala operatoria, vengo fermato da due genitori, che mi dicono: ‘Avevamo due figli, uno è morto. Abbiamo solo questo”.


Cosa direbbe a un ragazzo che intende ‘entrare’ in medicina?

“Di non vederla come fonte di guadagno, ma di scegliere, e insistere, solo se si sente portati, se ha amore per la medicina. Agli specializzandi direi di rivalutare chirurgia, che viene spesso evitata perché gravida di responsabilità, ma è il percorso che forma i medici più completi, e il pronto soccorso, palestra di esperienza”.


E ora che l’esperienza c’è di certo, che fa? “Mi piace andare ai convegni e, dopo cinquant’anni, imparare ancora cose nuove. Molti colleghi, una volta in pensione, si cono cancellati dall’ordine, io sono nato medico e morirò medico, mi cancelleranno solo quando sarò morto”.

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